Il nuovo film del regista francese Francois Ozon è ritornato, a distanza di pochi mesi dalla sua pubblicazione, nella catena Uci Cinema per il ciclo di programmazione speciale dedicato al cinema made in France. Un film imperdibile, un vero gioiello della settima arte, che ci porta a capire quanto fascino risieda nel difficile rapporto che si instaura tra autore e lettore." />
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“Nella casa”, la dipendenza di un racconto nelle immagini di un film

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Le parole di un racconto possono renderti  un carnefice, oppure una vittima. Possono essere un sussurro che parte dalla mente ed arriva fino alla punta delle dita, dove troveranno finalmente una via per potersi sfogare improvvisando la loro forma, o possono essere anche un sussurro che ti entra dagli occhi, e prende la via più breve per arrivare sempre lì nella tua mente,  dove questa volta, troveranno non più una maniera per uscire, ma una maniera per restare. In ambedue i casi, comunque, sono come una droga. La prima una droga che ti sovraeccita, e ti porta a perdere la concezione di qualsiasi limite pur di lasciarle uscire. La seconda, una droga che ti allieta, ma così tanto, da creare un’assuefazione quasi immediata, un’assuefazione che fa diventare poi impossibile il fermare il loro fluire. E che tu sia la sfortunata vittima o lo ancor più sfortunato carnefice, beh, poco cambia ad un certo punto. Perché il mostro che hanno insediato o che hanno appena fatto uscire dalla tua testa non è affatto diverso, è sempre lo stesso. Questo mostro vorace e suadente, il perfetto tramite tra queste due figure, che fa da spola tra lettore e autore, e li mette lì, incredibilmente alla pari, e crea una nuova droga, una droga così potentemente logorante che li colpisce in maniera ancora peggiore.  Li rende infatti, a loro malgrado, l’uno, la dipendenza estrema e irrinunciabile dell’altro. Strana storia la storia di questo strano mostro. Strana storia, la storia, di questo “racconto”.

Questo breve incipit sta a introdurre il film di cui si parlerà in questo post. Questo “Nella Casa”, film francese ad opera di Francois Ozon uscito ormai qualche mese fa, rivedibile in questa settimana appena trascorsa nelle giornate di Lunedì e Martedì nei circuiti Uci Cinema.
Ed è senza ulteriori indugi che andiamo a parlare di questo film rivelazione, che prende due appassionati di lettere e li rende complici di questo strano gioco, un gioco chiamato creazione.

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Il professor Germain (Fabrice Luchini) scova tra i compiti della sua nuova classe di seconda liceo un racconto di un suo alunno, Claude (Ernst Umhauer), che a contrario degli altri, fa intravedere una certa qualità di scrittura. Il racconto ha però un tema particolare. E’ infatti la descrizione del weekend di Claude passato a casa dell’amico Rapha, un weekend a quanto pare a lungo atteso dal ragazzo. La narrazione di Claude ha difatti un tono non molto conforme, fa emergere allusioni in riferimento alla madre e piccole ossessioni riguardanti il nucleo famigliare racchiuso da “quella casa”. Per questo il professore, decide inizialmente di riprendere Claude, ma nel farlo, coinvolto dal suo talento, lo incita a continuare a coltivare la sua scrittura che però, vede come principale e irrinunciabile fonte di ispirazione proprio la vita insita in quella casa. Il freno posto dal professore quindi cede, e diventa anzi una spinta a proseguire in queste strane, e sempre meno formali, frequentazioni.

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Il film di Ozon, pur essendo una creatura assolutamente particolare, riesce a creare un effetto di dipendenza praticamente immediato. La storia, il cui arco narrativo gira continuamente intorno alle letture dei temi di Claude ed è scandito dalle stesse,  ci viene quindi “raccontata” e al contempo “mostrata”. Ed è già questa la prima (e forse maggiore) formula vincente utilizzata dal film. Riesce, tramite questo mezzo, ad incuriosire  terribilmente già dalle prime scene pur avendo, sempre inizialmente, di curioso ben poco. Ma l’effetto delle parole, in voice over all’inscenamento delle stesse, ha un effetto descrittivo così potente da caricare questi quadri delle “parole” che altrimenti non avrebbero potuto esprimere.  Parole che sarebbero state relegate alla nostra intuizione, e che qui invece, lo spettatore assorbe al massimo della loro potenza subendone tutti i contenuti nei dettagli: curiosità, metodicità, morbosità fluiscono perfettamente da questi temi che trasformano queste visite banali, in questa casa medio-borghese, in visite curiose, che descrivono un universo preciso, metodico, ma al contempo interessante agli occhi di questo estraneo che ne “satirizza“(non solo) i contenti.
Racconti resi tanto interessanti che presto inizieranno a prendere possesso di tutto, sia delle menti dei personaggi, che della realtà stessa.

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La grandezza del film sta proprio nel riuscire, in maniera cinematografica, ad avvalorare terribilmente la forza di un racconto. Forza che sarà appunto l’energia scatenante, e il fulcro narrativo, sul quale gireranno tutti i personaggi, stregati dalla voglia chi di voler scrivere (e descrivere), chi di voler leggere. E senza che neanche essi possano rendersene conto, tutto questo,  li porterà oltre i limiti dei loro confini: confini ruolistici, confini relazionali, confini di privacy, confini morali ed addirittura legali.
Ma il confine che più di tutti viene oltrepassato (distrutto) è il confine che separa la realtà dal racconto. Tutto via via perde di definizione: sia a livello visivo, con l’intrusione di personaggi esterni al “raccontato” del tema nelle scene dedicate ad esso, sia a livello storico, dove vediamo i personaggi stessi  sacrificare la stessa realtà e le scelte che comporta, proprio in funzione del racconto e delle vie che prenderà. I protagonisti sono due personaggi vittime, in maniera differente, delle “lettere”. Due personaggi che partecipano ad un gioco di reciproca complicità che li porta via via su un confine sempre più labile, con la realtà che diventa solo un mezzo subordinato utile a dare vita ad un racconto che deve essere interessante, racconto a cui i due prestano momentaneamente quindi, le loro stesse vite.
Tutto questo gioco fa acquisire al film un certo ritmo e certe dinamiche che ne alzano profondamente la tensione, tempestando la storia di piccoli punti di domanda che invogliano (come spiegato nel film) il lettore (qui spettatore) a chiedersi cosa succederà, o che escamotage troverà il protagonista per arrivare al suo fine. Storia, raccontata e abilmente interrotta ogni volta per lasciare nascere la giusta attesa, una suspance da vero thriller, che cresce fino a risultare al limite dell’opprimente. Uno spettatore oppresso e costantemente in balia della domanda, “fino a dove si spingeranno?”

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Ci sarebbero altri elogi da fare, come la splendida enfatizzazione di alcuni passaggi da parte di una colonna sonora molto tagliente, il piccolo manuale dello scrittore che il film vuole essere,  situazioni che fanno diventare l’autore dipendente dalle sue stesse “creature”, si potrebbe parlare un’ infinità della cura di ogni scena (l’immagine di chiusura e lo scomparire dello sguardo della madre nei cieli “simil dipinto” sono favolose).
Ma è meglio limitarsi ad elogiare il contenuto principale del film : queste parole, che in qualunque situazione ed in qualunque modo, riescono sempre a trovare una giusta via per essere create e lette. Che riescono sempre a trovare la giusta via per far entrare qualcuno “nella casa”, o nella vita di qualcun altro. Parole, che trovano sempre un autore ed un lettore che le adotti, due elementi necessari che le accompagnano pronti ad unirsi sempre, nonostante tutto,  a qualunque costo.
Un costo che potrebbe essere caro, sia per il lettore vittima, che per l’autore carnefice.

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