Una volta si parlava del "sogno americano", ma quello che dipinge la stampa generalista italiana è più un incubo tutto nostrano, e a fare le spese di una massiccia disinformazione sono i team indipendenti." />
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L’italia indipendente: quando la stampa stronca la creatività

loghi indie italiani

La pausa estiva è finita per quanto riguarda il panorama videoludico internazionale, e i lavori della Gamescom di Colonia ne sono stati l’ampia conferma. E terminate le vacanze, anche noi siamo nuovamente qui, pronti ad accogliere la stagione autunnale con un nuovo Schiaffo, che trae origine proprio dalle dirette conseguenze dell’evento tedesco.

20130820021209a0dk3jiq7by4kurtLasciando per un attimo da parte le premesse per l’autunno, le sfide tra console e la next-gen incombente, uno dei palchi più ricchi di presentazioni è stato indubbiamente quello di Sony PlayStation, che ha ribadito il concetto fondante della nuova piattaforma in uscita a Novembre: massimo supporto ai team di sviluppo, compresi quelli indie. Sempre agli indie è dedicata la rinnovata attenzione di Microsoft, con un dietrofront essenziale per quanto riguarda la propria politica castrante sull’autopubblicazione via Xbox Live. E che dire di Nintendo, che sembra aver fatto di Wii U eShop una piattaforma tra le favorite dai team di sviluppo autofinanziati, soprattutto grazie alla distribuzione gratuita dei kit di sviluppo Unity compatibili con Nintendo Web Framework.

Quello che emerge, quindi, dopo la pausa estiva, è un panorama videoludico essenzialmente diverso da quello degli anni passati durante l’arrivo della stagione piovosa, mirato a dare spazio a quella fetta di sviluppatori meno conosciuti ma con idee altrettanto competitive, accompagnate (e spesso principalmente sostenute) da un entusiasmo che sembra sempre più mancare ai brand maggiori. Ed è indubbio che tutte le realtà satelliti dell’industria videoludica si stiano accorgendo sempre più di questa “rivoluzione Indie” (tanto per citare le parole di Sony), arrivata ormai a piena maturazione: in particolar modo quella della stampa.

Ovunque.

Forse…

A ben guardare, in effetti, in particolar modo in Italia, il boom degli interessi videoludici non sembra affatto andare di pari passo con una maggior attenzione e preparazione da parte dei media, che continuano imperterriti in un’alternanza tra le lodi sperticate quando si parla di concetti comprensibili ai più (generalmente legati a tre grandi nomi di cui parleremo più avanti), e una spietata castigazione verso i soliti luoghi comuni. Del secondo caso, per il momento almeno, ci interessa relativamente poco: come avrete capito dalla lunga premessa del nostro Schiaffo, stiamo parlando di team autofinanziati, indie, “minori”, chiamateli come volete.

E anche per quanto riguarda il termine “schiaffo”, direi che si tratta più di un pugno all’altezza dello stomaco, di quelli che bloccano il respiro, tanto è il disgusto di chi vi scrive nel vedere a 2013 inoltrato e nel cuore di una rivoluzione tecnologica e sociale, c’è ancora un livello di superficialità a dir poco imbarazzante da parte di chi dovrebbe fare da tramite per sdoganare il tutto al grande pubblico. Leggasi: stampa generalista.

Questo perchè in maniera maggiore rispetto a quella di settore, è proprio la categoria generalista che ha il compito di introdurre agli argomenti l’utenza digiuna, e tuttavia ricade con una cadenza sconfortante in quelle banalizzazioni che se da una parte semplificano e richiamano lettori, dall’altra rischiano di fare disinformazione pura e semplice.

Detto questo, è d’obbligo fermarci un secondo prima di procedere, e chiarire che chi vi scrive non ha particolare intenzione di attaccare chi da anni ci campa con questo mestiere, quanto più l’atteggiamento di superficialità disarmante con cui si pongono certi media di fronte ad un argomento che merita ben più attenzione, in quanto parte integrante delle nuove economie mondiali.

Tolto il sasso dalla scarpa, possiamo liberamente aggiungere che purtroppo quello che avviene è una murasaki babybastardizzazione dell’argomento, che si riconduce a soli tre metri di paragone: il mito del “giovane smanettone con un’idea rivoluzionaria” Mark Zuckerberg e il suo devastante impatto nella rivalutazione socio/economica di internet grazie a Facebook, i campus di Google (dipinti come una sorta di paradiso per le startup) e Apple con la sua politica del “pensare differente”, tanto cara agli articoli “tappabuchi” del settore tecnologico sui giornali nostrani da diventare paradossalmente un’omologazione. Cos’ha a che fare tutto questo con l’ambiente indie, lo esprime al meglio Arianna “Akari” Giardinelli, di DiXidiasoft, con una lettera-sfogo via Facebook, in risposta ad un articolo di Repubblica riguardo a Murasaki Baby.

Faccio parte di una startup Italiana che sta davvero partendo da zero. Dove ‘partendo da zero’ vuol dire che non abbiamo una lira, non abbiamo una villa in cui lavorare tutti insieme, non abbiamo svaghi, non abbiamo garanzie. Seriamente, non abbiamo nulla.

Eppure ce la stiamo mettendo tutta per sviluppare il nostro videogioco, ci stiamo giocando gli anni migliori della nostra vita per realizzare i nostri sogni e un bel giorno mi sveglio e leggo quest’articolo!

Nell’articolo, contenente anche un’intervista al direttore dell’italianissima Ovosonico, viene fatto l’ennesimo paragone tra il team di sviluppo del gioco (che poi proprio indie non è, in quanto sovvenzionato da Sony) e i “mitologici” campus Google, per “l’ambiente rilassato” che “ispira la creatività”. Tutta una serie di chiacchiere inutili, quindi, condite qua e là da devastanti pennellate che sembrano dipingere il panorama italiano indipendente come inesistente, svogliato o catastroficamente incapace di elevarsi al livello delle controparti estere.

Anche se ci piace giocare, non produciamo. Ad eccezione della milanese Milestone, creatrice del videogame ufficiale della Moto GP, e di qualche piccola startup che sviluppa giochi per smartphone e tablet, il panorama è piuttosto desolante.

…fermi tutti…

Caro Sergio Pennacchini, autore dell’articolo… no, semplicemente no. Al di là del fatto che Milestone non è l’unico team italiano ad avere fortuna, come dimostra il successo internazionale di Just Dance, co-sviluppato da Ubisoft MILAN, ma volendo restare puramente nel panorama indie, è semplicemente stupido ridurre tutta la creatività italiana a “giochi per tablet e smartphone”. Certo, i sistemi iOS e Android sono tra i più facili al momento su cui sviluppare, ma questo non toglie nulla alla prolifica scena italiana, che spazia anche su pc e altre piattaforme (sino ad approdare su Vita, appunto, con Murasaki Baby).

Siamo convinti che team come TiconBlu (Nicholas Eymerich: Inquisitore, serie basata sui libri di Valerio Evangelisti, al cui capitolo iniziale, La Peste, va il merito di essere il primo titolo giocabile anche da non vedenti), Tiny Colossus (primi italiani ad ottenere il successo via Kickstarter con UFHO 2), Darkwave Games (Dark Chamber, ossia il ritorno delle avventure grafiche noir su PC), i bolognesi di Studio Evil (al lavoro su Ouya e già creatori del brillante Syder Arcade per PC e Mac), Dreampainters (reduci dall’horror per pc Anna e impegnati sull’adattamento videoludico del gdr cartaceo Sine Requie), Mixed Bag (Forma 8, metroidvania presentato anche all’E3), la stessa DiXidiasoft (Realm of Swordfall Online e il recente The Steampunk League), Indomitus Games (In Verbis Virtus, che ha recentemente ottenuto il successo via Steam Greenlight) e Fledermaus (The Waste Land, un progetto “one-man” dietro cui si nasconde Michele Caletti di Milestone), tutto dimostrano meno che il desolante scenario presentato da Pennacchini.

Purtroppo, questo accade quando si osserva la realtà attraverso un filtro distorto, che non solo non tiene conto dell’impegno profuso (a meno di non essere dei piccoli Mark Zuckerberg), ma tende anche a presentare il tutto con un modello di presunta facile comprensione al pubblico generale, rifacendosi purtroppo a delle figure che non appartengono affatto alla cultura italiana, come quella dello “yuppie” americano, il giovane rampante che insegue il sogno del successo, riadattata nell’era tecnologica sotto forma delle startup.

Da qui l’alienazione di tutto ciò che anche minimamente non rientra nei canoni (sede di sviluppo centrale, magari situata in una villa con area svago, rappresentanti in giacca e cravatta che vanno a proporre i propri progetti all’estero con forza e convinzione degna del peggior piazzista, un network di contatti e pubblicità internazionale, ecc.), cosa peraltro paradossale se si pensa che la realtà originale Americana da cui abbiamo tratto ispirazione, si è già evoluta in qualcosa di meglio definito e che guarda ai concetti base più che agli “accessori”, come definito dal film Indie Game: The Movie.

Ciò che abbiamo per le mani, quindi, è il classico esempio di italianizzazione: una torta impastata male prendendo concetti di cui non si è ben consci, puntellandoli qua e là con il sogno del successo dorato fatto di materialismo, e imboccata a forza a piccole dosi senza spiegare la ricetta. Tutto il resto è bollato come semplice deserto di svogliati che si limitano a copiare qua e là e sfornare prodotti per far numero negli app store (certo, c’è anche di questo nell’ambito della rivoluzione indie, come accennato dall’ex CEO di EA John Riccitiello, ma non è in linea di massima la norma).

Il guaio è quando anche gli stessi team cominciano a credere in quel miraggio descritto dai media: inquietante è la frase “noi italiani siamo bravi a lamentarci, ma quando si tratta di fare davvero qualcosa, ci arrendiamo al primo ostacolo.” di Massimo Guarini di Ovosonico

La risposta della Giardinelli, ancora una volta, è di quelle emblematiche, e riassume a grandi linee la polemica che si sta scatenando attorno all’articolo:

Non ci siamo arresi quando Enlabs ci ha chiuso le porte in faccia. Non ci arrendiamo quando potenziali investitori ci guardano e vedono solo una squadra di squinternati che gioca al computer tutto il giorno.

Forse siamo davvero squinternati, forse siamo davvero completamente folli ma certo non ci si può dire che ci arrendiamo al primo ostacolo.

Ma si sa, in un paese dove anche i più informati professionisti se ne escono spesso e volentieri con sfondoni al limite del ridicolo (ogni riferimento alle alle “curiose convinzioni” di  Loretta Napoleoni riguardo ai Nintendo DS prodotti da Sony è puramente voluto), certe cose rischiano di diventare una normalità a cui non si fa più caso, tanto peggio per quella fetta di creativi che ne rimangono vittime…

Luca Pitocchi, redattore di Matt’s Games

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