Posted by glasslands on mag 19, 2013 in casa, dolce, Fede Alvarez, film, Glasslands, Hardware, la, Oscar, recensione, Sam Raimi, Slider, tom, tom's, Videogames, videogioco
Remake, reboot, remake, reboot.
Questo è il grido che il cinema silentemente sta lanciando in questi ultimi anni. Per alcuni grido di gioia, per altri invece un vero e proprio grido di dolore, una coltellata precisa all’organo interno chiamato “originalità”.
E che si voglia o meno questa è una strada che sembra proseguire ben dritta senza svincoli, ormai ancor più consolidata dai buoni frutti che questi prodotti generano. Frutti dorati per intenderci.
Eccoci quindi alle soglie dell’ennesimo remake e, volenti o meno, questa volta ad esserne preda è uno dei capostipiti del filone horror/spatter, film d’annata 1981 ad opera del poliedrico Sam Raimi. Un film low budget che, successivamente agli incassi non ottimi ricevuti al botteghino, divenne un vero e proprio fenomeno tanto da produrne un seguito e un capitolo finale più trash e scanzonato.
E nel 2013 le “porte” (non a caso) di codesto horror si spalancano nuovamente in fronte a noi senza fare troppi complimenti e, grazie al regista Fede Alvarez, ci invitano a prendere comodamente posto per gustarci nuovamente sotto questa nuova linfa il film che “sarebbe dovuto essere”, quello che gli stessi originali autori (ora in produzione) avrebbero voluto produrre avendo più budget a disposizione e tecnologie adatte.
Quindi basta con i preamboli e accomodiamoci.
Benvenuti nuovamente ne “La casa”. E vi consigliamo di lasciare fuori le scarpe.
Perché avrete davvero molto di cui sporcavi.

Cinque ragazzi si radunano di fronte ad una casa ormai in rovina, sperduta in mezzo ad un fitto bosco.
Un raduno organizzato per Mia (Jane Levy), sorella di David (Shiloh Fernandez), da tempo caduta ormai in un vortice di tossicodipendenza da cui vuole appunto disperatamente uscire, sancendo il suo ufficiale addio alle droghe con questa piccola rimpatriata. Purtroppo l’addio alla droga è un saluto dalla mano poco ferma, e i ragazzi quindi, si trovano a far fronte alle crisi di astinenza di Mia che disperata tenta di fuggire.
Nel frattempo però Eric (Lou Taylor Pucci) trova nello scantinato un misterioso libro, rilegato in pelle umana, che contiene al suo interno strane formule evocative, e che senza troppi fronzoli, decide di pronunciare ad alta voce.
Ed è proprio a causa di queste parole che Eric evocherà una creatura demoniaca da tempo ormai sopita, che prendendo inizialmente possesso del corpo Mia, comincerà a comporre un cerchio di sangue per riesumare dalla terra un antico demone.

Ed eccoci quindi entrati pienamente nella “casa” dei remake.
Il punto da cui partire per analizzare questo titolo è proprio questo. Cosa dovremmo trovare in questa casa ?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo avere ben chiaro cos’è un remake e perché viene fatto (remake in funzione di tempo, non di luogo).
Il perché è presto detto. Soldi.
Il cos’è (o cosa il più delle volte dovrebbe essere), è definibile come una rilettura in chiave moderna, con mezzi moderni, di un’ opera di un certo rilievo, ormai datata, che per essere ancora adeguatamente trasmessa si attualizza rendendosi “digeribile” al pubblico moderno, senza rinunciare però alla sua impronta di fabbrica e al suo spirito originale
Appurato questo diventa davvero difficile non ammettere che questo “La Casa” riesce perfettamente nell’opera che si era prefissato.
Il plot è lo stesso, le dinamiche sono le stesse ed anche le inquadrature, con saggio occhio citazionista, vengono riproposte fedelmente, riproponendoci il classico movimento fra gli alberi via via più veloci ed ammorbanti.
Ovviamente queste meccaniche riproposte, trattandosi appunto di un remake, non possono non sposarsi con il filone cinematografico moderno, che vuole e pretende una minima profondità di storyline, ossia un maggiore spessore al cupo viaggio dei personaggi quasi immersi in una sorta di girone di purificazione. Ed ecco che così il pretesto per dare il via a questo circolo vizioso di morti, diventa la disintossicazione dalle droghe, non più quindi un comune weekend in montagna passato tra amici.

Andando al sodo invece ecco che la produzione di Sam Raimi e Alvarez, con a disposizione fondi per accedere ad un lato costumistico e fotografico di prim’ordine, riesce non solo a soffermarsi sulla rivisitazione di molte situazioni fedeli all’originale (prendendo spunto anche dai seguiti), ma dona loro anche quella efficacia moderna data da una regia sì violenta, ma che non si perde nella semplicità della stessa dando alle scene la giusta carica di tensione “disturbata”, facendo soffrire personaggi e spettatori.
Ecco quello a cui mirava la prima produzione quindi.
Ed ecco quello che forse proprio i fan non riusciranno completamente ad accettare.
L’horror targato Alvarez, godendo di questa nuova patina, perde forse proprio quel canone distintivo che si era generato partendo dai limiti stessi con cui il film originale si trovava di forza a combattere. Limiti che lo obbligavano ad essere più sfacciatamente gore, senza la possibilità di “perdersi” in troppe finezze, con lievi accenti di torture porn.
Ma è proprio la qualità a rendere questo prodotto così appetibile, e nonostante la classicità di impostazione, anche a livello odierno, gli permette di essere una godibilissima visione per il nuovo pubblico a cui va incontro, i cui gusti sono stati rimodellati da un cinema horror più attento e raffinato.

Quindi cosa ne esce da questa rivisitazione?
Ne esce un prodotto perfettamente confezionato per essere goduto anche attualmente, un’operazione di remake perfetta visto l’intento di andare incontro ad un pubblico che altrimenti l’avrebbe trovato eccessivamente netto e indigesto.
Una casa “di comodo” insomma, che accoglie equamente vecchi e nuovi abitanti, facendo vedere che le sue fondamenta sono oggi più solide che mai.
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Posted by glasslands on mag 11, 2013 in buona, cacciatori, di, e, film, Gretel, Hansel, Hardware, l'unica, morta, Slider, Spaccatutto, strega, streghe, tom, tom's, Tommy, una, videogioco, Wirkola
C’era una volta…il “C’era una volta”.
Se ne stava allegro, classico e tranquillo, riposto sulla prima riga del primo foglio di ogni fiaba che valeva la pena di essere narrata e scritta.
Il suo dominio era incontrastato. Mai nessuno avrebbe potuto spodestarlo da quel foglio.
E sapeva bene che per quanto i tavoli su cui poggiava e il mondo circostante fossero cambiati, non avrebbero potuto certo mai fare a meno di lui. Di lui e delle pagine a cui faceva da vassallo.
“Le fiabe rimarranno per sempre le fiabe“, cantava orgoglioso.
E quindi la sua esistenza tranquilla continuava e continuava, tra una pagina girata e l’altra, fiero del suo classicismo e fiero della bellezza delle storie che dopo la sua pronuncia sarebbero sempre nuovamente nate.
Ma questo “C’era una volta”, un po’ pigro e accomodato, aveva di molto sottovalutato la potenza del suo più acerrimo nemico di sempre.
Il Tempo.
Perché il Tempo aveva ordito un subdolo piano per cambiare tutto quello su cui lui aveva sempre comodamente dormito.
Le parole iniziarono così a impazzire e a mischiarsi furiosamente, e questa volta al suo ennesimo risveglio, si ritrovò improvvisamente con storie con cui non aveva mai avuto a che fare, e che neanche avrebbe mai voluto minimamente sentire.
Trame sconvolte, personaggi ricontestualizzati e tanti cari saluti alla semplice innocenza che da sempre le aveva accompagnate.
Ed ecco quindi che questo “C’era una volta”, per l’ennesima volta in questi anni si trova nuovamente strappato alle sue pagine originarie, e viene nuovamente obbligato a far la conta con le moderne reinterpretazioni cinematografiche.
A farne le spese, questa volta, è il racconto “Hansel & Gretel”, una delle più note fiabe dei fratelli Grimm.
A curarne l’adattamento cinematografico in salsa splatter è l’emergente Tommy Wirkola ,già autore dell’interessante “Dead Snow”, che appunto non lascia molti dubbi in merito alla piega che su grande schermo la “favola” prenderà.
E se il nome non bastasse a rendere l’idea dell’opera beh, domandatevi…
Come saranno cresciuti i due pargoli una volta uccisa la strega cattiva?
Abbandonati dai propri genitori, senza più niente, senza saper fare nessun mestiere remunerativo che li aiutasse a guadagnarsi da vivere, come diavolo sarebbero potuti sopravvivere in un’ epoca di inquisizione dove non c’era pane che avanzava neanche per i propri pargoli?
Mah un attimo…Quale lavoro, in un epoca di inquisizione, più remunerativo che…
i cacciatori di streghe?
Caro “C’era una volta“…
Questa volta non hai minimamente idea di quello che ti troverai a raccontare.

La storia inizia con…”Hansel & Gretel”.
C’è bisogno veramente di dire cosa successe ad Hansel & Gretel?
Bene.
Tenete per buono quanto sapevate perché fino alla casetta di marzapane e (spoilerone) alla strega bruciata nel suo stesso forno, è tutto vero.
Nessuno però si era mai posto il problema di immaginare cosa avrebbero fatto i due fratellini una volta finito il barcebue.
Ebbene, fossero stati attaccati e quasi uccisi da un branco di piatti mannari sarebbero diventati dei fantastici campioni di tiro al piattello, ma a farne quasi un pasto è stata invece proprio una strega.
Ed è quindi così che i nostri compassionevoli fratellini non hanno avuto altra scelte che diventare, dei tamarrissimi sanguinolenti…cacciatori di streghe!
E il belloccio Hansel ( Jeremy Renner) e la ancor più che belloccia Gretel (Gemma Arterton), il loro mestiere lo sanno fare più che bene. Hanno stoffa, e il non sottile dettaglio di non poter essere colpiti da alcun incantesimo di strega gioca sicuramente a loro favore.
Dopo essere diventati quindi dei cacciatori di una certa fama, finiranno in una cittadina dove però delle sparizioni di bambini e un rito misterioso, metteranno a dura prova anche le loro capacità, e obbligheranno i due fratelli nuovamente a scavare nel loro passato.

Partiamo dal presupposto che film di questo genere (un trailer che parla più che chiaramente una volta tanto) vanno valutati solo nell’ambito in cui si muovono. E’ vero. Ma anche no per questa volta.
Perché per quanto il trailer parli fin troppo chiaramente, questo Hanesl & Gretel forse appunto per questo, riesce addirittura a sorprendere.
L’inizio riassume in pochissimi minuti la fiaba classica e liquida agevolmente un incipit che per stile, invoglia quasi alla visione di un film horror canonico tanto è ben confezionato. Ma l’onda del trash/ splatter, come sappiamo, è appena dietro la porta della personale casa di marzapane del film che ghiotti non vediamo comunque l’ora di assaporare.
E per quanto dalle prime battute faccia molto strano sentire quel “sono Hansel & Gretel i cacciatori di streghe! “ (vien da ridere solo a leggerlo), piano piano anche l’orecchio deciderà di abbassare le sue difese abbandonandosi alla visione del film senza preconcetti.
Nel film si diceva, c’è tutto quello promesso dal trailer. Due protagonisti di “mestiere” che svolgono più che bene il compito affidatogli, combattimenti gestiti con buonissime ritmiche e dinamiche (e in un ambiente in cui ormai si è visto più che di tutto, non è cosa affatto da sottovalutare) e scenografie dai toni cupi e logori che creano un ambiente adattissimo alla gestione di questi.
E questo sarebbe già più che sufficiente per promuoverlo e consigliarne la visione. Valutandolo nel suo ambito per l’appunto.
Ma il film, va anche un tantino oltre.

Oltre che il gusto del trash- splatter canonico, il film ha inaspettatamente una struttura narrativa che riesce anche ad incuriosire più che piacevolmente.
Esso infatti non imbastisce una trama totalmente nuova, o perlomeno sì lo fa, ma gioca abilmente con la fiaba di base, plasmandola a suo favore, per mostrarci dei risvolti che grazie ad elementi fantasy acquistano un diverso colore, a tratti addirittura più buonista.
Elementi fantasy che si rivedono anche nei personaggi, con l’introduzione di creature come Troll e altri piccoli elementi di cui non si farà menzione per non rovinare il gusto della scoperta.
E il dosaggio di una buona narrazione, condita con perfetti momenti ironici (ironia funzionale anche alla caratterizzazione dei personaggi) e a momenti di azione di puro splatter, creano un prodotto davvero forte che rende impossibile la noia. Tanto che alla fine del film ci troveremo quasi delusi nel vederlo finire (in un finale gestito per l’appunto in maniera un po’ sbrigativa).
E questo è forse il complimento più bello che gli si possa fare.
Solitamente film del genere, nei loro classici 90’ min, riescono a “esaudirci” più che sufficientemente, mentre il film scorre talmente bene che qualche approfondimento sui persoaggi, qualche gag, o qualche combattimento in più non avrebbero assolutamente guastato.
Se poi ci aggiungiamo un set di armi e di elementi anacronistici che strizzano leggermente l’occhio allo steam-punk, allora abbiamo trovato uno dei prodotti più riusciti, vincenti ed originali, del nuovo filone cinematografico “fiabe modernizzate”.

A chi si consiglia questo film quindi?
Non ci sono grandi parametri da definire.
Volete passare 90 minuti di sano divertimento? Senza troppi fronzoli, è un film che fa per voi.
Ed anche quel “C’era una volta” forse, per questa volta, si risentirà meno nel vedersi appoggiato su una fiaba che di fiaba non ha davvero più nulla.
E se così non gli va allora, che lasci spazio ad un incipit più funzionale e diretto.
Passare, chessò, da un “C’era una volta” ad un ” L’unica strega buona, è una strega morta“.
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Posted by glasslands on mag 5, 2013 in 'arte, Chronicles, diventa, film, Glasslands, Hardware, perdere, quando, Schegge di mondi, Slider, tempo, tom, tom's, un, Videogames, wii, Xenoblade, Xenoblade Chronicles
Il Videogioco per molti è visto come una perdita di tempo.
Questione di gusti ed opinioni per carità, persone esterne al medium che rimangono tali e che tali vogliono rimanerci per i più disparati motivi.
Anche tra “noi” interni c’è però chi giocando ad un gioco piuttosto che ad un altro, sente di aver “perso tempo”.
Vuoi per la qualità del prodotto, vuoi per la non compatibilità con i nostri gusti, questa sensazione l’abbiamo provata tutti e abbiamo tentato ogni volta di capirne il motivo, così da riuscire a tutelarci in futuro da situazioni molto simili, perché si sa, perdere tempo visto che la nostra personale clessidra non gode di granellini illimitati, non piace proprio a nessuno.
Il concetto è assoluto e rimane, ma per quanto tentiamo di capire e catalogare le situazioni che non ci vanno a genio e ci portano in questa condizione di malessere, ci sarà sempre quell’eccezione che esulerà dalla regola, che la renderà vana pur rispettando tutti i canoni matematici che ci siamo arduamente costruiti, portandoci a realizzare sì di star “perdendo tempo”, ma tra un misto di iniziale disagio e stupore, ci porterà anche a realizzare che nonostante tutto ci sentiamo dannatamente contenti nel farlo.
Vi è mai capitata questa sensazione?
Perché questa sensazione sono esattamente le (attuali) 30 ore di gioco passate a Xenoblade Chronicles.

Breve riassuntino per chi non lo conoscesse:
Xenoblade è un Action/Jrpg in esclusiva Wii, uscito ormai nel lontano 2011, sviluppato da Monolith Software.
Il gioco, a rigor di recensioni e cronache, è stato una vera e propria perla nel panorama videoludico Wii, che a fronte di uno sconfinato parco di titoli casual ogni tanto regalava appunto veri e propri gioielli.
Il titolo è stato più volte paragonato a FF7, vero e proprio riferimento per il genere a cui sembra essergli, per storia e complesso, direttamente secondo.
E’ quindi con grande grandissima aspettativa che ci si pone dinnanzi allo schermo in attesa che le vicende prendano vita, e ci accompagnino con loro dentro questo mondo che scopriremo essere nient’altro, che il corpo di un immenso gigante.

Ed è proprio al raggiungimento della 30esima ora di vagabondaggio per queste lande che con stupore immenso posso accorgermi di quanto questo Xenoblade per ora mi induca, tramite non so che miracolo informatico, a fare molte delle cose che solitamente categorizzo come “perdere tempo”.
Ma questa volta la sensazione appunto non è stata per niente tale. Ed anzi, ha trasformato queste perdite di tempo in un esperienza di immersione videoludica totale, per la quale questo tempo perso può essere considerato alla stregua di una vera passeggiata sotto le stelle.
Chi si sognerebbe mai di categorizzare una passeggiata in riva al mare, o sotto di un cielo che sa di spazio, come perdita di tempo? Nessuno.
Ed è proprio questo il punto. Nessuno categorizza il tempo libero come tempo buttato, nella realtà lo si gode e basta.
Ma in un gioco è differente. Per sua natura è fatto di obiettivi e di “cose da fare”.Ed anche questo gioco non fa eccezione da questo punto di vista. Ma in questo caso c’è qualcosa di lievemente diverso. Qui abbiamo anche una valorizzazione di questo tempo libero, e quindi una valorizzazione assoluta di tutto il tempo di gioco.
Veniamo a queste 30 ore giocate.
Da amante delle storie, videogiocando quasi totalmente per la fruizione di esse, tiro un po’ le somme, e per ora noto che la storia ha sì dei buonissimi spunti narrativi, ma per ora non fa gridare certo al miracolo. L’arco narrativo che ci porta fino alla capitale di Alcamoth, sembra ancora un intenso incipit di vicende successive che si ingigantiranno via via, e quindi accettiamo di buon grado il riservo e il contenimento della trama, ed accettiamo la magari banalità dei dialoghi (soprattutto quelli delle scene non scriptate) e dei personaggi (stereotipati inizialmente ma soggetti ad una buona evoluzione) che per ora tutto fanno meno che sorprendere.
Ma quindi, a cosa può essere dovuto questo incanto?

La memoria viaggia e tenta di districare questo complicato caso ,e viaggiando ci si accorge che non si sofferma su emblematici momenti di così epica sceneggiatura che diano un senso a tutto questo ( per quanto comunque sicuramente alcuni riaffiorino più che piacevolmente).
Va a riprendere invece, per prima cosa, tutti quei momenti in cui intenti nella ricerca di un obiettivo ci siamo fermati 2/3/5 minuti, estasiati dal panorama, in quel momento esatto in cui il tramonto fa calare completamente la notte, rendendoci spettatori di uno spettacolo naturale totale. Nella scenografia delle stelle riflesse sulla superficie dell’acqua, che tenta romanticamente di farci perdere il confine di terra e cielo. Mentre ancor si odono le note della colonna sonora, una delle più belle maestose mai prodotte in un videogioco (4 Cd di puro godimento) che perfettamente allieta questi momenti.
E ci ritroveremo lì a notare che i minuti, da 5, son diventati inaspettatamente 10, e la strada che avevamo intrapreso è ora più lontana, perché magari ci siamo ingenuamente allontanati un po’per scoprire che panorama nascondesse quell’altura, o cosa si provasse a camminare lenti sotto di un cielo che inscena una spettacolare pioggia di stelle cadenti, che come coriandolo fatati a volte arrivano davanti ai nostri occhi per sfiorarci.
Saremo quindi noi stessi a procacciarci in maniera naturale il “tempo libero” necessario al godimento di questi momenti, e le side quest serviranno solo da iniziale sprono per queste esplorazioni, che verranno poi più genuinamente.
Come automatica diverrà la nostra influenza sull’ora del gioco. Variare da giorno a notte sarà necessario per poter risolvere o meno una determinata missione, ma ci ritroveremo a farlo anche quando non lo sarà affatto, perché in procinto di una lunga esplorazione sarà sicuramente più piacevole da affrontare se immersi nei miracoli artistici notturni che quest’opera regala di continuo. La bellissima pianura della Gamba di Bionis, le luminescenza poetiche delle Paludi di Satorl, per non parlare della pura magia insita in ogni centimetro del Mare di Eryth.

E non c’è dettaglio grafico che tenga sia chiaro.
La mancanza della definizione HD non fa assolutamente perdere un grammo della magia creata da un comparto grafico che rinnega un dettaglio di cui, come in un sogno, non si sente affatto la necessità di fronte alla potenza della più pura e totale creatività. Paesaggi maestosi, paesi interi costruiti su alberi, mari che cadono verso l’alto ci sorprendono continuamente, e noi sempre li a prenderci quei 5 minuti doverosi davanti a questi prodotti concepiti da una mente geniale, e partoriti splendidamente da uno schermo.
Un gioco che fa della contemplazione di ogni paesaggio messo in scena il suo principale motivo di Gameplay.
Venendo da Halo 4 (comparto grafico e artistico spaventosi) il primo gradino è stato sì arduo, ma da salita, il resto della scalinata si è trasformata in roboante discesa. Perché la colonna sonora e la nostra mente creano quella patina adatta a far sembrare tutto assolutamente perfetto così com’è.
La mente allora rievoca e scopre più comprensibili anche le dichiarazioni di Peter Molineux (ex head di Liohend) quando decise di sostituire alla mappa di gioco , un cane che facesse da guida al personaggio sostenendo che i paesaggi del suo “Fable” non venissero adeguatamente apprezzati per via della troppa attenzione data alla mappa.
Qui per l’appunto, una mappa per niente esaustiva e lenta da caricare, farà sì che la nostra immersione non venga quasi mai interrotta, costringendoci a fare affidamento più ai riferimenti visivi, creando un continum di sensazioni dal quale sarà veramente difficile essere estratti.
Perdersi brevemente nel gioco, aiuterà a perdercisi davvero dentro.

Ed ecco come il “perdere tempo” acquista davvero un senso tutto suo. Un senso piacevole, quasi di riposo. Quel perdere tempo che sembra quasi il vero motivo per cui stiamo giocando.
Recepire queste sensazioni, senza il bisogno di sbloccare obiettivi inutili, fatti per allungare il brodo nascondendo le lacune del gioco stesso dietro ad un senso di sfida continuo imposto all’utente, sarà davvero il motivo per il quale ci ritroveremo nuovamente li con il Joypad in mano, notando le ore di gioco aumentare, ma la storia non proseguire.
E ci domanderemo ancora nuovamente come diavolo abbiamo potuto procedere così lentamente.
Ma poi ci passerà nuovamente davanti quell’immagine, quel panorama, che ci lascerà lì ancora con quel sorriso tra l’ebete e l’estasiato.
Ed altri 5 minuti ancora se ne saranno andati. Oddio no. Son già diventati 10.

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Posted by glasslands on apr 27, 2013 in "buon", Arper, colp, del, dell', e, essere un, film, Glasslands, Hardware, Jack, Joseph, Kosinski, meriti, Oblivion, Scavanger, Slider, tom, Tom Cruise, tom's, Videogames
La fantascienza è una creatura poco addomesticabile. Ti può mordere sempre, in qualunque caso, come non ti può mordere mai. Ti può anche accarezzare quando meno te l’aspetti però.
Sviluppare un film originale, non basato su opere o universi precedentemente creati, è quindi un vero e proprio terno al lotto.
Pur ponendo la massima cura nella sua realizzazione, rispettando tutti i vari piccoli dogmi che fin ora si sono formati, tentando il più possibile di non pescare dai classici, o se proprio non vi è altra via, di pescarci sotto lo stendardo dell’ ambiguo termine “citazionismo”, anche dopo tutto questo, non si può davvero prevedere il risultato effettivo che avrà il film. Se poi ci aggiungiamo che visto la scarsità di prodotti originali nel genere, ogni opera nuova acquista già in fase di pre-produzione l’attenzione che viene riservata solitamente alle dichiarazione di guerra nucleari, allora possiamo star sicuri che abbiamo trovato il genere cinematografico più ostico in assoluto con cui confrontarsi.
Apprestarsi a vedere questo “Oblivion” quindi riempie al contempo di timore e di esaltazione. E mentre il corpo tenta di dosare al meglio le quantità di queste due emozioni per non rischiare di implodere, il nome di un importante regista come Joseph Kosinski, che già ha avuto l’onore di riportare alle luci della ribalta la saga di Tron, non fa altro che destabilizzare ulteriormente il tutto.
Nato da una sceneggiatura inizialmente dedicata ad una grapich novel di cui difficilmente vedremo la nascita purtroppo (un purtroppo scritto così), l’opera tenterà di portarci nel pieno stile classico, in un futuro non troppo distante dove la Terra è ormai ai limiti della propria abitabilità a causa della distruzione della Luna per mano di una razza aliena, e in piena fase di migrazione, tra le fila dell’umanità c’è ancora qualcuno che però non vorrebbe andarsene.
Quindi grande cast, grande produzione, grandi cifre.
Basteranno a evitare il morso? Vediamo.

Un futuro non troppo roseo a quanto pare ci attende. Sicuramente un futuro dove non potrete più farvi una romantica passeggiata al chiaro di Luna. Sì perché una razza aliena chiamata Scavanger deciderà di invaderci partendo proprio dalla distruzione del nostro caro amato satellite. Così facendo il pianeta diventerà come quello riprodotto nel film. Un cocktail di cataclismi climatici che renderanno impossibile il mantenimento di una società civile. Se poi ci aggiungiamo che per eliminare la minaccia aliena decideremo di non andarci troppo per il sottile, utilizzando armi atomiche come lanciassimo caramelle, beh preparatevi ad un pronto trasferimento di massa su Titano.
Qualcuno però rimarrà indietro ancora per un po’. Gli ultimi due umani presenti sulla Terra saranno due tecnici, Jack Arper (Tom Cruise) e Victoria (Andrea Riseborough), la cui memoria è stata da tempo resettata per lasciare spazio ad un unico compito: riparare le sentinelle che tengono a bada i remasugli rimasti della razza Scavanger. Una razza ormai sconfitta ma ancora capace di piccoli tentativi di sabotaggio, che mirano le strutture marine create dall’uomo per trarre energia dal mare, energia che servirà poi alla nuova colonia.
Ormai in procinto di partire però, nelle ultime settimane di permanenza sulla Terra, Jack comincerà ad essere nuovamente tempestato da sogni che sembrano più ricordi, ricordi di un tempo non vissuto, e durante un usuale giro di ricognizione farà un ritrovamento che cambierà tutta la visione della sua realtà.

Oblivion è un bel film. Niente da dire su questo. Oggettivamente è un film di cui quindi si consiglia la visione. Chiariamo subito questo punto.
Ma basta questo per sentirsi soddisfatti? Ni.
L’elogio iniziale che gli viene rivolto, è quindi un elogio freddo, freddo quanto la bellezza di cui il film si permea.Il perché è un perché diviso fra diversi aspetti.
“Oblivion” è una storia di cui letta la sceneggiatura ci si potrebbe davvero infatuare. L’opera è davvero ben congegnata, la trama è affascinante e ben strutturata, distribuisce benissimo le varie scoperte che ci riserverà non relegandole solo alla fine, mantenendo quindi vivo l’interesse per tutta la seconda parte della sua stesura. Interesse vivo anche grazie all’abile uso che fa dei riferimenti ai classici del genere, da cui pesca in maniera palese (il film “Moon” su tutti) ma senza scadere nel plagio fine a se stesso. Parliamo della sceneggiatura quindi, non della sua realizzazione su grande schermo.
La sua realizzazione su grande schermo ha invece un risultato più controverso. Se la storia di base ha un fascino indiscutibile, la sua trasposizione ne perde parecchio. Il film sembra spaccato a metà, un primo tempo statico a favore di un secondo tempo totalmente dinamico.
Difetto? Sì, se non si ha la capacità registica di rendere interessanti i momenti di staticità, abilità che in film di questo tipo è fondamentale se non si vuol far cadere tutto il castello di carte abilmente creato. Questa abilita manca a quanto pare al regista Joseph Kosinski, che già in Tron riusciva a portare all’apice del piattume gran parte di tutta l’essenza del film. La fantascienza classica è un animale molto feroce proprio per questo, perché vuole e pretende una certa lentezza, ma questa deve essere trattata in maniera attenta, rendendola asfissiante, ammorbante o deve comunque comunicare qualcosa, mai deve essere una vuota successione di eventi asettici.
La prima parte del film sembra quindi un gigantesco incipit buttato via. Un regista come Duncan Jones avrebbe forse saputo conferire la giusta attenzione a tutto questo, e ci saremmo trovati di fronte ad una prima parte di una profondità superiore. Come lo stesso regista avrebbe forse decisamente evitato di scritturare Tom Cruise per una parte per la quale è totalmente inadatto, non per demeriti attoriali (il buon Tom come sempre fa il suo dovere), ma perchè il suo volto eccessivamente noto ci porta totalmente a “estraniarci” da quanto raccontato. Il ruolo di Jack Arper inizialmente dovrebbe quello di “uomo comune”, desolato e affranto dal dover abbandonare il pianeta. Purtroppo, scontrandoci fin dal primo secondo con la figura di “Tom Cruise” che lo star system ci rende inevitabile, questa empatia già difficile di per sé non riesce minimamente a nascere.

Il secondo tempo del film invece risulta decisamente riuscito. Il ritmo narrativo si alza notevolmente, la trama decolla e l’azione inizia a farla da padrone, ed il buon Tom torna ad essere perfettamente calzante per il ruolo. Il problema dei personaggi rimane, nessuno risulta di impatto o anche solo interessante ( tranne un più carismatico Morgan Freeman), ma la trama è talmente ben congegnata e ben orchestrata da farci sommergere piacevolmente dagli eventi senza notare questa volta la mancanza di profondità della sua gestione. Buoni colpi di scena e momenti di azione ben gestiti ci porteranno ad un finale veramente avvincente, facendoci dimenticare tutta le incertezze della prima parte del film.

Si può essere contenti quindi una volta usciti dalla sala? Sì, difficile uscirne non soddisfatti di quanto visto.
Ma si può essere esaltati da quanto visto? No.
Ed ecco che emerge quella bellezza fredda inizialmente citata. Una buonissima sceneggiatura , scenari calzanti, e una buona seconda parte di film riescono a creare un buon prodotto, dandoci un buon film, ma nient’altro che un buon film. Un film con decisamente più potenzialità rispetto a quanto espresso, forse per colpa di un regista che non è stato capace di avvalorarne una parte fondamentale.
Basta a dire che il morso è stato evitato?
Si, pienamente.
Ma si è scappati troppo dal morso per meritarsi una carezza.
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Posted by glasslands on apr 12, 2013 in amore, Andres, Charpentier, del, del fauno, diavolo, fiaba, film, Glasslands, Guillermo, Guillermo 7, il, la, labirinto, Madre, mamà, Megan, Musichetti, Oscar, Slider, spina, tom, tom's, Toro, Tratti, Videogames, Videogiochi, videogioco
Guillermo del Toro non è certo un nome che ha bisogno di presentazioni.
Noto regista, sceneggiatore, produttore ed ebbene sì anche scrittore messicano, negli ultimi 10 anni questa figura è diventata un vero e proprio punto di riferimento in fatto di cinema, soprattutto di cinema horror (lasciando a malincuore da parte i vari HellBoy 1 & 2 e la sceneggiatura di un tal “Lo Hobbit”) .
Un curriculum fatto di capolavori come “La spina del Diavolo” e il mai troppo lodato “Il labirinto del fauno”, ne fanno una vera e propria icona di genere, in tempi in cui l’horror non gode più certo di grande fama.
A suo grande merito va l’aver saputo dare un’impronta differente da quella che ordinariamente eravamo abituati ad avere attraverso altri registi. Se difatti non è strano vedere il genere horror come mezzo critico verso alcuni aspetti societari, grazie alla sua sfacciata forza che gli permette di trattare temi scomodi in maniera ironica, già di più lo è vedere questi stessi temi e questa stessa forza d’impatto, fusi anche con aspetti narrativi di tipo fiabesco. Il grande merito di quest’uomo è proprio quello di aver portato alla ribalta un sottogenere dell’horror, quello delle fiabe nere.
Andres Musichetti invece ha già più bisogno di presentazioni. Al suo esordio dietro la macchina da presa con questo “La madre” , primo suo lungometraggio ispirato ad un suo corto omonimo “Mamà” (guardalo!), è stato capace prima di far innamorare il suddetto guru con questo suo corto convincendolo a produrlo, poi è stato capace di trarne appunto un lungometraggio a prezzo modico che in America ha incassato 33 mln di dollari in soli 4 giorni.
E’ ora quindi doveroso andare a verificare come questo regista esordiente abbia così perdutamente fatto innamorare produzione e pubblico, apprestandoci alla visione di questo la madre che neanche a dirlo, inizia con un
“C’era una volta”.

Jeffrey dopo aver ucciso la moglie decide di scappare portando con se le sue figlie Victoria (Megan Charpentier) e Lili (Isabelle Nelisse). Ignare di tutto le due salgono in macchina con il padre, ma dopo essere finiti fuori strada si ritrovano ai margini di un bosco, dentro il quale si nasconde una misteriosa baita. All’interno il padre, colto da un raptus di follia, decide di farla finita e in procinto di uccidere prima le figlie poi se stesso, verrà bloccato una misteriosa entità che lo porterà via con sé. Le figlie, lasciate sole in questa casa in compagnia di questa presenza, passeranno 5 anni di isolamento prima di essere ritrovate grazie ad una spedizione finanziata dallo Zio Luke (Nikolaj Coster-Waldau), che mai aveva smesso di cercale. Riportate alla luce e alla società ora le bambine si comportano in maniera animalesca ed inquietante, ma nonostante questo Luke non demorde e decide di prenderle in affidamento con sé e la sua compagna Annabel (Jessica Chastain). Quello che Luke ancora non sa, è che quell’entità che le bambine chiamano “Madre” non ha affatto deciso di lasciarsele portare via.

Questo “La Madre” non un film horror canonico. Questo è bene preventivarlo. Se siete in cerca di facili spaventi, salti dalle poltrone dati da un “Buh!” che non vi aspettavate, statene alla larga. Lo dice la stessa durata del film, che abbandona il classico minutaggio dei 90’ per sfondare il muro dei 100’, come a dirci già in anticipo: qui c’è qualcosa di più.
Come ci avvisa del resto quel “C’era una volta” mostrato prima dell’ inizio del film, buttato li non per caso, ma per ammonimento. Questo è un film che riprende in pieno ( e si innalza a nuova vetta) lo stile del produttore Del Toro, ma decide però di non rinunciare ad un briciolo della salsa horror canonica, scendendo quindi solo a compromessi con lo stile fiabesco da lui tanto amato. Saranno inizio e fine a darci appunto questa chiave di lettura ulteriore, nel mezzo avremo invece un horror che si rifà in pieno al j-horror moderno dei vari The Ring/The Grudge. Nonostante tutto anche da questo punto di vista, è bene sottolinearlo, non rinuncia certo a distaccarsi dagli stessi come stile registico, risultando più particolare ed efficace che mai. La forza del film è proprio quella di inquietare mostrando, senza pensare a sorprendere. Poche (ma efficaci) saranno le scene in cui verremo sorpresi da un qualcosa di inaspettato, molte invece saranno le scene che ci terranno con il fiato sospeso, e non tanto per una sensazione di attesa protratta fine a se stessa (lo stile di The Blair Witch Project per intenderci), ma più per lo stile con cui saranno mostrati questi elementi. Fuori campo, non definiti ma quasi sempre in scena nei momenti catartici, questo girotondo pazzesco palesato e inverosimile farà leva su movimenti “scattosi” affibbiati ad una colonna sonora straniante, che ci metteranno sull’attenti proprio per la loro voluta appariscenza. E non sarebbero di così grande effetto se questi elementi, non sembrassero usciti proprio dai peggiori incubi “Lovercraftiani”.

Saranno le bambine stesse però ad inquietare lo spettatore maggiormente con movimenti rapidi innaturali e animaleschi, in un senso di oppressione crescente pur avendole costantemente o quasi a schermo. Come crescente sarà il ritmo del film, all’inizio molto lento poi via via sempre più incalzante (vera e propria perla registica la scena in prima persona, stile videogioco fps). Ma molte volte, pur con le sensazioni di orrore provocate da momenti molto azzeccati, ci ritroveremo interessati alla vicenda dimenticandoci di essere in presenza di un film horror.
Questo riesce grazie all’attenzione e la cura riposta nei personaggi. Le bambine come già detto sono l’elemento memorabile del film, anche grazie alla loro ottima interpretazione attoriale. Dapprima veri e propri echi prodotti da un fantasma, via via in costante evoluzione. La bravissima Jessica Chastain poi nel ruolo di Annabel, ci porta benissimo all’interno del vero tema del film: l’affetto materno.
Perché sì, in questo film c’è anche spazio per il calore dei sentimenti e l’affermazione degli affetti. Il titolo la madre è ambivalente, sì ricorda il mostro di copertina, ma ci indirizza più a fondo sul tema interessante che il film mediante questo dramma vuole andare ad indagare. Tutte le madri che si dibatteranno per queste due bambine, non sono le loro madri naturali. Ma l’amore, la forza innata quasi bestiale che si svilupperà a difesa dei propri figli sarà quella di una madre vera e propria. Grandissima cura è stata data all’evoluzione del rapporto dei personaggi e per questo ogni reazione ci sembrerà verosimile. E nei momenti finali del film (davvero toccanti) , in un finale che rievocherà nei colori una vera e propria fiaba, avremo la risposta alla domanda che il film ci pone. E’ più importante essere madre di qualcosa, o sentirsi la madre di qualcuno?

Infine chi prima vedrà il corto e poi il film, capirà la perfetta opera di espansione che di esso è stata fatta (il corto è anche inserito nel film con lievi modifiche a mo’ di presa in giro). In questi 100’ min troveremo tutto quello che il corto ci preannuncia, uno stile registico ricercato e originale, immerso in una storia che al di la di ogni aspettativa riesce a rimanere ben impressa, riuscendo a spaventare ma anche ad emozionare. Una risposta sonora per tutti quello che credono che l’horror sia morto. Una risposta sonora per tutti quelli che pensano che horror voglia dire solo spavento.
Dietro una fiaba c’è sempre qualcosa da imparare, dietro alla paura anche.
E dietro questo “C’era una volta…” ci sono tutt’e due.
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Posted by glasslands on apr 3, 2013 in alice, Baum, Bauman, Cinema&Videogiochi, da, del, di, Diggs, Disney, e, fiaba, film, Franco, Glasslands, grade, Hardware, il, in, James, Kunis, L.Frank, mago, meraviglioso, Mila, Oscar, Oz, potente, Raimi, Sam, se, Slider, strega, streghe, tom, tom's, Toy, Videogames, Videogiochi, videogioco, Wonderland
Anche la magia ha i suoi modi per farsi annunciare.
Anche questo però cambia in funzione del momento.
Per l’uso e costume odierno, la magia è solita farsi annunciare tramite una semplice lettera. Recapitata prima del compimento dell’ undicesimo anno di età, la lettera della scuola di magia e stregoneria di Hogwards annuncia al destinatario la sua possibilità di accedere ad un mondo magico straordinario. E chi è sognatore a queste cose non ci crede (??) però un po’ ci spera, e quindi si ritrova li ad attendere silentemente questa lettera (anche oltre scadenza ), sperando che il mondo magico decida finalmente di spianarsi anche dinnanzi a lui.
Non è sempre stato così però. Quando ancora Harry Potter e il mondo creato dalla Rowling erano ben lungi dall’essere concepiti (come la stessa Rowling del resto), l’attesa non era tutta convogliata su di una semplice lettera, ma il segnale che poteva dare il via all’abbattimento delle soglie tra reale e fantastico consisteva in un evento naturale, come una potente ondata di vento. Un vero e proprio tornado che poteva fare razzia di tutto per trasportarci in un vero e proprio mondo magico. Stiamo parlando del mondo di Oz.
Opera di riferimento letterario di inizio 900’, “Il meraviglioso mago di Oz” ad opera di L.Frank Baum, (che poi divenne semplicemente “Il mago di Oz”) era ed è un opera di riferimento in termini di fantasy, una fiaba per ragazzi che all’epoca diede vita ad una serie di libri (sia apocrifi che non) e vari adattamenti cinematografici. Il più noto risale al 39’, mentre Disney aspetta fino al 85’ per sfornare un suo “seguito” basato su uno dei libri facenti parte della collana.
Fino ad ora, quando appunto prova a portare nuovamente su grande schermo le avventure del mago, ma in una veste totalmente nuova. Vista l’impossibilità di sfruttarne i diritti abbandona la strada del remake, e si imbarca in una sorta di prequel, affidandosi inaspettatamente a Sam Raimi (la prima trilogia di Spiderman, La casa, Drag me to hell etc etc) facendo vestire ad un giovane Oz i panni del protagonista, narrandoci delle vicende che lo hanno portato a diventare poi uno dei maghi più celebri e ingannevoli della storia.

La narrazione ci porta subito a contatto con Oscar Diggs (James Franco), in arte Oz, talentuoso mago circense del Kansas, che tra uno spettacolo e l’altro del suo circo ambulante non vede l’ora di riuscire a combinare quel qualcosa di grande ed emblematico che lo farà ricordare per sempre, consegnandolo alla storia. In virtù di queste sue grandi ambizioni si trova a dover rinunciare però alla ragazza che ama, perché grande in lui è il terrore di prendere la via dell’uomo qualunque, sedimentandosi senza riuscire a combinare nulla di veramente speciale. Ma ecco che un giorno si scatena un potente tornado che lo costringe a fuggire, per salvarsi, a bordo di una mongolfiera. Finito nell’occhio del ciclone e ormai convinto di passare a migliori vita, eccolo invece catapultato in un mondo totalmente nuovo, una terra fatata in attesa del “prescelto”, un mago dal nome delle stessa terra, che sarebbe riuscito finalmente a riportare pace ed ordine in un mondo caduto vittima dei sotterfugi di una strega cattiva.

Tornare a familiarizzare con la terra di Oz non poteva risultare più problematico. Dopo il lungo silenzio cinematografico, veder tornare alla ribalta il nome di uno dei più grandi maghi letterari della storia del 900’, non poteva fare che piacere, soprattutto per via delle nuove possibilità tecnologiche che il cinema in questi anni ha voracemente acquisito. Padronanza totale della computer grafica e innesto più o meno convincente del 3D, convogliate su un’opera fantasy di tal nomea, hanno subito ravvivato l’interesse sopito, ma una problematica legata ai diritti che ne limitava la ripresa, ha subito fatto capire che le problematiche legate alla realizzazione di tale opera non sarebbero state certo poche, obbligando la produzione a spostarsi sulla stesura di una sceneggiatura totalmente nuova.Un inizio quindi che non lasciava di certo tranquilli.
Ed è quindi un po’ spiazzati che veniamo a contatto con un inizio film che proprio, beffardamente, si rifà al classico, e gestisce le prime sequenze ambientate nella “realtà” utilizzando un bianco e nero retrò, rendendo così il terreno ancora più fertile per il nostro ritorno nella terra di Oz, terra per la quale la stessa produzione che si cela dietro Alice in the Wonderland non si risparmia certo, sfoggiando il suo grande repertorio scenografico per realizzare un mondo più vivo e colorato che mai, come a dire “bene, da qui guardate allora cosa facciamo noi”.
E già dal trailer si nota pesantemente la mano della produzione del controverso Alice, tanto criticata e tanto lodata da alcuni, che mira a riproporre quest’ Oz tramite un’operazione commerciale molto simile, rendendo il racconto molto meno fiabesco e marcando (o perlomeno cercando di marcare) maggiormente gli elementi più fantasy dell’avventura. Con un’opera del genere però tale colpo di mano (che tanto aveva fatto imbestialire allora) risulta fortunatamente più leggero e meno invasivo mantenendo inalterato appunto l’appeal fiabesco e molto scanzonato originario. Ecco che quindi il film risulta essere una piacevole visione, un ‘opera per ragazzi con buoni momenti comici, dalla sceneggiatura abbastanza debole ma ben sorretta dagli interpreti e dalle ritmiche, che solo nella parte centrale del film lasciano un po’ di spazio alla noia visto la durata di 2 ore e 10 complessiva.
Il già citato inizio è un momento non solo citazionista, ma un vero valore aggiunto, che ci aiuta nella discesa in quest’opera storica a suo modo buffa, ricca di magia ma anche e soprattutto di illusione e di furbizia. E il venire poi subito dopo immersi in una spettacolare computer grafica, tanto clamorosamente finta quanto efficace ( grazie anche alla vita data dal 3D, in molte scene convincente e coinvolgente, anche se non fondamentale) non può che lasciarci in balia del più completo fascino, rendendoci più volte partecipi del mondo magico che ci viene presentato.

James Franco sfodera un personaggio davvero convincente (divertente e grottesco quanto basta senza eccedere), che può farsi carico di una sceneggiatura poco incisiva rendendola comunque godibile. La furbizia del suo sguardo è genuina, e mai del tutto copre il senso di bontà e sensibilità generale comunicata dal personaggio. Un personaggio che alla fine ci porterà fin dal principio dentro il suo dubbio esistenziale. Il suo sentirsi mago agli occhi degli altri lo esalta, ma lo ferisce quando la realtà si abbatte su di lui mostrandogli i suoi “reali” limiti. Limiti che non gli permettono di far alzare dalla sedia a rotelle una povera bambina malata che assiste ai suoi spettacoli. Limiti con cui si scontra, ma che poi nel mondo magico vengono abbattuti da una cosa più importante e più “magica” forse della stessa magia. La sua volontà, il suo buon cuore.
Quelli che gli permettono di far camminare una bambola di porcellana dalle gambe rotte e di diventare amico di una misera scimmia.
Ed è qui che la differenza tra magia ed illusione, all’inizio molto netta, ci sembrerà via via più sottile tanto da perderne lentamente il labile confine. Ed il processo di maturazione del personaggio, nonché il positivo messaggio che viene lanciato allo spettatore, sta proprio nel realizzare che si può essere tutto. Purchè si creda, e si voglia fortemente di esserlo.
Le tre streghe Theodora (Mila Kunis), Evanova (Rachel Weisz) e Glinda (Michelle Williams), risultano ben caratterizzate ed interpretate, e forse a spiccare in fin dei conti è proprio la Kunis grazie ad una seconda parte di film molto più consona alle sue caratteristiche.
Raimi dimostra di saper gestire in maniera discreta tutta la vicenda rendendola chiara e semplice, a tratti sì un po frettolosa, ma con un’ ottima parte finale dove ( tolta la solita guerra poco credibile dalla quale ormai sembra non si possa prescindere) sarà la teatralità a farla da padrone, e grazie alla quale riusciremo ad alzarci dalla poltrona del cinema con un piacevole ricordo.

Un film consigliato quindi a tutti i ragazzi, e anche a chi con spirito sognante e non troppo pretenzioso, non vede l’ora di immergersi in un mondo magico e vibrante, dove riscoprire la sacralità di quella semplice e particolare magia che tutti abbiamo non sarà affatto difficile.
Al patto solo di provare, almeno per un secondo, a crederci davvero.
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