Attaccare Internet o, in generale, i nuovi media di comunicazione è una prerogativa degli inesperti. Voglio dire che spesso e volentieri abbiamo assistito a tristi spettacoli dove dottoroni o espertoni del settore si sono incensati come massimi esperti della “new era”. E via di sparate a zero contro i fenomeni partoriti dall’evoluzione tecnologia. Probabilmente è una questione di ignoranza, di assenza di strumenti, che hanno portato questi espertoni a conclusioni… sconclusionate. Gli stessi che demonizzano i videogiochi (Magie, sette ed esoterismi, questi sono i videogiochi) e deviano il discorso su una collezione di frasi fatte non appena gli viene chiesto se hanno mai acceso una Console. Non facciamogliene una colpa, anche se qualcuno dovrebbe mettergli il bavaglio.
Se, tuttavia, qualcuno di questi spendesse oggi qualche parola sul fenomeno Facebook, potrei anche condividere in rispetto silenzio. Non sono un nonno, ma ormai ho salutato l’adolescenza da tanti compleanni. Posso anche dire di avere una buona conoscenza dei nuovi media di comunicazione e Facebook, nonché tutto il fenomeno dei Social Network, mi ha palesato qualcosa di inconfutabile: il rincoglionimento delle internauti. Si, un po’ mi fa paura.
FacciaLibro si è già ritagliato il suo posto nella storia, ma anche la bomba atomica e l’olocausto, questo per dire che non tutto quello che trova posto in libro sul passato è positivo. Ripercorriamo il fenomeno dall’inizio. Quando salì alla ribalta, un paio di anni fa, Facebook era visto come un nuovo sistema d’intrattenimento per giovincelli. Poi si è evoluto, la gente si è iscritta per curiosità, si è ritrovata per le mani un potente strumento che portava funzioni complesse alla portata di tutti, come la condivisione delle foto, un sistema di chat, un megafono con cui gridare al mondo quello che si pensava. Permetteva di ritrovare vecchi amici, di cui si erano persi completamente i contatti.
Tutto molto bello, fino a qui. Fino a qui. Perché oltre questo gradino, si innescò una carica esplosiva dall’effetto ancora tutto da scoprire. Lo sappiamo tutti, Facebook è il miglior strumento per distruggere la privacy. “Basta che imposti il tuo account bloccando le informazioni”, qualcuno potrebbe dire. “L’ho fatto”, risponderei, ma non sto probabilmente snaturando il concetto stesso su cui si basa, in questo modo. Sono su Facebook, ma nessuno può vedere le mie informazioni. Ed ecco che diventa un sistema poco più evoluto che Messenger. Il 99.9% degli utenti Facebook non blocca il proprio Account, tutti possono ricercare, aggiungere amici, sbirciare le foto, combinare tresche, creare zizzanie, e tutto con troppa ed estrema facilità. Qui entra in gioco la barriera dello schermo del PC. Dietro a una tastiera tutti diventano leoni, tutti dicono quello che gli passa nella mente, non ci sono sguardi da reggere, non c’è paura di fare del male, la parte umana viene annullata. Non si è umani dietro Facebook, si è solo attori di un gioco, fruitori, poi si spegne il computer e tutto quello che si è fatto viene cancellato.
Ma è veramente così? No, non lo è, le ripercussioni del digitale violentano la vita reale. Ma quando ci si rende conto di quanto è accaduto, è troppo tardi. Questo vale nel bene e nel male, nei confronti di altri o nei propri. C’è chi usa Facebook per mettersi in mostra e ridicolizzarsi senza rendersene conto, chi per vestire i panni del vecchio saggio, che sbobina frasi fatte mentre è seduto dietro il PC in mutande con birra e rutto libero, chi cerca compassione, chi aggiunge tutte quelle che si chiamano “Laura” e poi ci prova a tappeto, chi fa fotine un po’ osé e srotola il bicchiere di cartone per elemosinare complimenti, chi fa e pubblica album da fotomodella o fotomodello, chi grida al mondo tutto il suo sdegno sperando in qualcuno che gli allunghi una mano d’aiuto. C’è anche chi lo usa come strumento di lavoro, per mantenere contatti, o chi per farsi pubblicità. C’è di tutto, c’è del bene e c’è del male, ma su una bilancia, qual è la parte più carica? Quella più frivola e negativa, non c’è dubbio.
Poi c’è un trend difficile da capire, o forse molto semplice. Se fino a qui, la maggior parte degli affetti dalla sindrome di Facebook sono i più giovani – che sono anche quelli più a rischio – c’è tutta un’altra ciurma di Peter Pan, uomini e donne, che da un momento all’altro abbandonano la maturità e si fanno coccolare dai tanti espedienti che aziende che lucrano o altri “bamboccioni” hanno creato per loro. “Quale lettera dell’alfabeto sei?”, “Quale animale eri in un’altra vita?”, “Qual è la tua foto del mese?”. Posso capire la Farmville-mania – fino a un certo punto, limite che molti l’hanno già superato – ma per tutto il resto dei “giochini” ci sono solo due spiegazioni: o Facebook è un invito alla regressione o è uno strumento contro la noia. Ma in entrambi i casi, non vedo letture positive. Anche se fosse usato per ammazzare il tempo, per scappare dalla realtà per qualche minuto – nel migliore dei casi – o qualche ora – nel peggiore – è ugualmente un’indicazione del malcontento generale che spopola tra gli utenti, esseri in carne ed ossa, non mucchi di bit su un Social Network. Si viene spinti a cercare un po’ di comprensione dalla rete, piuttosto che lavorare o cercare un contatto umano si buttano decine di minuti a fare inutili e stupidi test. Test e giochetti che non aiutano, che anzi peggiorano la situazione. Ci si rifugia in una sorta d’isola sicura che per un po’ di tempo ci coccola con false illusioni mentali, per poi scaraventarci di nuovo nella materialità da cui abbiamo cercato di fuggire.
Tanti problemi si risolvono con le medicine vere, pochissimi con dei palliativi. Facebook, in questa chiave di lettura, è un palliativo, che ci dà la sensazione di stare meglio, ma in verità non sta facendo nulla. A lungo andare, soprattutto i giovani, risucchiati in questo vortice, dovranno trovarsi a faccia a faccia con la realtà, e rendere conto a se stessi, e non solo.
Mi rendo conto di aver preso una piega un po’ tragica, forte, fin troppo. Non era questo l’obiettivo, ma forse rende bene l’idea di quello che uno strumento come Facebook – assieme ad altri fenomeni della rete- se usato in maniera scorretta, possa creare danni a lungo termine. Proteggiamoci e proteggiamo soprattutto i più giovani. Da bambini, al giorno d’oggi, si cresce sempre più in fretta. Evitiamo che si cresca male, con false illusioni, cattive abitudini, e distanti dalla realtà.





