SOAP è il protocollo standard per realizzare servizi remoti sfruttando i protocolli standard del web e Don Box ne è stato il suo creatore e mentore. Questa è la cronaca di un piccolo grande evento che si perde nel tempo e del dualismo tra informatici, dualismo a cui SOAP e Box volevano porre rimedio in […]" />
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SOAP e la “scatola” dei sogni

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SOAP è il protocollo standard per realizzare servizi remoti sfruttando i protocolli standard del web e Don Box ne è stato il suo creatore e mentore. Questa è la cronaca di un piccolo grande evento che si perde nel tempo e del dualismo tra informatici, dualismo a cui SOAP e Box volevano porre rimedio in qualche modo.

 

Credere al progresso non significa credere che un progresso ci sia già stato.

Franz Kafka

 

 

Nell’inverno del 2002 Don Box era in Italia per presentare il protocollo e la filosofia SOAP  (Simple Object Application Protocol), il celebre protocollo di RPC basato su http ed xml. La sala congressi dell’Hotel Marriott di Milano era stracolma di nerd, ed io tra loro, che trovavano bizzarro tutto quel lusso, fatto di pesanti e un po’ opprimenti drappi e di tappezzerie di un rosso dalla difficile codifica RGB. Egli era stato il padre dell’idea e della filosofia del nuovo protocollo RPC, basato su standard web aperti e a prova di tecnologie e idiosincrasie proprietarie.
All’epoca era meno vecchio, meno grasso, meno canuto, meno ricco e… meno Microsoft. Infatti era ancora un consulente indipendente, uno dei fondatori della mitica Develop Mentor, una sorta di Tana delle Tigri in fatto di COM, C++ e simili altre. Era un genio irriverente ed anticonformista che, pur ammirandola, si divertiva a prendere in giro la sua azienda-feticcio: la Microsoft. Tant’è che, piuttosto compiaciuto, raccontò di come Microsoft, in una precedente occasione, lo avesse costretto ad indossare unapolo aziendale, dato che pur essendo un consulente indipendente, era costantemente incaricato eforaggiato come il bizzarro ambasciatore dell’azienda di Redmond. Ed egli, mal gradendo la direttiva, vi si attenne in senso letterale e, nel successivo evento pubblico, in effetti indossò la suddetta polo testimoniale. Tenne tutta la conferenza da seduto, come suo solito, opportunamente schermato dalla scrivania. Alla fine però, notando lo sgomento e la curiosità suscitata negli astanti, che non avevano potuto fare a meno di notare la novità, riportò pubblicamente la direttiva subita, usando un tono stranamente dimesso per il personaggio, ma poi si alzò di scatto svelando a tutti l’inconfessabile segreto: era in mutande! In modo candido, concluse: “mi hanno solo chiesto di portare la loro t-shirt, ma non hanno detto nulla a proposito del resto dell’abbigliamento…”. Questo era il Don Box dell’epoca.
SOAP era davvero un concetto nuovo e rivoluzionario in un mondo che, dopo anni di strapotere del PC come oggetto autocratico, vedeva un ritorno all’elaborazione frammista client/server grazie al clamoroso successo di internet.
Ad essere franchi, c’erano già all’epoca tecnologie e protocolli RPC che già facevano (meglio) quanto SOAP soltanto prometteva, COM+ e CORBA su tutti, ma erano tecnologie di pochi gelosi proprietari (COM+ di Microsoft) o di pochi membri di consorzi fanatici e settari (CORBA). Internet, invece, sanciva qualcosa di nuovo: l’alba degli standard aperti, impostisi di fatto con l’uso e solo successivamente accuditi e protetti dal W3C, il consorzio dei consorzi.
Per spiegare il potere dirompente che avrebbe avuto SOAP sia tra gli sviluppatori che tra i sistemisti, Don Box, con tono irridente, ricordò a tutti le difficoltà che tutti gli sviluppatori incontravano quotidianamente quando erano costretti e richiedere permessi e configurazioni di rete particolari per far interagire i loro applicativi client con la controparte server basata su esotiche ed elitarie tecnologie proprietarie, che mal si sposavano con gli standard di rete e di sicurezza che internet stava imponendo anche alle LAN locali. Dipinse i sistemisti alla stregua dei direttori dei Mc Donald, quei signori molto formali ma dalla funzione oscura che spesso affollano i punti vendita della catena americana: sbraitano, rompono le scatole ma contano ben poco, tuttavia il poco potere di cui dispongono, lo esercitano tutto, anche in forme tra l’irrazionale e il pernicioso. Tuttavia hanno potere di veto nella bottega degli hamburger e, c’è poco da fare, possono negare agli sviluppatori la ferale configurazione che gli consentirebbe il corretto funzionamento del dispositivo software da loro progettato. E, quel che è peggio, questo potere lo utilizzano fino in fondo. Ma, asseriva Box, cosa fanno invece passare nelle loro reti quasi senza batter ciglio? Ma il porno naturalmente! Dunque bloccano COM+ e lasciano passare il porno. Ovviamente questa era un iperbole, ma cosa c’era di vero in questa affermazione? Il fatto che i siti web, qualsiasi essi siano, utilizzano protocolli standard quali http e https, mentre le soluzioni di remotizzazione dell’epoca, e talune ancora del giorno d’oggi (Net.TCP di WCF) o dell’altro ieri  (i vecchi channel .NET Remoting) usano porte e protocolli eccentrici. Dunque qual era la vera forza innovativa di SOAP? La mimesi del World Wide Web, il fatto di essere indistinguibili da un normale sito web.
E ancora oggi, che anche SOAP sembra essere ormai storia vecchia, superato dal Vecchio che AvanzaREST, il più famoso passo indietro di successo della storia recente dell’informatica, resta comunque la potenza filosofica e rivelatrice della genesi boxiana, così come resta ancora il dualismo tra sviluppatori e sistemisti, nella loro al contempo epica e patetica lotta per prevalere nel sempre più socialmente ristretto spazio che il resto del mondo ha deciso di concedere loro. Ve li ricordate i capponi di Renzo Tramaglino?

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