E pensare che senza la gravità saremmo liberi di volare. Sì ma, volare dove? E’ la paura  con cui si viene a contatto guardando Gravity, nuovo lavoro di Alfonso Cuaròn, lo stesso di quella piccola perla socio-fantascientifica chiamata ‘I figli degli uomini’ (film stra-consigliato) che con questa nuova opera, passata di mano direttamente da Universal […]" />
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“Gravity”, il vuoto di sale-cinema senza gravità

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E pensare che senza la gravità saremmo liberi di volare. Sì ma, volare dove?

E’ la paura  con cui si viene a contatto guardando Gravity, nuovo lavoro di Alfonso Cuaròn, lo stesso di quella piccola perla socio-fantascientifica chiamata ‘I figli degli uomini’ (film stra-consigliato) che con questa nuova opera, passata di mano direttamente da Universal Pictures a Warner Bros per paure legate al corposo investimento (80 Mnl), si presenta al festival di Venezia riscuotendo un successo strano e inaspettato. Inaspettato perché, nonostante i grossi nomi attoriali che vi sono dietro, una space-opera di questo genere difficilmente riesce ad ottenere il consenso dei grandi palchi, del pubblico e della critica generalista al contempo. E invece Gravity sembra riuscire in questo piccolo miracolo, che annovera tra i tanti quello di rendere un 3D, comunque post-prodotto, una vera aggiunta sia al valore tecnico che al valore totale del film.

Film che ci immergerà nello spazio come pochi d’altri prima di lui, facendoci toccare quasi con mano quello che tante volte abbiamo desiderato raggiungere ma di cui forse davvero non comprendiamo appieno la pericolosità, avvolti da quel fascino; facendoci ammirare la terra, quel  gigantesco misto di acqua e di paure, come poche volte l’abbiamo vista, lasciandocela lì in bella mostra come una scenografia magnificamente piazzata e irremovibile.

Dall’alto, da così distante, nonostante ci faccia ogni giorno così paura, ecco che nasce quella strana sensazione di mancanza, quella voglia di ‘casa’. Una voglia più che altro della sicurezza data da quella ‘gravity’ che la permea, così odiata e così maledetta tante volte per tenerci ancorati sempre a terra , ma ora così rimpianta per il suo impedirci di fluttuare via.

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La storia di Gravity è molto semplice, non ci tiene  a complicarci più di tanto la vita. Durante la sistemazione di un satellite i due astronauti Matt Kowalsky ( George Clooney – veterano spaziale all’ultima uscita) e la Dottoressa Ryan Stone (Sandra Bullock ) si ritroveranno ad essere gli unici sopravvissuti della spedizione, sorpresi da una pioggia di detriti derivanti dall’esplosione di un altro satellite.

Se la storia si fa presto ad introdurla, più difficoltoso è riassumere i motivi per i quali il film riesce ad essere un’opera sicuramente memorabile.
Il suo talento principale è quello di riuscire a portare anzitutto la gravità fuori dalla sala cinematografica.
Concentrandoci quindi inizialmente sull’aspetto fotografico, la maestosità dello spazio si dimostra nella sua più totale forza, grazie ad un senso di sottile profondità in cui l’andirivieni dei corpi farà sentire lo spettatore a sua volta più ‘leggero’.

Questa sensazione iniziale è poi ampliata a dismisura dal costante senso di pericolo avvertito e dal silenzio innaturale- contrapposto ad una colonna sonora delicatamente introdotta — che abbatte definitivamente la barriera tra schermo e spettatore. Ben oltre la terza dimensione che il film ci propone saremo totalmente immersi in quel nulla fatto di tutto che è l’universo. Le due scenografie principali, la terra e lo spazio, si dividono perfettamente questa torta di ‘vuoto’, creando però un costante senso di indigestione. Meraviglia e terrore si scambiano di continuo posizione, immersi in questa fotografia che attanaglia lo sguardo e gli vieta di perdere possesso dell’immagine che ha di fronte. Scene al bacio come quella della ‘lacrima’ o l’allontanamento di camera durante un rientro  dimostrano una cura straordinaria per i dettagli, e quando i detriti ci pioveranno addosso mettendo a dura prova i nostri riflessi scenici grazie al 3D, ne avremo l’effettiva conferma.

Si è letto da più parti che il film ha un piglio ‘claustrofobico’ e che punta su quello per togliere il respiro allo spettatore, ma non è esattamente così in realtà. L’effetto ricercato per ‘tormentare’  il pubblico e lasciarlo letteralmente senza fiato per tutta la durata del film è esattamente il contrario. Si può parlare quasi di ‘agorafobia’, un senso di disperazione dato dallo spazio aperto.

Ma quando si parla di ‘disperazione’ forse non si riesce a capire appienamente il termine.
Ci sono diverse forme di disperazione, e le si possono provare nei più svariati modi. Tutte all’incirca però prevedono come base d’esistenza quell’appiglio di speranza che, minimo che sia, riesce a tenerla in qualche modo arginata dandole un senso che per quanto estremo, ce la rende concepibile.
La disperazione a cui si faceva riferimento, e a cui il film porta, è una disperazione che gioca su tutt’altra classifica, è una disperazione assoluta. Più silente, senza urla laceranti,  espressa dal nulla stesso che la genera.  E si avverte fortissima mentre i personaggi galleggiano nel tentativo fortunoso di trovare un appiglio oltre il quale la troveranno proprio lì ad attenderli, prede dell’universo e null’altro, se non la morte certa.

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Non è l’unica paura che Gravity affronta. Anche le più ‘terrestri’ trovano spazio dando al film quella qualità aggiunta, quel qualcosa che ci fa sentire un po’ tutti astronauti che devono trovare il coraggio del rientro.
A Ryan (una Bullock non eccelsa ma che non demerita nemmeno) è morta una figlia e vive la sua esistenza in un ripetersi continuo di azioni che la vedono estranea anche a se stessa. E a che pro ritornare in quel contenitore, in quell’atmosfera di paure, quando dispersi nel nulla la cosa più bella e più terrificante al contempo è il silenzio? Perché non lasciarsi andare?

Il film gioca forte sul superamento e l’accettazione del proprio passato; sulla riscoperta del valore della vita nelle cose più comuni e più semplici proprio nell’attimo in cui, da una distanza siderale, si capisce che le si stanno per perdere e ritrovano improvvisamente tutta quell’importanza di cui erano state svuotate.
La bellezza del personaggio di Clooney è invece, ai fini della sceneggiatura, sicuramente più notevole. La sua freddezza nella situazione catastrofica in cui si ritrova è  un contrappeso giusto, utile a ristabilire alcuni equilibri che si perdono, e si ricorda di donare la giusta poetica e il giusto tributo ad uno spazio che non ha mai smesso di affascinarlo, anche nel momento in cui potrebbe rivelarsi un’amante letale.

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Gravity è un esperienza (perchè non di semplice visione si tratta) che mozza il fiato.
E’ un pugno nello stomaco nell’attimo in cui il pugno lascia il contatto con il corpo; una situazione di sospensione continua. Proprio per questo, e per il montaggio stupendo fatto perlopiù di lunghi piani sequenza, gli si può perdonare qualche ingenuità scientifica che si concede. Poco importa quando addirittura James Cameron arriva a definirlo come la migliore space-opera mai prodotta.

Siamo di fronte ad un film che fa godere appieno l’effetto dello stare in sala portandoci dove vorremmo da sempre andare, senza dimenticare di ricordarci che non serve necessariamente andare fin lassù per ritrovare le porte delle felicità, proseguendo nel nostro cammino, lasciandoci alle spalle le difficoltà e le tante ferite.
Anche con i piedi ben saldi a terra è possibile accorgersi che questo sarà comunque e d’altronde, un grande, grande viaggio.

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