L'ultimo film del controverso regista M. Night Shyamalan arriva nei cinema e ci mostra come la relazione tra uomo e paura, sia uno scontro tanto rurale quanto fantascientifico." />
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“After Earth”, la paura del dopo-Terra

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Che cos’è la paura?
O più che “cos’è”…perché la si prova?
Per una risposta a queste domande dal sapore filosofico e biologico potremmo rivolgerci ad antropologi, psicologi ed esperti di ogni tipo. Tanti sono i campi che potremmo analizzare per scoprire da dove esattamente derivi e quanto in profondità esattamente arrivino le sue radici.
Potremmo anche rivolgerci però, a chi con questa emozione ci gioca ormai da parecchio tempo. 
Il giocherellone di turno, tale M. Night Shyamalan, è un regista indiano che deve le sue fortune alla sua vera ormai madrepatria, quella Hollywood che tante volte gli ha permesso di divertirsi oltremodo con questo gioco strano dai colori lugubri. A nostre spese con i suoi film abbiamo capito che la sua scienza di utilizzo di tale strumento era sì efficace, ma a volte sicuramente oltremodo strana e bizzarra.
Non tutti i suoi giochi infatti (eccezzion fatta per l’unanime capolavoro “Il sesto senso”) ci hanno permesso di stare “al gioco”. Risultati molto disparati e controversi, tutti denotati da una strana e sempre suggestiva visionarietà (unita anche ad una strana gestione del ritmo registico), hanno messo comunque alla luce i lineamenti caratteristici che questo regista riesce a dare ad ogni suo prodotto. Prodotti ibridi e particolari che spaziano agilmente tra i generi horror, thriller, superhero movie e sì, addirittura  fantascienza.
Ed è riprendendo in mano proprio quest’ultimo filone appunto, già pizzicato con “Signs” e “E venne il giorno”, che il regista decide di tirare nuovamente fuori il suo gioco preferito. Quella paura che ormai aveva da un po’ accantonato, e decide di provare a darcene una definizione veritiera e assoluta nella maniera più strana, esattamente, con un film di fantascienza in cui l’essere preda della paura, per gli uomini, vuol proprio dire diventare preda.

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La Terra è ormai diventata un pianeta inabitabile a causa della rovina a cui l’uomo l’ha condotta. L’umanità, per sopravvivere ai suoi disastri,  è dovuta quindi in tutta fretta e furia migrare su un altro pianeta , esattamente Nova Prime. Qui però non ha trovato una dimora tranquilla, tutt’altro. E’ difatti subito insorta una guerra civile con i nativi del posto, gli Skrel,  non affatto convinti di lasciar proliferare l’umanità sulla loro terra, dando loro la caccia avvalendosi di bestie feroci e inarrestabili subito diventate un vero e proprio incubo per la nostra razza, gli Ursa. Questi esseri risultano ancor più pericolosi perché, oltre che di una certa forza e dimensione, fiutano anche la cosa che l’uomo genera praticamente da quando è comparso: la paura.
Ma tra le file dei Rangers, la forza di difesa insorta per fronteggiare questa minaccia, ci sono appunto uomini che riescono a “spettrarsi”, a rendersi invisibili a questi esseri proprio azzerando la loro paura. Il più noto condottiero è Cypher Raige (Will Smith), famoso appunto per le sue prodezze, leader indiscusso e motivo di ispirazione per tutta la razza umana. Compreso suo figlio Kitai ( neanche a dirlo, suo figlio Jaden Smith), che appunto fa di tutto per mettersi in mostra, ma che ancora purtroppo non riesce a trovare l’approvazione del padre-modello.
I due però saranno costretti a confrontarsi molto presto perché a causa di un guasto alla nave su cui erano passeggeri, si ritroveranno proprio sul pianeta natale “Terra”, ormai evolutosi in un vero e proprio inferno per l’uomo, per questo in quarantena da anni. Ed oltre ad avere a che fare con il loro rapporto e il non più agevolo territorio, Kitai dovrà anche fare i conti con uno sgradito ospite che insieme a loro è approdato sul pianeta. Un ospite che non vede l’ora di farsi un bel pasto fiutando la sua paura.

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After Earth” ci prova e ci prova sul serio. Lo si capisce subito.
Dopo un inizio un po’ frettoloso, con quei “voice over” di recap che tanto non ci piacciono ma che molte volte servono ad abbreviare il processo di spiegazione allo spettatore degli eventi pregressi, si tira un bel freno a meno e il film ci mostra la sua velocità. O perlomeno, la sua non velocità.
Lo sci-fi che ci ritroviamo davanti non vuole essere veloce, e gliene siamo davvero grati. La sua lentezza è un ottimo collante per lo spettatore che si ritrova così ben immerso nella semplice vicenda che il film sfrutta per portare in scena appunto la sua tematica cardine: l’eterna lotta dell’uomo contro la paura.

Una paura qui animale, che materializzata assume i connotati di un razza mostruosa di nome “Ursa“ , spietate belve che proprio attraverso la paura riescono ad individuare gli umani, che solo tramite il controllo della stessa hanno qualche possibilità di sopravvivenza in uno scontro diretto. E questo scontro verrà gestito in maniera lenta, tramite le paure di un ragazzino lasciato solo in una traversata su di un territorio più che mai ostile, un ragazzino che in tutti i modi tenta di combattere questa paura per riuscire a ricucire i rapporti mai creatisi con un padre sempre distante, inarrivabile, come il modello che egli simboleggia. Il viaggio di Kitai sarà scandito dagli ottimi dialoghi con il padre- generale (quello sulla genesi della paura è una piccola perla che da solo vale la visione del film), dialoghi che riescono a evocare quel senso di pericolo e di allarme costante grazie anche a delle musiche che insieme al territorio, creano la giusta scenografia per questa piccolo viaggio della speranza. Viaggio condito da molti momenti di tensione, grazie ai quali, la lentezza del film  non darà quasi mai spazio alla noia. Lo scontro con la paura di genesi millenaria viene anche rievocato dalle armi, più aborigene che fantascientifiche, che vediamo appunto impugnare da Kitai nella sua personale, ma comunque simbolica, sfida.
Il pianeta Terra che ci viene mostrato dopo la scomparsa dell’uomo è finalmente tornato agli apici della sua naturalistica bellezza, un territorio che però ora gli risulta più che mai ostile. Glaciazioni notturne, atmosfera irrespirabile e una fauna non certo amichevole, sembrano gli anticorpi sviluppati da un pianeta che di questo demone chiamato “essere umano” non ne poteva davvero più.
Ma nonostante questo Shyamalan non ci tiene ad essere così categorico. Come da uso e costume del regista, discostandosi molto dai film di fantascienza ordinari (e per questo a molti non andrà giù), il film assumerà più i tratti di una fiaba naturalistica orientale dove la natura ormai ostile, si fa comunque vedere ben propensa ad affiancare l’uomo ( l’aquila ne è un chiaro esempio) a patto che dimostri per primo di aver imparato a rispettarla.

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Ma non è comunque tutto oro quello che luccica purtroppo. A suo contro il film non vanta, nella parte finale, una corretta gestione dell’evoluzione del profilo psicologico dei personaggi, dando svolte frettolose e mal gestite sia della trama sia del rapporto tra gli stessi,  macchiando proprio quello che per quasi tutto il film era stato il suo vero punto di forza. Un amaro in bocca che però non intacca in sé la bontà dell’opera, creando comunque un prodotto originale e godibile, dalla firma di un autore che come sempre ci tiene a non perdersi nella banalità, anche nel raccontare una delle lotte più ovvie e scontate che ci perseguiteranno da qui alla fine dei tempi.

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