L'analisi del nuovo film di Ang Lee. Candidato ad 11 Oscar, trasposizione cinematografica dell' omonimo libro di Yann Martel, immergiamoci nel viaggio di Pi in compagnia di una tigre del bengala." />
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Vita di Pi, viaggio tra fede e ragione, viaggio tra una storia “vera” ed una migliore

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Ci sono modi e modi per raccontare una storia.
C’è chi sceglie la scrupolosa e minuziosa narrazione aderente quanto più possibile alla realtà, c’è chi invece decide di prendersi delle piccole libertà sulla riproposizione ed interpretazioni dei fatti, e c’è chi invece, sceglie che una storia possa rimanere tale pur se sconvolta e raccontata mediante immagini più funzionali alla trasmissione del suo messaggio. Scene che ci porteranno su strade totalmente diverse e che il nostro organismo inizialmente non assocerà ad un concetto chiaro e lampante, cosa che succederebbe più facilmente invece con un racconto attinente. Ma questa scelta di narrazione allegorica, molto simile alla fiaba, ha una utilità specifica e funzionale. Perchè quando si tratta di temi importanti non è tanto il come questi ci arriveranno, ma per quanto ci rimarranno addosso.
Quante nozioni acquisiamo in una vita? Quanti racconti ricchi di esperienza ci troviamo ad ascoltare e il più velocemente tentiamo di assimilare?
Ma quanti in realtà ci tatuano?
Ang Lee sceglie questo. La via del tatuaggio.
Tramite la trasportazione cine(strafigo)matografica dell’omonimo pluripremiato libro del 2001 di Yann Martel  “Vita di Pi”, tenta di farci assimilare una dose da overdose spirituale di concetti che spaziano da quelli più antropologici a quelli più spirituali, che tramite alcune chiavi di lettura si contrappongono mentre se guardate da un altro punto di vista si accostano e si completano, con il più volte accostamento citato di ragione e fede. Il tutto tramite il racconto della disavventura di un ragazzino indiano su una scialuppa, in compagnia di…una tigre del bengala.

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Partiamo dalla parte più semplice da analizzare.
Mantenendo comunque i piedi per terra e lontani da facili esaltazioni vi troverete solamente in fondo davanti ad uno… spettacolo visivo di pura bellezza.
Si potrebbe assistere alla versione 2D (cosa che ho fatto) convinti di essere in una sala 3D da tanto il contesto renda ciò che vediamo spettacolarmente immersivo. E lo spettacolo non è altro che lo spettacolo in cui siamo costantemente immersi. La Natura.
La fotografia di questo film sembra studiata apposta per celebrare la Creazione in uno spettacolo generato dai colori vividi, accesi, e dalla danza delle creature che ci si trova molte volte a subire con il senso dell’impotenza provata dal protagonista di fronte alla loro maestosità. La potenza del mare in tempesta è comunicata in maniera crudele ed efficace, salvo poi ribenedirla con tocchi di pura magia scenica, con una scenografia notturna composta per intero solo da due cieli. Quello tremendamente buio e stellato, e quello riflesso sulla superficie calma dell’acqua che gli fa da gemello creando così una sorta di universo globale senza alcun confine. Il continuum magico continua, tra balene giganti, immersioni marine che sanno di galassie e splendidi scenari da Nirvana quando il mare diventa delle tinte d’oro colato. E’ difficile descrivere tale bellezza ed è supponibile che se un Dio ci fosse e avesse voglia di dare un Oscar per la fotografia, la sua preferenza ricadrebbe su chi ha saputo esaltare in maniera così perfetta e attenta ciò che è stato messo a disposizione dalle sue attente mani.

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Ora scendiamo nel cuore del film.
Il film inizialmente, seppur dalla regia grottesca, si presenta in chiave molto semplice. La storia di un ragazzo inizialmente emarginato dal nome ridicolo, che tramite la sua subito resa nota furbizia, riesce a volgere a proprio favore la situazione creandosi un nomignolo che lo accompagnerà tutta la vita. Il personaggio è da subito caratterizzato in maniera molto attenta, a tratti esilarante, marcando maggiormente la sua totale apertura a tutte le fedi religiose, cosa che gli costa però i rimproveri del padre, uomo dalla poca fede ma dalla grande fiducia nella Ragione. La vita scorre tranquilla e allegra su melodie “francesine” fino a quando la famiglia costringerà Pi a lasciare la sua terra natale per imbarcasi in un viaggio che sarà per lui il viaggio della vita, ma anche e soprattutto un viaggio nella Vita.
Da qui il film diventa molto sfaccettato. Avventuroso nella sua semplicità, con momenti di dialogo dosati quanto basta per non annoiare lo spettatore che si mantiene comunque costantemente in allerta, conscio della situazione irrazionale a cui si trova di fronte, ma costantemente sorpreso e a volte divertito dalla bravura e dalla sagacia di Pi nel districarsi in una situazione tanto drammatica. Ma dietro tutto questo il film ci comunica messaggi in realtà molto importanti, dalla lettura multipla ed anche contraddittoria a seconda delle chiavi di interpretazione. Vediamo un ragazzo di fede che era stato quasi costretto a crescere e ad uniformarsi al credo moderno della ragione, per poi trovarsi  a dover ritrovare se stesso per sopravvivere, per ritrovare quella immensa forza che solo la fede costantemente messa sotto pressione dal dubbio può generare, per poi infine arrivare ad abbandonandosi totalmente a Dio. Ed è proprio la fede uno degli elementi che ne esce pienamente vincitrice in questo film, nelle sue vesti più positive ed universali. E’ lo stesso protagonista con il suo credo variegato (prima induista, cristiano e musulmano) a indurci a capire che non serve prendere una “bandiera”, o perlomeno non volutamente in questo caso, in quanto il film mira a porre l’accento proprio sulla forza della Fede che si sviluppa nell’uomo a prescindere dal credo.

Questa può essere una chiave di lettura come può esserla invece quella dell’accostamento della ragione alla fede. Il padre di Pi non è un personaggio presentato come negativo, tutt’altro. Ci viene anzi mostrato come un uomo dedito alla ragione ma che incita il ragazzo a credere fermamente in quello che vuole, purchè con forza e decisione. Una forza logica trasmessa che lo aiuterà nel tentativo folle di sopravvivere con una tigre su una zattera attraverso l’ingegno.
Ma l’analisi più interessante a cui questo film ci può portare, come ogni buona storia di naufraghi che si rispetti, è il processo di “deumanizzazione” che l’uomo subisce facendo venire così a galla la sua parte più bestiale e naturale. E questo è un argomento trito e ritrito, ormai siamo tutti abituati ai naturali istinti che quando ci si trova a combattere con la fame e lo smarrimento della mente vengono a galla. Il punto è, la visione che il Dio di turno potrebbe avere di tutto questo.
E in questa visione sembra proprio che la divinità accetti tutto questo e che anzi salvi l’uomo proprio in virtù di ciò. L’abbandonarsi ad ogni istinto primordiale, il commettere atti comunemente immorali in funzione del contesto viene vista come la più naturale delle conseguenze della vita, che quindi merita di essere rispettata. E in questo modo, tramite questa discesa nelle proprie viscere , l’uomo scoprendo la parte peggiore di sé ed accettandola, può trovare infine Dio.

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Le interpretazioni in questo senso si sprecano e potremmo stare qui a parlare ore e ore di visioni comunque molto soggettive e personali, e rischieremmo purtroppo di togliere quel fascino semplice e puro che questa sorta di fiaba vuole trasmetterci.
Ma il problema è che lo stesso regista non ha voluto fermarsi a questo. A sorpresa, tutto questo castello di cartone montato ad arte per nascondere parte di tutta questa scenografia cade nel finale, donandocene uno forte, molto forte(forse  troppo forte) che a qualcuno potrebbe risultare indigesto, mentre qualcuno potrebbe eleggerlo a vero proprio e lampante messaggio del film. Quello che ci farà fare più i conti direttamente con noi stessi, con la nostra visione delle cose e di come preferiamo rimanere tatuati da esse.

Le lezioni esistono e vanno imparate. Sta a noi decidere se impararle nei fatti, o nei colori di un fiaba.
 
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