Di questi tempi, saper vendere la propria mercanzia è tutto. Superare le preselezioni da curriculum è importante, ma è solo il primo passo. E’ nei colloqui che deve venir fuori il venditore di aspirapolvere che è in se.   Un grande errore: credersi più di quel che si è e stimarsi da meno di quel […]" />
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L’arte e lo zen dei colloqui di lavoro

colloquio

Di questi tempi, saper vendere la propria mercanzia è tutto. Superare le preselezioni da curriculum è importante, ma è solo il primo passo. E’ nei colloqui che deve venir fuori il venditore di aspirapolvere che è in se.

 

Un grande errore: credersi più di quel che si è e stimarsi da meno di quel che si vale.

Johann Wolfgang Goethe

 

Hai accuratamente selezionato le offerte di lavoro dal tuo sito di recruitment preferito (www.Linkedin.com, www.Infojobs.it, www.Monster.it o tanti altri), oppure hai puntato sulla quantità e ti sei iscritto a varie ed eventuali, anche solo per vedere l’effetto che fa. Il tuo curriculum è aggiornato accuratamente, facendo attenzione ad inserire quelle parole chiave che di volta in volta vanno di moda nei motori di ricerca dei recruiter (di recente sono cloud, SOA e mobile), enfatizzando alla bisogna questo o quell’aspetto della tua formazione e del tuo percorso professionale. Non che tu menta, semplicemente decori: tagli, cuci, sottolinei o minimizzi, seguendo la regola fondamentale del mercimonio e cioè “sarò come tu mi vuoi“.

Poi, magari, in qualunque modo tu ci sia arrivato, ricevi la convocazione per il colloquio. Ed è li che devi sfoggiare il meglio del tuo savoir-faire; sia chiaro: resta inteso che tu debba essere bravo e comunque prossimo alle aspettative, anche se solo lievemente per difetto. Lo scopo non è tirare il bidone, cioè spacciarsi per ciò che non si è. ma solo sgominare la concorrenza di eventuali altri candidati di pari livello.

Si badi bene: non voglio scrivere un vademecum che vi aiuterà in ogni occasione, ma solo raccontarne il fenomeno. Personalmente ho sostenuto numerosi colloqui nel tempo, sia perché ho cambiato lavoro diverse volte nel mio percorso professionale, sia perché non tutti i colloqui sono andati bene per me e sia perché, anche in quei casi in cui ho superato il colloquio, poi non sempre si è trovato un accordo per la finalizzazione.

Ad ogni modo, che vadano bene o male, cosa che non puoi sapere prima di inziarli e che spesso non puoi capire nemmeno dopo che sono terminati, tutti i colloqui sono una bella scarica di adrenalina. Alla fine sono una sfida all’OK Corral tra te e il tuo esaminatore o la piccola delegazione che incontrerai e, più mediata e a distanza, tra te e gli altri candidati.

corral

In un film americano di qualche anno fa, 21, nemmeno di pregievolissima fattura, si asseriva che per superare il colloquio e farsi preferire ad altri tuoi pari, devi avere una storia da raccontare. In effetti sa un po’ di baggianata hollywoodiana, tuttavia qualcosa di vero c’è: devi spenderti per far capire che sei adatto al posto e dopo che hai esperito a questo minimo sindacale, sempre che tu ci sia riuscito, devi offrirgli qualcosa in più. Cosa sia di preciso non lo so, perché se significa manifestare un ego smisurato, non va bene, passeresti per uno spocchioso. se significa mostrare un’umiltà oltremisura, nemmeno, perché passeresti per un noioso o, peggio, per un falso.

Devi essere te stesso, ed è banale affermarlo, quello che è meno banale è far capire che il tuo te stesso esiste e non è così banale. Devi dimostrare personalità. In un fantastico articolo di un cinico recruiter d’oltreoceano, intitolato evocativamente Why I won’t hire you (perché non intendo assumerti),  una sorta di Dottor House delle selezioni di lavoro, l’autore asserisce che non devi essere troppo autoreferenziale, non devi lasciar intendere che sei interessato al posto per il tuo piacere, per le tue ambizioni o per le tue inclinazioni, quello è ovvio, se no non dovresti nemmeno essere li; quello che devi cercare di fare, è convincere l’altro che tu sei adeguato al lavoro e non solo il contrario. Lo so che sembra un’ovvietà, ma non è così semplice tenere in mente questo obiettivo per tutto il tempo del colloquio. L’altro utile suggerimento che dà è di non annoiare chi deve ascoltarti. Se perdi la sua attenzione, potrai essere anche un novello Fermi alle selezioni del CERN di Ginvera, ma semplicemente chi sta dall’altra parte non se ne accorgerà, perché si sarà annoiato e distratto prima di comicniare davvero ad accorgersene.

Lo strumento dell’ironia può andare bene, ma non devi lasciar credere che il meglio che tu possa esprimere sia il tuo lato comico, sempre che tu lo abbia. Devi essere sempre condiscendente? Non saprei. A me una volta è capitato di contestare un’affermazione tecnica di un mio esaminatore. Chiaramente non contestavo lui ma una sua posizione. E’ stato naturale e non il frutto di un calcolo, è stata una reazione istintiva, ma probabilmente è stato vincente perché l’approccio dialogico talvolta paga. Nel dubbio che possa urtare, non fatelo, ma almeno evitate di apparire intellettualmente inerme. Chi si assume intende certamente approviggionarsi di una figura professionale in grado di svolgere una certa mansione, ma probabilmente anche arrichire complessivamente il posto di lavoro da un punto di vista olistico, cioè complessivo.

In pratica non so cosa serva per far funzionare un collooquio, quel che so per certo è che, una volta che l’interrutore del fit/unfit volge sul fit, sempre che accada; il che potrebbe richiedere poco tempo, molto tempo o quasi tutto il tempo, quel che vi resta da fare è conquistare l’attenzione. Uscire dalla stanza avendo fatto di tutto per non far dimenticare il vostro nome, per non passare per uno di quelli bravini, ma che poi si vedrà. Lo scopo è passare per uno di quelli “interessante, e sembra persino bravino“.

 

 

 

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