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Mi abbono a Wired, mi chiamano per proporre GQ. Tecnofilo uguale voyeur?

Sono abbonato a Wired da prima che il numero uno apparisse in edicola. Naturalmente mi sono abbonato per guardare le splendide pagine pubblicitarie, interrotte da alcuni contenuti editoriali di vario interesse. E poi perché mi offrivano due anni a 19 euro, insomma nella peggiore delle ipotesi, veniva meno della carta da imballo alla Metro.

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La patata tira sempre.

Wired da sempre è all’avanguardia per la pubblicità e spero che porti una ventata d’aria fresca nel settore, convincendo tutti che si può fare qualcosa d’innovativo dal punto di vista dell’impatto grafico anche su carta. Finora dopo un inizio promettente, c’è ancora tanto da fare, le ultime uscite mi hanno convinto poco e stanno lì, inerti, nello studio bianco, in attesa di una nuova seduta.

La cosa che non ho capito è però come mai oggi mi ha chiamato una signora della Condé Nast per propormi un’abbonamento a GQ. La sciura era convinta, dice “ma come, ci risulta che lei sia interessato.”

Evidentemente ci deve essere un nesso tra la passione per la tecnologia e la tendenza compulsiva a scrutare tette e culi patinati. Intendiamoci, in GQ ci sono tante scritte, ma fondamentalmente i maschietti lo comprano per vedere le foto delle patatone, e non credo che tante donne lo comprino.

Misteri della profilazione sciocca.

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