Il film prodotto da Guillermo del Toro tratto dal corto "Mamà" con alla regia il suo stesso autore Andres Musichetti. Immergiamoci in questo film dalle tinte j-horror che sembra attingere però anche a quel ricettario fiabesco tanto caro al suo produttore, che ancora una volta tenta di stupirci non riducendo l'horror ad un solo futile spavento." />
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“La Madre”, 3/4 di horror e 1/4 di fiaba

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Guillermo del Toro non è certo un nome che ha bisogno di presentazioni.
Noto regista, sceneggiatore, produttore ed ebbene sì anche scrittore messicano, negli ultimi 10 anni questa figura è diventata un vero e proprio punto di riferimento in fatto di cinema, soprattutto di cinema horror (lasciando a malincuore da parte i vari HellBoy 1 & 2 e la sceneggiatura di un tal “Lo Hobbit”) .
Un curriculum fatto di capolavori come “La spina del Diavolo” e il mai troppo lodato “Il labirinto del fauno”, ne fanno una vera e propria icona di genere, in tempi in cui l’horror non gode più certo di grande fama.
A suo grande merito va l’aver saputo dare un’impronta differente da quella che ordinariamente eravamo abituati ad avere attraverso altri registi. Se difatti non è strano vedere il genere horror come mezzo critico verso alcuni aspetti societari, grazie alla sua sfacciata forza che gli permette di trattare temi scomodi in maniera ironica, già di più lo è vedere questi  stessi temi e questa stessa forza d’impatto, fusi anche con aspetti  narrativi di tipo fiabesco. Il grande merito di quest’uomo è proprio quello di aver portato alla ribalta un sottogenere dell’horror, quello delle fiabe nere.
Andres Musichetti invece ha già più bisogno di presentazioni. Al suo esordio dietro la macchina da presa con questo “La madre” , primo suo lungometraggio ispirato ad un suo corto omonimo “Mamà” (guardalo!), è stato capace prima di far innamorare il suddetto guru con questo suo corto convincendolo a produrlo, poi è stato capace di trarne appunto un lungometraggio a prezzo modico che in America ha incassato 33 mln di dollari in soli 4 giorni.
E’ ora quindi doveroso andare a verificare come questo regista esordiente abbia così perdutamente fatto innamorare produzione e pubblico, apprestandoci alla visione di questo la madre che neanche a dirlo, inizia con un
C’era una volta”.

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 Jeffrey dopo aver ucciso la moglie decide di scappare portando con se le sue figlie Victoria (Megan Charpentier) e Lili (Isabelle Nelisse). Ignare di tutto le due salgono in macchina con il padre, ma dopo essere finiti fuori strada si ritrovano ai margini di un bosco, dentro il quale si nasconde una misteriosa baita. All’interno il padre, colto da un raptus di follia, decide di farla finita e in procinto di uccidere prima le figlie poi se stesso, verrà bloccato una misteriosa entità che lo porterà via con sé. Le figlie, lasciate sole in questa casa in compagnia di questa presenza, passeranno 5 anni di isolamento prima di essere ritrovate grazie  ad una spedizione finanziata dallo Zio Luke (Nikolaj Coster-Waldau), che mai aveva smesso di cercale. Riportate alla luce e alla società ora le bambine si comportano in maniera animalesca ed inquietante,  ma nonostante questo Luke non demorde e decide di prenderle in affidamento con sé e la sua compagna Annabel (Jessica Chastain). Quello che Luke ancora non sa, è che quell’entità che le bambine chiamano “Madre” non ha affatto deciso di lasciarsele portare via.

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Questo “La Madre” non un film horror canonico. Questo è bene preventivarlo. Se siete in cerca di facili spaventi, salti dalle poltrone dati da un “Buh!” che non vi aspettavate, statene alla larga. Lo dice la stessa durata del film, che abbandona il classico minutaggio dei 90’ per sfondare il muro dei 100’, come a dirci già in anticipo: qui c’è qualcosa di più.
Come ci avvisa del resto quel “C’era una volta” mostrato prima dell’ inizio del film, buttato li non per caso, ma per ammonimento. Questo è un film che riprende in pieno ( e si innalza a nuova vetta) lo stile del produttore Del Toro, ma decide però di non rinunciare ad un briciolo della salsa horror canonica, scendendo quindi solo a compromessi con lo stile fiabesco da lui tanto amato.  Saranno inizio e fine a darci appunto questa chiave di lettura ulteriore, nel mezzo avremo invece un horror che si rifà in pieno al j-horror  moderno dei vari The Ring/The Grudge. Nonostante tutto anche da questo punto di vista, è bene sottolinearlo, non rinuncia certo a distaccarsi dagli stessi come stile registico, risultando più particolare ed efficace che mai. La forza del film è proprio quella di inquietare mostrando, senza pensare a sorprendere. Poche (ma efficaci) saranno le scene in cui verremo sorpresi da un qualcosa di inaspettato, molte invece saranno le scene che ci terranno con il fiato sospeso, e non tanto per una sensazione di attesa protratta fine a se stessa (lo stile di The Blair Witch Project per intenderci), ma più per lo stile con cui saranno mostrati questi elementi.  Fuori campo, non definiti ma quasi sempre in scena nei momenti catartici, questo girotondo pazzesco palesato e inverosimile farà leva su movimenti “scattosi” affibbiati ad una colonna sonora straniante, che ci metteranno sull’attenti proprio per la loro voluta appariscenza. E non sarebbero di così grande effetto se questi elementi, non sembrassero usciti proprio dai peggiori incubi “Lovercraftiani”.

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Saranno le bambine stesse però ad inquietare lo spettatore maggiormente con movimenti rapidi innaturali e animaleschi, in un senso di oppressione crescente pur avendole costantemente o quasi a schermo.  Come crescente sarà il ritmo del film, all’inizio molto lento poi via via sempre più incalzante (vera e propria perla registica la scena in prima persona, stile videogioco fps). Ma molte volte, pur con le sensazioni di orrore provocate da momenti molto azzeccati, ci ritroveremo interessati alla vicenda dimenticandoci di essere in presenza di un film horror.

Questo riesce grazie all’attenzione e la cura riposta nei personaggi. Le bambine come già detto sono l’elemento memorabile del film, anche grazie alla loro ottima interpretazione attoriale. Dapprima veri e propri echi prodotti da un fantasma, via via in costante evoluzione. La bravissima Jessica Chastain poi nel ruolo di Annabel, ci porta benissimo all’interno del vero tema del film: l’affetto materno.
Perché sì, in questo film c’è anche spazio per il calore dei sentimenti e l’affermazione degli affetti. Il titolo la madre è ambivalente, sì ricorda il mostro di copertina, ma ci indirizza più a fondo sul tema interessante che il film mediante questo dramma  vuole andare ad indagare. Tutte le madri che si dibatteranno per queste due bambine, non sono le loro madri naturali. Ma l’amore, la forza innata quasi bestiale che si svilupperà a difesa dei propri figli sarà quella di una madre vera e propria. Grandissima cura è stata data all’evoluzione del rapporto dei personaggi e per questo ogni reazione ci sembrerà verosimile. E nei momenti finali del film (davvero toccanti) , in un finale che rievocherà nei colori una vera e propria fiaba, avremo la risposta alla domanda che il film ci pone. E’ più importante essere madre di qualcosa, o sentirsi la madre di qualcuno?

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Infine chi prima vedrà il corto e poi il film, capirà la perfetta opera di espansione che di esso è stata fatta (il corto è anche inserito nel film con lievi modifiche a mo’ di presa in giro). In questi 100’ min troveremo tutto quello che il corto ci preannuncia, uno stile registico ricercato e originale, immerso in una storia che al di la di ogni aspettativa riesce a rimanere ben impressa, riuscendo a spaventare ma anche ad emozionare. Una risposta sonora per tutti quello che credono che l’horror sia morto. Una risposta sonora per tutti quelli che pensano che horror voglia dire solo spavento.
Dietro una fiaba c’è sempre qualcosa da imparare, dietro alla paura anche.
E dietro questo “C’era una volta…” ci sono tutt’e due.

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