Il guizzo che non guasta in un lavoro, quello dello sviluppatore, considerato noioso dai più.   Poiché nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende. Leonardo Sciascia Ci sono due categorie di programmatori: nel primo vi sono quelli che gradiscono le soluzioni out of the box, cioè […]" />
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La presunzione di un serializzatore

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Il guizzo che non guasta in un lavoro, quello dello sviluppatore, considerato noioso dai più.

 

Poiché nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende.

Leonardo Sciascia

Ci sono due categorie di programmatori: nel primo vi sono quelli che gradiscono le soluzioni out of the box, cioè già pronte alla bisogna, che gli consentano di concentrarsi sull’obiettivo finale e cioè sull’applicazione che devono scrivere e quelli che cazzeggiano… Il cazzeggio è quel desiderio parossistico di presumere che si possa sempre superare il limite tra una normale applicazione basata su quello che c’è e un’altra, invece, fatta anche con quello che ancora non c’è. E cosa sarebbe quello che già c’è? Banalmente sono il codice e le componenti già scritte, dallo sviluppatore stesso o dal resto del team, nel progetto in fase di realizzazione. Ma, allargando, è quello che è già fornito da librerie di terze parti, snippet di codice preesistenti o magari una sana Googlata…  Gli altri, invece, sono coloro che presumono di andare oltre quello che c’è, fa una presunzione e dunque è… diciamolo… presuntuoso. Ma almeno si diverte e, alla fine, magari risulta persino più efficace, perché se ci si limitasse all’esistente, verrebbe meno l’unica parte affascinante di un lavoro che annoierebbe anche il Ragionier Filini: la parte creativa.

Checché se ne dica, infatti, esiste una fase creativa, quella davvero divertente, in cui devi inventarti le soluzioni. Il parto creativo dura poco, come tutto ciò che meriterebbe di durare di più, come tutti i precoci sanno, ed è ciò a cui i programmatori pensano quando pensano che il loro sia un bel lavoro. Ma, soprattutto, c’è la parte noiosa, quella ripetitiva, in cui devi implementare, e cioè scrivere il codice per fare delle cose. E’ la fase del bravo cane, che sarà oggetto di future riflessioni, quella in cui lo sviluppatore si limita ad implementare le specifiche, magari seguendo scrupolosamente le indicazioni e le idiosincrasie del protocollo, del capo o delle abitudini.

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Quindi che fare, ad esempio, quando scopri che la tua applicazione non regge il carico di rete, che il lato server pare vittima di un attacco DDOS  se ci sono più di tre utenti, se ti passa tutta la vita d’avanti ogni volta che chiedi al tuo client di tirare già una lista di più di cento elementi? Cerchi, fai congetture, monitorizzi, ravani ed infine scopri che ogni volta che tiri giù un grafo del tuo fantastico domain model dal server, per portarlo sul client, l’infrastruttura di comunicazione sembra che stacchi un iceberg titanico per farlo transitare dalla ADSL di teletù del tuo miglior cliente che poi è anche il più micragnoso con la banda…

Che fare dunque? E giù con speculazioni sulla necessità di riscrivere tutto con i DTO, tentativi di prenotazioni last minutes nella famosa clinica svizzera per suicidi o fantasie morbose che prevedono l’allestimento di un servizio di pony express per recapitare direttamente in ufficio dal cliente un CD giornaliero con i dati del grafo maledetto.

Oppure fai la cosa più bizzarra e meno ovvia che ci sia: decidi di mettere meno all’algoritmo di serializzazione del grafo, nel senso che ne scrivi uno nuovo a rimpiazzo di quello standard dell’infrastruttura di comunicazione, per ridurne la dimensione con trucchi vari ed eventuali, senza escludere le famose giaculatorie del messaggero!

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