Il nuovo capitolo della saga, visto e analizzato nella sua più grande nuova caratteristica: l'evoluzione del suo stile narrativo." />
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Halo 4, un soldato e un’IA alla ricerca della loro umanità

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Ci sono sonni che sono davvero difficili da interrompere.
Tra belle addormentate nel bosco, mele avvelenate e cadute in limbi onirici, scivolare nel mondo di morfeo può diventare più pericoloso che mai.
E questo era proprio l’esatto timore che abbiamo provato anni orsono. Quando abbiamo visto entrare lo Spartan 117  in quella cella di stasi criogenica è stato un saluto che per un attimo ha saputo di un freddo, freddo addio.
Un riposo a dire il vero necessario e maturato dopo anni di guerra ininterrotta, che ha portato a sconfitte atroci, perdite amare, viaggi e scoperte inimmaginabili, nuove alleanze e imprese il cui solo pensiero turba ancora la mente di chi a tutto questo, è riuscito addirittura a sopravvivere. Un riposo necessario, ma un riposo anche obbligato. Disperso in chissà quale angolo dello spazio e senza possibilità di recupero a breve termine, l’unica opportunità di sopravvivere per Master Chief è stata proprio quella di lasciarsi andare a questo sonno disperato, un sonno dal quale non si sa se si riemergerà mai. Un sonno che potrebbe essere lungo come l’eternità.
Ma, c’è un mestiere che questo non lo prevede. La possibilità remota di essere lasciati in una sorta di pace eterna, rinchiusi nei propri sogni dove la guerra non può più distruggere e non può più ferire, per alcuni ruoli non esiste.

Quando si sceglie il mestiere dell’eroe non c’è sonno da cui non si possa essere risvegliati.
Fortuna e sfortuna.

Ma questo è comunque un risveglio particolare, molto particolare. In questi mesi, pur nella staticità spaziale sono in realtà cambiate molte cose. E’ cambiato chi vegliava su questo sonno. La Cortana che ci ha augurato la buonanotte non è più la stessa Cortana di prima. La nostra fedele ancella ha qualcosa di diverso. Un’atmosfera malinconica contorna il suo sguardo, come se sapesse qualcosa che ancora non ci vuole dire. Ma in questi mesi è cambiato anche qualcos’altro. Qualcosa che neanche guardandoci intorno a 360° (vista la visuale in soggettiva) non riusciremmo comunque proprio a capire. Dovremo usare più l’udito, o più il cuore per capirlo. Perché ancora non ce ne siamo accorti, ma è cambiato anche chi dormiva.
Perché ad addormentarsi è stato lo Spartan117.
A risvegliarsi, è stato Jhon.

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Questo è il preambolo del nostro viaggio in Halo 4. Un viaggio che sarà un po’ come un nuovo, primo, “grande” viaggio.
Si perché questo 4° episodio sancisce il definitivo passaggio di testimone da Bungie (storica creatrice della serie) al nuovo sviluppatore interno Microsoft, 343 Industries (composto in buona parte comunque da ex dipendenti Bungie). Un passaggio che per molti è stato vissuto come un preludio al decadimento della serie. Come poteva una serie così particolare, così a se stante nell’affollato mondo sparatutto e che aveva già dato tutto quello che sembrava avesse da dare (e da dire), rinascere dalle proprie ceneri senza scadere nel fallimentare “more of the same”? Una rinascita, per di più,  non per mano della propria vera casa madre? Con intorno in aggiunta la pressione di Microsoft, che tramite le sue dichiarazioni faceva intendere di voler portare ad una cadenza annuale l’uscita degli episodi del brand, la situazione sembrava proprio vertere verso la commercializzazione estrema con relativo snaturamento dell’opera.
Quindi tanti cari saluti ai fan di vecchia data, benvenuto netto alla nuova mandria di “sparatuttari” dei vari CoD e Battlefield.
Timori di cambiamento, timori leciti. Ora però, si presenta una situazione davvero grottesca. Perché i nostri timori sì, si sono avverati.

Ma ne siamo più felici che mai.

Perché si, effettivamente siamo di fronte ad uno snaturamento dell’opera. Ma uno di quegli snaturamenti che forse neanche ti aspetti, ma in cui sempre sotto sotto, senza neanche saperlo magari, speri.
In tanti hanno amato Halo per svariati motivi. Chi per il suo Gameplay, chi per il suo multi. Ma in tanti hanno amato Halo anche come vera e propria opera fantascientifica per la sua bellissima storia, espansa in maniera splendida dai libri, ma che dava sempre e comunque poco spazio allo sviluppo dei personaggi e all’analisi introspettiva degli stessi.
Beh la notizia è che, ora, possiamo amare Halo anche per questo.

Benvenuti in un viaggio che ci porterà ai confini dell’universo tra una guerra finita ed una appena cominciata. Una guerra che comincia con una macchina ma che finisce, con un uomo.

HALO 4

Halo 4 è indubbiamente una nuova era nel mondo Halo pur essendo passati a livello di cronistoria solo 4 anni e 7 mesi.
Dopo una prima trilogia abbastanza statica fondata sulle ottime basi di gameplay /comparto armi / comparto nemici, la saga decide di rinnovarsi pesantemente. Lo fa nel comparto nemici, appaiando ai cari vecchi rimasugli Covenant le IA del mondo dei Precursori. Lo fa nel comparto armi, delineando tutta una nuova linea di bocche da fuoco appartenenti appunto alle suddette IA. Il tutto crea una varietà maggiore di gameplay con l’alternarsi di situazioni diverse a causa delle differenti razze di nemici (molta più differenza strategica rispetto al binomio Flood – Covenant) e relative armi da utilizzarvi contro. Nuovi scintillanti ambienti faranno da contraltare a tutto questo, perché il mondo studiato e disegnato per i Precursori è sicuramente il picco artistico più alto raggiunto dall’intera serie. Ma ad un altro momento l’analisi di questo. Diciamo che a conti fatti, sembra quindi che al massimo avremmo potuto pensare di ritrovarci con questo: il solito “solido” Halo, avvincente e rinnovato nei costumi, con una copertina diversa creata per una nuova storia, ma che manterrà comunque lo stile perseguito da tutta la serie.
Bene. Mai siamo stati più lontani dalla verità.
Se con il termine Halo pensassimo di definire tutti i precedenti capitoli, associandoli ad un certo tipo di gioco…
Benvenuti nel primo, vero, Halo 2.0

 

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Halo 2.0

Cosa rende così differente quindi questo Halo dagli altri?
Come detto prima, non tanto l’armeria, non il nuovo mondo, non i nuovi nemici, nemmeno la trama in sé.
Tutto lo stile narrativo si però.
Cambia nella sua mole di dialoghi, cambia nel suo andare in profondità nei personaggi, nel farli evolvere e nell’andare a fondo a molte tematiche morali importanti. Lo fa con una regia molto più cinematografica, dando la giusta lentezza ad alcune cut-scene, fattore importante per conferire il giusto peso ai dialoghi. Lo fa come ogni grande opera di fantascienza dovrebbe fare, mentre prima quasi ometteva tutto questo, ponendo l’accento più sugli eventi in sé rispetto alla loro ripercussione su personaggi e sul messaggio che in realtà essi lanciavano. In poche parole mette al primo posto la comunicazione al giocatore stesso, mantenendo però assolutamente inalterata tutta la struttura portante videoludica che tanto ha fatto innamorare il mondo in 10 anni.

Già dai primi minuti non è difficile accorgersi che c’è qualcosa di decisamente diverso in questo nuovo capitolo. Vediamo subito una Cortana decisamente turbata. Turbata nel suo essere, turbata già dalla prima decisione, quando vediamo la sua mano tentennare prima di risvegliare Chief. Un’ indecisione che sa poco di…IA.
Anche il suo avatar è cambiato. La stessa scelta di design ci dice che la vecchia intelligenza artificiale sta lentamente cedendo il passo a un qualcosa di più. Acquisisce un “corpo”, più verosimile, una linea fisica ben delineata dove non risaltano più i fiumi di codici in movimento, ma nascono fasci di luce più armoniosi che lo attraversano per intero. Queste prime indicazioni ci comunicano direttamente che è finito il tempo dei personaggi iconici e statuari. Avremo finalmente dei personaggi veri, plasmabili. Veri nelle loro reazioni, veri nelle loro emozioni e titubanze. Protagonisti di quest’opera che mira ad immergerli per farli uscire finalmente diversi e cambiati dagli eventi. E più cambiano i personaggi di una storia, più il fruitore se ne sente partecipe e ne guadagna in coinvolgimento emotivo. Un coinvolgimento emotivo che ci porterà ad immergerci nelle disfunzioni e nei drammi di una IA, giunta al suo 8° anno di vita, che deve fare i conti con il più grande dei problemi umani. La morte.
Una morte differente da quella umana, ma che però in qualche modo, la avvicina in realtà ulteriormente alla specie. Una morte data dalla follia da pensiero. Perché le IA, giunte al loro termine, pensano. Pensano fino ad impazzire. Pensano fino a dare sintomi di quella che è la caratteristica portante dell’essere umano. Pensano e provano sentimenti. Profondi. Profondi tanto da creare addirittura una vera e propria sensazione di identità propria. Emblematico e provante il momento in cui Cortana reciterà:

Ti assegneranno un’altra IA…Magari un altro modello Cortana.
  Non sarò Io…questo lo sai, vero?”

Profondi,  da creare attimi di intima titubanza su questa propria identità, con riflessioni come:

“ Posso fornirti infinite ragioni per cui so che il sole non è reale.
  Lo so perchè l’effetto di Rayleigh dell’emettitore non è congruo con la dimensione supposta.
  Lo so perchè il suo ciclo stellare è più simmetrico di quello di una vera stella.
  Ma soprattutto non saprò mai se sembra vero…se si sente… come vero.”

Prima che tutto questo abbia fine, promettimi che scoprirai chi di noi due è la macchina

Ultimi messaggi di una IA che sta scoprendo se stessa, perdendo paradossalmente se stessa. Messaggi a loro modo bellissimi, messaggi in realtà celebrativi della grandezza dell’uomo, che non saprà mai gestire i calcoli contemporanei necessari a far restare in orbita 5 stazioni spaziali simultaneamente, ma sa sopportare il peso di un cuore.
E se questo è già affascinante di per sé, il tutto lo diviene ancora di più. Perché questo percorso di crescita, di “umanificazione” da parte di un essere artificiale, non sarà fine a se stesso.
Servirà a portare un qualcosa di umano anche, in uomo.

Crescerà una macchina che insegnerà ad un uomo cosa vuol dire davvero, essere umani.

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“Dovevo prendermi cura di te”

Master Chief di umano non ha mai avuto niente. A partire dalle emozioni (se non l’ira indotta per il suo essere soldato) fino all’ identità propria. Lo Spartan117, come gli altri Spartan, non era che un numero programmato per eseguire ordini. Il giusto e lo sbagliato per lui non esistono e non sono mai esistiti. Esiste solo quello che gli dicono essere giusto e quello che gli dicono essere sbagliato. Ma questa barriera, questo confine, sta lentamente cedendo. Lo stesso confine che separa l’uomo dalla macchina, il libero arbitrio.
E, a scandire questa evoluzione, ci sarà proprio paradossalmente il rapporto con Cortana, con un essere che libertà di pensiero e di arbitrio teoricamente non ne ha. Un rapporto che ha finalmente l’evoluzione naturale che si è meritato, un evoluzione giustificata da quanto successo durante tutto l’arco narrativo degli altri capitoli, che non poteva non esplodere finalmente in questo. Un rapporto di amore platonico che avrà ora un’evoluzione a ritmi esponenziali.
Appena atterrati su Requiem, Cortana confesserà il problema che la sta deteriorando, e vedremo Chief reagire immediatamente in battuta pronta, direttamente, per la prima volta di iniziativa vera, rincuorandola e dicendole che avrebbero trovato un modo.
Non si fanno promesse da marinaio alle ragazze” lei risponderà. E da qui le barriere tra loro due si abbatteranno sempre di più una dopo l’altra con l’aggravarsi della situazione, con il restringersi del tempo, e si abbatterà sempre di più quel confine sottile tra ordine e volontà.
Fino all’ agghiacciante  momento in cui Chief pronuncerà la frase “No, signore”.
Un ordine diretto rifiutato.
E in quella piccola frase la morte di uno Spartan, la morte di una macchina, la nascita di un uomo.

Personaggi quindi che acquisiscono in simbiosi la stessa voglia di umanità.
Lei una macchina che impara ad essere umana. Lui un essere umano che impara ad essere, umano.
Due esseri distanti, che su strade differenti, si incontrano a metà.
Due esseri che finalmente si incontrano, ma finalmente anche fisicamente. Finalmente dopo anni, questo platonico rapporto può trovare nel finale una concretezza, minima, ma sufficiente ad esserne il simbolo, il “lieto” fine di un percorso apparentemente impossibile. Un lento requiem dove due creature incompatibili e distanti, con l’amore possono arrivare più vicine che mai. Un allegorica splendida scena che rievoca e si rifà moltissimo all’incontro tra il Peter Pan cresciuto e la sua trilli. In un tocco, il traguardo di un rapporto ma che rimarrà comunque sigillato solo in quel tocco.
E se dopo tutto questo è difficile trovare un effettivo lieto fine, le ultime parole pronunciate da Chief  ci fanno capire che alla fine Cortana è riuscita a svolgere anche il suo ultimo compito, la sua missione più importante. Non sarà più collegata alla sua tuta ma sarà molto di più. Continuerà ad essere nascosta e collegata ai suoi pensieri, per ricordargli per sempre l’importanza della sua umanità.

 ”Lei disse la stessa cosa una volta…Sull’essere una macchina

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E tutto questo processo, tutte queste affascinanti analisi, potrebbero restare assorbite dalla trama, splendida anch’essa per come è orchestrata in maniera più che cinematografica, o da altre tematiche interessati (come la sintetizzazione dell’uomo con la macchina già ripresa anche in Mass Effect) o nel dilemma morale sulla correttezza o meno del progetto Spartan, portato davvero in risalto finalmente come nei libri in tutta la sua drammaticità.
Ma mi sento di glissare momentaneamente su tutto questo.
Ci sarà altro spazio per analizzare anche questi aspetti.

D’altronde dopo averlo più volte salvato, ora lo spazio, è giusto che sia davvero tutto per loro.

Cort

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