Andiamo ad analizzare Remember Me, nuova Ip di Capcom, che appresta ad essere uno dei titoli più interessanti dell'anno. Impegnato a livello di contenuti, e con interessanti spunti di Gameplay, andiamo a fondo in quest'opera che ha tutti le carte in regola per riuscire a farsi ricordare." />
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Remember Me, quanto male può fare giocare con un ricordo?

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Il titolo si sa, non è proprio un dettaglio di assoluta irrilevanza in un’opera. A volte ingannevole, a volte invece emblematico sunto della poesia che si nasconderà all’interno del prodotto, questa parola o frase catalizza l’attenzione del fruitore fungendo da vero e proprio primo impatto, e ai fini commerciali acquisisce addirittura il doppio della valenza che in realtà dovrebbe avere. 

In ambiente videoludico però il titolo brilla addirittura di una luce superiore, perché abituati come siamo ai brand classici che danno vita ad una serie di seguiti che mettono a dura prova le doti matematiche comuni, o addirittura ad azzeramenti tramite remake (che uccidono definitivamente ogni sistema di catalogazione numerica, ed ogni dote matematica comune), ogni volta che appare un titolo “nuovo”, già la nostra attenzione si pone su livelli di allarme non comuni e rilascia nel corpo una buona dose di adrenalina. Quell’adrenalina particolare data da ciò che ci è ancora ignoto.
E quindi venire a contatto con questo Remember Me, nuova IP di Capcom (in uscita a Giugno), sviluppata dallo studio francese Dontnod, risulta davvero un fulmine a ciel sereno di questi tempi, che non si può non accogliere che con estremo piacere.
Ma non è finita qui perché il bello è che dietro questo nuovo titolo si nasconde anche un prodotto che sembra prendere per mano e sposare pienamente la nuova via battuta dal videogioco in questi anni, quella che fa del videogioco un mezzo di espressione e di comunicazione di tematiche serie ed importanti, dietro una ricercatezza visiva molto marcata. Quella strada che fa del videogioco insomma, un mezzo pienamente artistico.

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Remember Me pone la sua attenzione sull’importanza dei ricordi
Non solo, ma andiamo per ordine.
Il titolo ci immergerà in una Parigi futuristica (Neo-Paris) nell’anno 2084, dove una grossa multinazionale (la Memoreyes), ha la possibilità di “storare”/estrarre/modificare i ricordi. Nata inizialmente con le migliori intenzioni e sotto la più grande acclamazione, è ora caduta nei classici giochi di potere di cui cade vittima ogni multinazionale che si rispetti, dimenticando gli iniziali etici intendi di miglioramento della vita comune. Ora detiene un controllo totale sulla società, una società che in lei si rispecchia, vittima inerme, e che fa nascere ogni suo cittadino correlato di un dispositivo di archiviazione della memoria (Sensation Engine) che la Memoreyes sfrutta a piacimento per esercitare il suo dominio.
E in questo ambiente ci muoveremo noi, con la nostra protagonista Nilin, ragazza dura e seducente facente parte di un gruppo reazionario (gli Errorist) che si oppone a questa società tentando di limitarne i danni e sabotarne gli intenti. Danni che si ripercuotono sui singoli individui, perché chi abusa di queste trasfusioni/alterazioni di memoria, perde lentamente la sua identità, rischiando di diventare un “reietto” un “Leaper”. 

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Questo è il background di base che farà da sfondo alle vicende. Ed è sufficiente basarsi su questo,o sulle interviste al direttore creativo (Jean Maxime), per notare le importanti tematiche più che mai attuali che vengono trattate in quest’opera.
Partendo da un tema come la volotà di alterazione di un ricordo per fini salvifici, tematica cara a film come “Eternal sunshine of the spotless mind” o “Vanilla Sky“, ecco che ci viene nuovamente descritta una società umana che all’apice della sua evoluzione, non aspetta altro che l’ulteriore spinta tecnologica che le permetta di sfuggire al dolore. Un dolore che però si autoinfligge con la sua spinta corsa evoluzionistica, e a cui però poi tenta vigliaccamente di ritrarsi, scadendo nel sotterfugio immorale, non capendo ancora una volta che non è possibile sottrarsi alla catarsi della sofferenza senza dover rinunciare alla totalità della propria natura umana, che comprende anche la felicità. Ed ecco che all’oscuro di questo processo degenerativo, nascondo questi Leaper, ritratto e satira dell’uomo moderno, una creature persa, megalomane alla ricerca di se stessa, di una identità a cui ha volontariamente deciso di rinunciare perché affascinato e tentato dalla possibilità di non soffrire.
Dal trailer:

prendere l’essenza di qualcuno

e riscriverne il passato

è come essere Dio

Ulteriormente a questo tema è possibile leggere chiaramente anche il deciso senso di denuncia rispetto alla digitalizzazione dei ricordi a cui ci stiamo velocemente sottoponendoci ora, e a cui non diamo il giusto peso. Un peso che potremmo pagare a caro prezzo, sia in termini economici, sia in termini antropologici.
Sempre di più tendiamo a condividere (Social Network, sistemi di telecomunicazioni onnipresenti ed onniscienti) vari frammenti che compongono il nostro essere. E lo facciamo di continuo. Il pericolo di andare incontro ad una progressiva perdita di identità, data dal risconto della cosa e dalla ricomposizione continua di questi frammenti condivisi, è alto. L’immagine che diamo molte volte, naturalmente si scontra con l’immagine che noi stessi abbiamo di noi, l’immagine che “siamo”, e quando perdiamo il tempo necessario per rimanere soli con noi stessi, perdiamo la nostra stessa possibilità di auto-affermazione personale, a cui rimanere saldamente aggrappati in questo scontro continuo a cui siamo sempre più chiamati. Ed ecco che perdere il tempo per la nostra intimità diventa, in un’epoca di connessione continua, la via più breve per non ricordarci più chi davvero eravamo, ed essere così trasportati via dalle immagini che gli altri hanno di noi.
E non è solo lo sharing il “male” che si vuol sottolineare, ma il continuo “upload” che facciamo di ogni frammento della nostra vita privata, in questa rete “generale” a cui a troppi permettiamo l’accesso. Questo abbatte lentamente il “limite” personale dell’Io, portandoci ad essere sempre più un organo comune rispetto ad una coscienza singola, a cui tutti possiamo attingere e da cui tutti possiamo drenare le stesse cose, e che ci può portare a perdere il contatto con la nostra vera pelle.

Se tutti sanno tutto, tutti sono tutti.

E in tutta questa condivisione, in tutta questa comunicazione del ciò che ci piace o meno, facile è inserirsi per queste multinazionali nel nostro circuito di piacimento, che permette loro così di diventare, senza neanche il tempo di accorgercene, la nostra nuova terra da calpestare, delle sabbie mobili da cui è ormai impossibile uscire. Non per niente l’infido e bipolare slogan della “MemorEyes” che ci appare in tutta la sua claustrofobica e maestosa presenza è “ Trus Us. We won’t forget you”.
Un gigantesco e pericoloso occhio  sociale a cui non è più possibile sottrarsi, che ci pone in una sorta di gabbia dalle sbarre pubblicitarie, un tema ripreso anche ad esempio ultimamente dal Batman Rises di Nolan.

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Attento a giocare con i ricordi

Ora parliamo delle caratteristiche prettamente ludiche.
Dopo molti anni di attesa nel limbo delle nostre più alte aspettative, ci troviamo a scontrarti gioco forza con il peso della realtà. Ed è un peso che fa intuire un certo pericolo nel trasportarlo, nel rendere tutte queste fantastiche prerogative una realtà giocabile e godibile. 
Il compito è arduo, perché il tentativo sembra essere quello di portare un prodotto che denota un certa importanza tematica di fondo più che acclamata, (inizialmente l’opera  richiamava tantissimo i titoli Quantic Dreams, anche in virtù degli ex dipendenti che compongono lo studio francese) e al contempo farlo coincidere con le esigenze moderne di solido gameplay, cosa che invece Quantic Dreams con i suoi titoli si guarda bene dal fare, avendo fondato e studiato uno stile di gioco ad hoc, basilare per la corretta veicolazione dei messaggi che con i suoi giochi vuole trasmettere, senza che essi vengano sminuiti o assorbiti totalmente dal materiale ludico. L’opera sembra quindi una sorta di ibrido, al quale viene naturale avvicinarsi in maniera guardigna.

Esso si pone come classico Action/Adventure, riproponendo sessioni di arrampicata ricordanti prodotti come Assassin’s Creed, con fasi di lotta più simili ai recenti Batman. Sessioni di corsa, il cui tracciato sarà “intuibile” dai vari colori a schermo, rievocano anche il mai troppo lodato Mirror’s Edge, e la sensazione di questo miscuglio ad occhio risulta più piacevole che mai.
Purtroppo, sempre ad occhio però, si notano anche numerosi problemi a livello di animazione che fanno sembrare tutto ciò che avviene su schermo un po’ troppo legnoso, quasi “finto”, abbassando così notevolmente le soglie di immersione a fronte dell’ottima grafica generale in cui ci ritroviamo immersi data dall’Unreal Engine 3.
La cosa realmente affascinante sarà l’utilizzo dell’alterazione della memoria durante appunto tutta la sessione di gioco, sia negli scontri, sia nella fasi adventure. La memoria sarà difatti utilizzabile come vera e propria arma. Negli scontri sembra che le abilità di Nilin  possano essere utilizzare in combo ai colpi ordinari, mantenendo comunque gli scontri sotto un profilo classico, mentre saranno le fasi adventure a dare il via alle  sessioni più importanti ed originali del gioco, chiamate “memory remix”. Dovremo infatti modificare i ricordi di alcuni bersagli target, entrandovi all’interno e modificando alcuni eventi di base che saranno il fulcro delle loro azioni future. Rivendendo la scena come un film, potremo far agire il personaggio in maniera differente agendo su determinati eventi ed oggetti, il tutto però in maniera scriptata.
L’idea è fantastica , un concept molto simile ad un Inception (lo studio ha già precisato che la loro lavorazione era inziata addirittura prima delle riprese del film), ma ludicamente parlando, alto, altissimo, è sembrato il rischio di scadere solamente nel classico schema di “trial and error”, togliendo un po’ della  bellezza e del fascino di cui avrebbe goduto avendo uno schema che non prevedesse in automatico di ritentare in caso di fallimento. Per tutto questo però il gioco avrebbe dovuto snaturarsi molto e quindi al momento in fase previsionale, risulta un difetto molto relativo, e che rende comunque molto godibili ed originali tali punti di intermezzo.

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La speranza è quindi quella di non vedere sprecato tutto quanto descritto in questo articolo. Ci troviamo con di fronte un’ opera che ha tutte le carte in regola per collegare i più alti intenti comunicativi “Cageiani”, con un gameplay che non rinuncia e non rinnega la dinamicità e il divertimento dei titoli “ordinari”.
Il fascino è indubbio, e la cosa che più avrà importanza sarà il grado delle emozioni trasmesse all’utente, ed in questo modo, non ci saranno animazioni che potranno tenere questo gioco fuori dalle esperienze memorabili di questa generazione.
Chi meglio di lui d’altronde dovrebbe conoscere la formula per farsi, ricordare.

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