L'analisi del film "Upside Down", un film che ci accompagna in due mondi dalle gravità opposte, ma che alla fine riesce solo a far trapelare la gravità del non saper comunicare allo spettatore nulla di quanto vorrebbe." />
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Upside Down, la “gravità” del non saper comunicare

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Non sempre le parole comunicano.
Fa strano dirlo, fa strano sentirlo, fa ancora più strano scriverlo, però è così.
Sarà forse parte della loro magia misteriosa,  di cui si fregiano nel momento in cui si pronunciano o nel momento in cui si disegnano, ma proprio è così, per comunicare non basta dire e non basta scrivere.
Capita appunto, per questa strana anti-legge naturale, di ritrovarsi in una sala cinematografica con gli occhi pieni, gonfi gonfi di bellezza che potessero ne sputerebbero quasi un po’, ma con una sensazione generale di vuoto che irrimediabilmente finisce per rovinare tutta l’esperienza.
E a quel punto allora a cosa diamo la colpa?
Darla alle immagini sarebbe inappropriato, una dichiarazione che stona, un vero pugno nell’occhio. Che forse un pugno ce lo tirerebbe proprio lui tanto si era riempito da esserne fiero, come una botte che gode solo del suo peso. A cosa diamo la colpa allora?
Semplice:  alle parole.
Semplice ed orribile, perché la magia di cui sono vittime ed artefici è, caso vuole,  la stessa magia di cui gode il silenzio, che può vantarsi invece di non far vibrare l’aria, ma di riuscire comunque molte volte a far vibrare le corde del cuore. 
Capita così che per questa magia, un film muto possa comunicare senza parole.
Capita così che per questa magia, un film tutt’altro che muto, possa non comunicare nulla pur usandone a bizzeffe.
Ma ora giù il velo, perché non stiamo parlando solo retoricamente, questo è lo strano caso di “Upside Down”, film diretto dall’argentino Juan Solanas, che si avvale di un’ estetica mozzafiato, parlante almeno quanto il miglior silenzio. Ma che si dà purtroppo anche una voce, e decide di usare le parole nel loro verso peggiore, lo stesso verso che fa sì che un  dialogo possa sembrare solo un lungo rumoroso silenzio.

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La trama, narra di una storia d’amore ostacolata da un “cattivo” quanto mai ostico e attrattivo. La gravità.
Si perché Adam (Jim Sturgess)  e  Eden (Kirsten Dunst) vivono in due mondi che girano assieme attorno allo stesso sole, ma che posseggono una forza di gravità opposta che ne allontana vicendevolmente tutti i corpi, che a loro solo quindi appartengono. Uno di questi due mondi è un mondo povero e sporco, sfruttato dal “mondo si sopra” che ne drena le risorse per far vivere i suoi abitanti nel pieno sfarzo futuristico, rendendo invece il “mondo di sotto” un luogo che riprende un futuro distopico — industriale.
A far da collegamento a questi due mondi, due cose : una vile società, la TransWorld, che si occupa del recupero delle risorse dal mondo sottostante tramite una grande torre, che ne rappresenta il malvagio intento capitalista; un ragazzo e una ragazza, che si avvicinano per caso contro ogni legge naturale e sociale, per tentare di dimostrare che non c’è forza di attrazione più grande dell’amore.

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Le premesse sono fantastiche non c’è dubbio. C’è tanta carne al fuoco che basterebbe per saziare ogni palato, o quantomeno per soddisfarne pochi scegliendo di mirare verso un determinato tipo di film piuttosto che un altro. Si potrebbe spaziare tra molti generi  a seconda del peso dato alla trama, ai possibili sottotesti sociali, o ai dialoghi tra i personaggi. Impegnandosi, ma impregnandosi proprio visto il ben di dio già imbastito tra fotografia e idea di base, si può però anche riuscire a imboccare quella strada che porta il film ad essere invece, un enorme silenzio attivo.

Come accennato prima il principale difetto del film sono le parole, ovvero la sceneggiatura.
La vuotezza dei dialoghi, la superficiale e scialba caratterizzazione di tutti i personaggi, creano una sorta di barriera impenetrabile tra lo schermo e lo spettatore, che li rende sì partecipi di un gioco dalle gravità differenti, e che permette quindi allo spettatore di guardare ben ancorato alla sua poltrona le vicende, senza provare un minimo senso di attrazione per quanto narrato.

La storia che vediamo riportata sullo schermo è sì ben pensata, con buonissimi spunti narrativi, ma è tremendamente mal inscenata.
La partenza del film ci pone subito a confronto con una regia che sembra aprirsi più ad uno stile narrativo simile alla favola (in contrasto con il pesante mondo fantascientifico creato, e le sue ben precise regole), gestendo le vicende in maniera abbastanza svelta ma delicata, mettendo subito l’accento sull’immensa forza visiva dell’opera , regalando alcune ottime scene ricercate (le prime passeggiate nel bosco) di una tenerezza che appunto fa intuire i caratteri abbastanza leggeri  con cui verrà gestita l’intera storia.
E solitamente il fraintendimento principale avviene proprio qui. O ti accorgi di come e cosa il film proporrà e ti poni in maniera relativa, o andrai incontro ad una sonora e cocente delusione aspettandoti cose a cui il film non mira. Purtroppo però quando un film non c’è proprio, anche preparandosi il palato appositamente, rimane davvero indegustabile.
Il film prosegue sulla trama che ci si aspetta secondo dopo secondo, e questo non ne è il male sia ben chiaro, ma il modo in cui essa viene narrata sì. Troppa scontatezza nei dialoghi, nelle reazioni emotive dei personaggi che pensano solo a ricalcare lo stereotipo di cui sono parte, impermeabili a tutto quello che ruota loro attorno. E anche provando a non pensare a quanto di buono si sta totalmente sprecando (come i problemi sociali non approfonditi), la classica storia d’amore contrastato non può funzionare senza che lo spettatore provi una reale empatia per i personaggi, per  le vicende, o per i loro sentimenti, che rimangono rinchiusi senza rendere partecipe il pubblico in quanto non degnamente comunicati, e che risultano quindi palesemente artificiali, come di plastica. E la narrazione al posto che decollare via via, scade sempre di più nel frettoloso buonismo (davvero eccessivo anche per film di questo tipo) che sa più di rattoppamento, riuscendo davvero a toccare l’apice dell’inverosimilità nei minuti finali.

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La cosa che però più indispone, come accennato nel prologo, è questo distacco netto tra le immagini fantastiche che ci ritroviamo ad assorbire al massimo dell’esaltazione, e le vicende blande e anonime che vi sono invece ambientate. Un mondo straordinario, che sembra frutto dell’intuizione avuta vedendo una scena del film “Inception” (l’addestramento del nuovo Architetto), che nella sua semplice ma spiccata originalità, riesce a reggere per  tutta la durata del film tramite la stessa formula, continuando a far sognare lo spettatore con maestosi campi larghi fantascientifici, e scene intime dai colori più saturi, quasi da paesaggio incantato. Ma dove la fotografia e la regia incantano (come gli incontri oltre le nuvole, il passaggio tra i mondi da mare a mare, o le sequenze di fuga) le parole distruggono. E se quindi davvero si voleva optare per una sorta di fiaba buonista a sfondo fantascientifico, male non avrebbe fatto (a fronte del risultato) l’accontentarsi di meno dialoghi, dando più spazio ai silenzi, alle espressioni degli attori (che di certo avrebbero saputo comunicare meglio anche solo con lo sguardo) e alle immagini, che risultano invece infettate da frasi completamente estranianti.

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In definitiva, un film che anche a fronte di una straordinaria ricercatezza visiva, rimane evitabile.
E se con la loro magia le parole riescono anche ad ammutolire immagini di tale bellezza, l’unica cosa che potete davvero valutare è la possibilità di reperirlo in Dvd, e schiacciando il tasto Mute (sacrificando purtroppo la comunque buona colonna sonora, evocativa in molti momenti), dare il via ad uno spettacolo esclusivamente visivo che saprà di certo comunicare molto di più.

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