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La filiera corta dell’informazione

Negli ultimi mesi si parla moltissimo del fatto che gli editori di tutto il mondo, ispirati da Rupert Murdoch, vogliono mettere fine alla possibilità di informarsi gratuitamente online.  Ad oggi, la maggior parte dei principali giornali del mondo permettono (ancora) a noi internauti di leggere gratuitamente i loro articoli, ma a quanto pare la pacchia sta per finire.

Tutti sostengono quest’idea, con così tanta passione da aver firmato una dichiarazione a riguardo, nella quale gli editori europei riunito pretendono dalla Comunità Europea nuove regole per la protezione della proprietà intellettuale.

Mi chiedo chi diavolo pensino di essere gli editori per pretendere qualcosa dalla UE, soprattutto considerando che quest’ultima avrà già il suo bel da fare tra crisi, problemi energetici, politica internazionale e paesi che sforano i parametri di Maastricht.

Giornali, destinati a soccombere alla rete.

Sta di fatto che sono tutti d’accordo, compresi gli italiani De Benedetti (L’Espresso, Repubblica) e Giorgio Valeri (RCS, praticamente tutto il resto). Se volete leggervi il giornale online, dovrete pagarlo. Ne è convinto anche il Financial Times, come racconta Pino Bruno.

Parte del problema, e qui c’è l’assurdo, sarebbe nientemeno che Google News, che per molti è il portale informativo principale, quando si parla d’informazione online. Google News ha un doppio effetto: da una parte crea traffico per i siti dei giornali, ma dall’altra crea anche concorrenza, perché mostra diversi articoli, per diverse testate, che coprono uno stesso argomento. Sta al lettore decidere quale leggere, e spesso la scelta è ridotta al primo della lista.

La polemica è nata quando Google ha inserito qualche piccolo annuncio nella home page di Google News, ed ecco che gli editori hanno cominciato a sbraitare sul fatto che Google guadagna miliardi con i loro contenuti. Sì, certo, come se ne avesse bisogno.

Secondo gli editori la gratuità delle notizie e Google sono la causa della loro rovina. Ah, però!  Qualcuno vorrebbe persino essere pagato per apparire tra i risultati di ricerca! Ma nessuno ha detto, a quanto ne so, che sarebbe pronto a restarne fuori, anche gratis.

Ecco, un buon modo di fidelizzare gli spettatori. Panorama e L’Espresso fanno più o meno la stessa cosa.

È la solita vecchia storia della botte piena e della moglie ubriaca: voglio il traffico, voglio i soldi, voglio tutto, e soprattutto nessuno deve toccarmi la moglie, ance se è sbronza da fare schifo. La moglie, in questa metafora, sono gli articoli che potete leggere anche ora sui giornali online, soprattutto su quelli che hanno un nome importante e una lunga storia nella carta stampata.

Diciamo che il direttore del FT ha ragione, e nel giro di una anno tutti i grandi giornali si faranno pagare l’accesso, e guadagneranno anche dalla pubblicità online, ma molto meno di oggi. Dove andrà il traffico, i visitatori, che perderanno? Verso le testate che decideranno di restare gratuite e i blog, che, a questo punto, saranno il prossimo bersaglio degli editori, che potranno contare, c’è da scommetterci, sull’appoggio di governi come quello italiano, che, quando si parla di stare addosso a chi vuole raccontare qualcosa, mostra un’efficienza e una professionalità da prima pagina.

I problemi dell’editoria tradizionale sono relativamente facili da capire:

  1. Come tutte le grandi aziende, sono abituati a utili troppo alti, e non sono in grado di capire che è il momento di stringere la cinghia (non di tagliare il personale, ma di avere una barca in meno, caro il mio Carlo).
  2. È fin troppo ovvio che non capiscono nulla, o molto poco, di come funziona la rete. Online le informazioni non si controllano, non è possibile, a meno di bloccare tutto, come in Cina o in Iran. Ok, ammetto che questo potrebbe anche succedere, ma è quasi fantascienza. Qualcuno si salva, è vero, ma la massa va dalla parte sbagliata.
  3. Se è vero che il funerale della carta stampata, come mezzo informativo è alle porte, loro ne sono consapevoli. E allora questi sono gli ultimi sprazzi vitali di un moribondo, e magari glieli potremmo anche concedere, se non fossero potenzialmente tanto dannosi.
  4. In tutto questo gli editori sono autoreferenziali, e sembrano inconsapevoli degli altri due attori fondamentali nel campo dell’informazione, chi l’informazione la fa, i giornalisti, e chi la consuma, i lettori.

Il quarto punto è quello più interessante. Ci sono piccoli, microscopici fenomeni, che fanno pensare che il principio della “filiera corta”, tipico della distribuzione alimentare, potrebbe applicarsi anche all’informazione.  Un giornalisti può fare il suo lavoro senza avere le spalle coperte da un editore, e affidandosi solo ai suoi lettori, alla pubblicità e a qualche finanziatore privato? Non ancora, ma potrebbe succedere. I blog, come racconta Pino nel post che ho citato, sono sempre più affidabili, seri e originali, e già oggi si potrebbe vivere leggendo solo quelli.

Murdoch non è proprio un simbolo di freschezza e innovazione.

Si perderebbe qualcosa, ma forse è qualcosa che vale la pena di perdere. Così arrivo all’ultimo punto: gli editori sostengono le loro affermazioni con un principio scontato quanto abusato: “L’informazione di qualità si paga“. Certo, prima però dovremmo chiarire, tutti insieme, che cos’è l’informazione di qualità. Mettano pure i loro siti a pagamento, saranno gli utenti a decidere cosa vale la pena di pagare. Beati i primi, come il NYT, perché i loro lettori non dovranno decidere dove investire il denaro destinato a informarsi. Ma piano piano il castello di carte, costruito sul nulla, finirà per cadere.

Chissà che le armi di distrazione di massa non finiscano per autodistruggersi. Non mi dispiacerebbe un mondo molteplice, pieno di fonti, libere, ed essere io, come lettore, l’unico giudice. Fino ad oggi, invece, abbiamo dovuto accontentarci di quello che passa il convento, e adesso il convento ha paura. Sì, ma di noi.

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