Xbox-One1Bastava avere un po’ di pazienza. Pazienza? Sì. Quella cosa così noiosa da richiederne a suo volta parecchia per essere fruita a dovere. Uno sforzo mica da poco per una razza così particolare come è quella del videogiocatore. E con pazienza l’E3 piano piano è anche lui finalmente arrivato, carico delle sue attese, carico soprattutto delle [...]


read more

Xbox-Next-Gen-2013-Xbox-One-Reveal-004-1280x720

Eccola lì.
Il velo di mistero che avvolgeva ancora l’ultima delle pretendenti al trono di regina del prossimo futuro videoludico è finalmente caduto, e così anche Microsoft, ha finalmente deciso di presentare al mondo la sua nuova “piccola” nata.
Il velo però è caduto davvero in toto. La console è stata mostrata in tutta la sua forma, senza ulteriori indugi tra lo stupore di tutti, visto il mezzo passo precedente di Sony ed anche in vista della prossimità dell’ E3.
Ed ecco che finalmente abbiamo anche un nome. Xbox One, recita il suo battesimo.
Anni di fantasticherie, di moltiplicazioni, addizioni e sottrazioni inverosimili per riuscire a calcolare il nome dell’ erede della stanca 360, ma a quanto pare l’unica cosa che andava fatta, era un bel passo indietro.
Che è, caso vuole, proprio quello che agli occhi dell’intero modo videoludico, è sembrata la conferenza di Microsoft. Un bel passo indietro.
E non parliamo solo a livello anagrafico/numerico, ma un passo indietro nei confronti anche di uno degli elementi più importanti di questa industria, ovvero, i Videogiocatori.
Videogiocatori subito in fermento, aizzati e resi furibondi tramite un veleno di cui sono facile preda, nascosto e inserito, come un cavallo di Troia, in quello che sembrava essere invece uno dei più bei doni.
Una conferenza videoludica che non parla di Videogiochi.
Ed ecco che la più che sensibile rete partorisce subito, senza neanche passare dal concepimento,  il verdetto della fallimentare politica di Microsoft e della sua pessima nuova nata.

Beh, la rabbia e il furore sono comprensibili, soprattutto a sangue caldo, ma oggi, a mente lucida, è realmente tutto così nero?
Vediamo.

59d51511-a3a1-42df-8f82-912b0a1e05cb

Che Microsoft abbia sempre prediletto come territorio di caccia quello americano, non è certo una novità. I dati di vendita lo dimostrano, la penetrazione di Microsoft nel mercato console ha sempre avuto quello come epicentro, e quindi si sa, lì ricadono più spesso le sue attenzioni, soprattutto dopo la fallimentare campagna di conquista del Sol Levanete.
E dal 2007 in avanti questo fattore, via via che le console diventavano sempre meno oggetti da salotto ma più oggetti da rete, è diventato sempre più prepotente. Le conferenze E3 lentamente hanno iniziato a lasciare sempre più spazio ai servizi di Home Center per cui la console è sempre stata preposta, e quindi ecco fare capolino questi servizi televisivi per il suolo americano, di cui a noi europei, è sempre fregato ben poco.  Dopo l’integrazione con Mediaset Premium, a noi italiani in particolare, è iniziato a fregare definitivamente ancor meno.

E delusi da tale scarso supporto avevamo anche deciso di lasciare perdere questo servizio comunque limitrofo e scarsamente utile, ma ieri sera, purtroppo, questo trend si è ingigantito tanto da fagocitare quasi interamente una conferenza dedicata alla presentazione della nuova console.
La conferenza, da mesi aspettata, e preparata in fretta e furia in risposta a quella di Sony tenutasi a Marzo, si è dimostrata una controversa esposizione di servizi Home Center integrati in Xbox One, con uno spazio molto limitato dedicato al resto.
Ma come detto, che l’intenzione di Microsoft di puntare sempre più su questo aspetto, fosse forte, era ben chiaro, e se non lo era, è solo perchè abbiamo volutamente deciso di bendarci per bene gli occhi.Quindi mordiamoci la lingua, inghiottiamo l’amaro boccone che ci viene propinato al sol sentire la parola Tv, e analizziamo.

Cosa rimane?
Rimane in fin dei conti, una buonissima evoluzione di Xbox 360.
Tralasciando il design (26 luminari designer impiegati per realizzare un parallelepipedo), a cui volenti o nolenti ci dovremo abituare, l’Xbox prosegue nel solco tracciato dalla sua profetica madre dall’inizio del progetto. Un Xbox apripista di mercato e del servizio di online gaming; un’ Xbox, 360, a dimostrare la sua volontà di essere a 360° su tutto il lato multimediale; un’ Xbox One a unificare tutto il servizio multimediale in un unica duttile periferica. E strategia vincente o meno, Microsoft non ha mai mentito o nascosto il tratto in questo.
Ma i videogiochi, comunque, devono essere un perno fondamentale di questo centro multimediale, e a quanto pare, comunque, lo saranno.
Quindi stop momentaneamente agli allarmismi perlomeno. Perché vero è che non è stato mostrato nulla, ma il dato di 8 nuove Ip e 7 nuove esclusive, non per questo deve passare inosservato. Considerando poi che l’E3 è alle porte e Microsoft si è già giocata la sua “bomba”, mostrando direttamente la sua console in questa conferenza di risposta (cosa che Sony non ha fatto nella sua), fa intuire o perlomeno sperare che per una volta, finalmente e davvero, il parco ludico che ci attende all’E3 potrebbe essere più che sostanzioso.
E con i nomi in ballo di Rare (di cui si vocifera un progetto più serio finalmente) e Remedy (su cui si sbava anche solo scriverne il nome), il sostanzioso può anche essere sinonimo di qualitativo.

quantumbreak (2)

Cosa abbiamo poi?
Specifiche tecniche che ci inducono a pensare ad un prodotto di pari forza a Ps4, un Kinect 2.0 in vantaggio di una generazione rispetto al PsEye e con specifiche tecniche davvero di rilievo (mapping facciale : ora sta ai game designer sfruttarlo), e un servizio di online ulteriormente potenziato con 300.000 server a disposizione e un utile servizio di Cloud dedicato anche ad ampliare la potenza di calcolo della console. Inoltre la possibilità di sharing dei video registrati delle proprie partite, emula la strada già intrapresa da Sony senza farsi neanche lì distanziare.

Questo quindi vuol dire che non ci abbiamo capito una mazza e son tutte rose quelle che ci aspettano allora?
Assolutamente no.

2-microsofttou

Le ombre rimangono, ed anche di un certo rilievo, ma anche su quelle bisogna un attimino soprassedere in attesa di certezze per non sparare all’aria.
La più grossa pecca, come vociferato da tempo, è quella del blocco imposto sui giochi che si legheranno al profilo del giocatore. Notizie che ancora hanno bisogno di conferma ufficiale, come per Sony, e che lasciano spazio ad una possibile migrazione di licenze di utilizzo su altri profili, senza sovrapprezzo, un servizio più contro la pirateria quindi, che l’usato.
Delucidazioni necessarie anche sull’obbligatorietà o meno del collegamento internet per la fruizione della parte offline dei giochi.
Pecca negativa certa, sarà la necessità del sensore Kinect per far funzionare la console, che anche se incluso, è sicuramente un elemento in più soggetto a danneggiamento e potrebbe creare un problema in sede di rottura, e di eventuale quindi riacquisto.

Ma quindi alla fine il malcontento generale, da cosa è generato?
La delusione sta forse  solamente nel fatto che questa conferenza è stata organizzata in fretta e furia pensando prevalentemente al mercato americano, cosa indicata anche dalla pochezza della stampa invitata, pur godendo di una visibilità assolutamente internazionale. Lo sbaglio principale di Microsoft quindi, per ora, è sicuramente insito in un settore di comunicazione non capace di valorizzare un evento che sottovaluta gli altri mercati, lasciandoli momentaneamente in attesa delle informazioni utili che verranno poi rilasciate probabilmente all’E3.

xbox one

C’è anche bisogno però di scavare un attimino più a fondo, soprattutto in questo particolare momento storico videoludico.
Anche la conferenza Ps4, pur essendo leggermente più piena, non aveva convinto granchè. E allora perché?

Attualmente forse il problema, siamo un po’ noi. Che di fronte ad una generazione che sembra non promettere altro che upgrade grafici, siamo qui comunque in attesa di un qualche miracolo innovativo capace di farci saltare dalla sedia per lo stupore, per cui i normali miglioramenti hardware di questa generazione sicuramente non basteranno.
Il videogiocatore è però un animale notoriamente contraddittorio, attenzione.
Perchè li avessimo davvero, si chiamassero Kinect 2.0, IllumiRoom o Oculus, saremmo qui comunque a criticarne l’eccessiva avanguardia, sempre troppo innamorati del vecchio per guardare con lungimiranza, speranza e un minimo di calma, al nuovo.

Condividi questo articolo


FacebookTwitterGoogle PlusEmailRSS


read more

LA CASA (EVIL DEAD) REMAKE 2013 - 7

Remake, reboot, remake, reboot.
Questo è il grido che il cinema silentemente sta lanciando in questi ultimi anni. Per alcuni grido di gioia, per altri invece un vero e proprio grido di dolore, una coltellata precisa all’organo interno chiamato “originalità”.
E che si voglia o meno questa è una strada che sembra proseguire ben dritta senza svincoli, ormai ancor più consolidata dai buoni frutti che questi prodotti generano. Frutti dorati per intenderci.
Eccoci quindi alle soglie dell’ennesimo remake e, volenti o meno, questa volta ad esserne preda è uno dei capostipiti del filone horror/spatter, film d’annata 1981 ad opera del poliedrico Sam RaimiUn film low budget che, successivamente agli incassi non ottimi ricevuti al botteghino, divenne un vero e proprio fenomeno tanto da produrne un seguito e un capitolo finale più trash e scanzonato.

E nel 2013 le “porte” (non a caso) di codesto horror si spalancano nuovamente in fronte a noi senza fare troppi complimenti e, grazie al regista Fede Alvarez,  ci invitano a prendere comodamente posto per gustarci nuovamente sotto questa nuova linfa il film che “sarebbe dovuto essere”, quello che gli stessi originali autori (ora in produzione) avrebbero voluto produrre avendo più budget a disposizione e tecnologie adatte.
Quindi basta con i preamboli e accomodiamoci.
Benvenuti nuovamente ne “La casa”. E vi consigliamo di lasciare fuori le scarpe.
Perché avrete davvero molto di cui sporcavi.

la-casa-2013-420x215 (1)

Cinque ragazzi si radunano di fronte ad una casa ormai in rovina, sperduta in mezzo ad un fitto bosco.
Un raduno organizzato per Mia (Jane Levy), sorella di David (Shiloh Fernandez), da tempo caduta ormai in un vortice di tossicodipendenza da cui vuole appunto disperatamente uscire, sancendo il suo ufficiale addio alle droghe con questa piccola rimpatriata. Purtroppo l’addio alla droga è un saluto dalla mano poco ferma, e i ragazzi quindi, si trovano a far fronte alle crisi di astinenza di Mia che disperata tenta di fuggire.
Nel frattempo però Eric (Lou Taylor Pucci) trova nello scantinato un misterioso libro, rilegato in pelle umana, che contiene al suo interno strane formule evocative, e che senza troppi fronzoli, decide di pronunciare ad alta voce.
Ed è proprio a causa di queste parole che Eric evocherà una creatura demoniaca da tempo ormai sopita, che prendendo inizialmente possesso del corpo Mia, comincerà a comporre un cerchio di sangue per riesumare dalla terra un antico demone.

la-casa-evil-dead-2013-10-700x380

Ed eccoci quindi entrati pienamente nella “casa” dei remake.
Il punto da cui partire per analizzare questo titolo è proprio questo. Cosa dovremmo trovare in questa casa ?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo avere ben chiaro cos’è un remake e perché viene fatto (remake in funzione di tempo, non di luogo).

Il perché è presto detto. Soldi.
Il cos’è (o cosa il più delle volte dovrebbe essere), è definibile come una rilettura in chiave moderna, con mezzi moderni, di un’ opera di un certo rilievo, ormai datata, che per essere ancora adeguatamente trasmessa si attualizza rendendosi “digeribile” al pubblico moderno, senza rinunciare però alla sua impronta di fabbrica e al suo spirito originale
Appurato questo diventa davvero difficile non ammettere che questo “La Casa” riesce perfettamente nell’opera che si era prefissato.
Il plot è lo stesso, le dinamiche sono le stesse ed anche le inquadrature, con saggio occhio citazionista, vengono riproposte fedelmente, riproponendoci il classico movimento fra gli alberi via via più veloci ed ammorbanti.
Ovviamente queste meccaniche riproposte, trattandosi appunto di un remake, non possono non sposarsi con il filone cinematografico moderno, che vuole e pretende una minima profondità di storyline, ossia un maggiore spessore al cupo viaggio dei personaggi quasi immersi in una sorta di girone di purificazione. Ed ecco che così il pretesto per dare il via a questo circolo vizioso di morti, diventa la disintossicazione dalle droghe, non più quindi un comune weekend in montagna passato tra amici.

la-casa-elizabeth-blackmore-alle-prese-con-un-coltello-elettrico-in-una-scena-del-film-269016

Andando al sodo invece ecco che la produzione di Sam Raimi e Alvarez, con a disposizione fondi per accedere ad un lato costumistico e fotografico di prim’ordine, riesce non solo a soffermarsi sulla rivisitazione di molte situazioni fedeli all’originale (prendendo spunto anche dai seguiti), ma dona loro anche quella efficacia moderna data da una regia sì violenta, ma che non si perde nella semplicità della stessa dando alle scene la giusta carica di tensione “disturbata”, facendo soffrire personaggi e spettatori.
Ecco quello a cui mirava la prima produzione quindi.
Ed ecco quello che forse proprio i fan non riusciranno completamente ad accettare.
L’horror targato Alvarez, godendo di questa nuova patina, perde forse proprio quel canone distintivo che si era generato partendo dai limiti stessi con cui il film originale si trovava di forza a combattere. Limiti che lo obbligavano ad essere più sfacciatamente gore, senza la possibilità di “perdersi” in troppe finezze, con lievi accenti di torture porn.
Ma è proprio la qualità a rendere questo prodotto così appetibile, e nonostante la classicità di impostazione, anche a livello odierno, gli permette di essere una godibilissima visione per il nuovo pubblico a cui va incontro, i cui gusti sono stati rimodellati da un cinema horror più attento e raffinato.

LA CASA (EVIL DEAD) REMAKE 2013 - 7

Quindi cosa ne esce da questa rivisitazione?
Ne esce un prodotto perfettamente confezionato per essere goduto anche attualmente, un’operazione di remake perfetta visto l’intento di andare incontro ad un pubblico che altrimenti l’avrebbe trovato eccessivamente netto e indigesto.
Una casa “di comodo” insomma, che accoglie equamente vecchi e nuovi abitanti, facendo vedere che le sue fondamenta sono oggi più solide che mai.

Condividi questo articolo


FacebookTwitterGoogle PlusEmailRSS


read more

Fz5tJ

C’era una volta…il “C’era una volta”.
Se ne stava allegro, classico e tranquillo,  riposto sulla prima riga del primo foglio di ogni fiaba che valeva la pena di essere narrata e scritta.
Il suo dominio era incontrastato. Mai nessuno avrebbe potuto spodestarlo da quel foglio.
E sapeva bene che per quanto i tavoli su cui poggiava e il mondo circostante  fossero cambiati, non avrebbero potuto certo mai fare a meno di lui. Di lui e delle pagine a cui faceva da vassallo.
Le fiabe rimarranno per sempre le fiabe“, cantava orgoglioso.

E quindi la sua esistenza tranquilla continuava e continuava, tra una pagina girata e l’altra, fiero del suo classicismo e fiero della bellezza delle storie che dopo la sua pronuncia sarebbero sempre nuovamente nate.
Ma questo “C’era una volta”, un po’ pigro e accomodato,  aveva di molto sottovalutato la potenza del suo più acerrimo nemico di sempre.
Il Tempo.

Perché il Tempo aveva ordito un subdolo piano per cambiare tutto quello su cui lui aveva sempre comodamente dormito.
Le parole iniziarono così a  impazzire e a mischiarsi furiosamente, e questa volta al suo ennesimo risveglio, si ritrovò improvvisamente con storie con cui non aveva mai avuto a che fare, e che neanche avrebbe mai voluto minimamente sentire.
Trame sconvolte, personaggi ricontestualizzati e tanti cari saluti alla semplice innocenza che da sempre le aveva accompagnate.

Ed ecco quindi che questo “C’era una volta”, per l’ennesima volta in questi anni si trova nuovamente strappato alle sue pagine originarie, e viene nuovamente obbligato a far la conta con le moderne reinterpretazioni cinematografiche.
A farne le spese, questa volta, è il racconto “Hansel & Gretel”, una delle più note fiabe dei fratelli Grimm.
A curarne l’adattamento cinematografico in salsa splatter è l’emergente Tommy Wirkola ,già autore dell’interessante “Dead Snow”, che appunto non lascia molti dubbi in merito alla piega che su grande schermo la “favola” prenderà.
E se il nome non bastasse a rendere l’idea dell’opera beh, domandatevi…

Come saranno cresciuti i due pargoli una volta uccisa la strega cattiva?
Abbandonati dai propri genitori, senza più niente,  senza saper fare nessun mestiere remunerativo che li aiutasse a guadagnarsi da vivere, come diavolo sarebbero potuti sopravvivere in un’ epoca di inquisizione dove non c’era pane che avanzava neanche per i propri pargoli?
Mah un attimo…Quale lavoro, in un epoca di inquisizione, più remunerativo che…
i cacciatori di streghe?


Caro “C’era una volta“…
Questa volta non hai minimamente idea di quello che ti troverai a raccontare.

 hansel-e-gretel-cacciatori-di-streghe-uscita-italia

La storia inizia con…”Hansel & Gretel”.
C’è bisogno veramente di dire cosa successe ad Hansel & Gretel?
Bene.
Tenete per buono quanto sapevate perché fino alla casetta di marzapane e (spoilerone) alla strega bruciata nel suo stesso forno, è tutto vero.
Nessuno però si era mai posto il problema di immaginare cosa avrebbero fatto i due fratellini una volta finito il barcebue.
Ebbene, fossero stati attaccati e quasi uccisi  da un branco di piatti mannari sarebbero diventati dei fantastici campioni di tiro al piattello, ma a farne quasi un pasto è stata invece proprio una strega.
Ed è quindi così che i nostri compassionevoli fratellini non hanno avuto altra scelte che diventare, dei tamarrissimi sanguinolenti…cacciatori di streghe!

E il belloccio Hansel ( Jeremy Renner) e la ancor più che belloccia  Gretel (Gemma Arterton), il loro mestiere lo sanno fare più che bene. Hanno stoffa, e il non sottile dettaglio di non poter essere colpiti da alcun incantesimo di strega gioca sicuramente a loro favore.
Dopo essere diventati quindi dei cacciatori di una certa fama, finiranno in una cittadina dove però delle sparizioni di bambini e un rito misterioso, metteranno a dura prova anche le loro capacità, e obbligheranno i due fratelli nuovamente a scavare nel loro passato.

Hansel-e-Gretel-gdhj-300x225
Partiamo dal presupposto che film di questo genere (un trailer che parla più che chiaramente una volta tanto) vanno valutati solo nell’ambito in cui si muovono. E’ vero. Ma anche no per questa volta.
Perché per quanto il trailer parli fin troppo chiaramente, questo Hanesl & Gretel forse appunto per questo, riesce addirittura a sorprendere.
L’inizio riassume in pochissimi minuti la fiaba classica e liquida agevolmente un incipit che per stile, invoglia quasi alla visione di un film horror canonico tanto è ben confezionato. Ma l’onda del trash/ splatter, come sappiamo, è appena dietro la porta della personale casa di marzapane del film che ghiotti non vediamo comunque l’ora di assaporare.
E per quanto dalle prime battute faccia molto strano sentire quel “sono Hansel & Gretel i cacciatori di streghe! “ (vien da ridere solo a leggerlo), piano piano anche l’orecchio deciderà di abbassare le sue difese abbandonandosi alla visione del film senza preconcetti.
Nel film si diceva, c’è tutto quello promesso dal trailer. Due protagonisti di “mestiere” che svolgono più che bene il compito affidatogli, combattimenti gestiti con buonissime ritmiche e dinamiche (e in un ambiente in cui ormai si è visto più che di tutto, non è cosa affatto da sottovalutare) e scenografie dai toni cupi e logori che creano un ambiente adattissimo alla gestione di questi.
E questo sarebbe già più che sufficiente per promuoverlo  e consigliarne la visione. Valutandolo nel suo ambito per l’appunto.
Ma il film, va anche un tantino oltre.

jeremy-renner-contro-le-streghe

Oltre che il gusto del trash- splatter canonico, il film ha inaspettatamente una struttura narrativa che riesce anche ad incuriosire più che piacevolmente.
Esso infatti non imbastisce una trama totalmente nuova, o perlomeno sì lo fa, ma gioca abilmente con la fiaba di base, plasmandola a suo favore, per mostrarci dei risvolti che grazie ad elementi fantasy acquistano un diverso colore, a tratti addirittura più buonista.
Elementi fantasy che si rivedono anche nei personaggi, con l’introduzione di creature come Troll e altri piccoli elementi di cui non si farà menzione per non rovinare il gusto della scoperta.
E il dosaggio di una buona narrazione, condita con perfetti momenti ironici (ironia funzionale anche alla caratterizzazione dei personaggi) e a momenti di azione di puro splatter, creano un prodotto davvero forte che rende impossibile la noia. Tanto che alla fine del film ci troveremo quasi delusi nel vederlo finire (in un finale gestito per l’appunto in maniera un po’ sbrigativa).
E questo è forse il complimento più bello che gli si possa fare.
Solitamente film del genere, nei loro classici 90’ min, riescono a “esaudirci” più che sufficientemente, mentre il film scorre talmente bene che qualche approfondimento sui persoaggi, qualche gag, o qualche combattimento  in più non avrebbero assolutamente guastato.

Se poi ci aggiungiamo un set di armi e di elementi anacronistici che strizzano leggermente l’occhio allo steam-punk, allora abbiamo trovato uno dei prodotti più riusciti, vincenti ed originali, del nuovo filone cinematografico “fiabe modernizzate”.

hansel-e-gretel-bambini-in-un-scena-di-hansel-gretel-cacciatori-di-streghe-269104

A chi si consiglia questo film quindi?
Non ci sono grandi parametri da definire.
Volete passare 90 minuti di sano divertimento? Senza troppi fronzoli, è un film che fa per voi.
Ed anche quel “C’era una volta” forse, per questa volta, si risentirà meno nel vedersi appoggiato su una fiaba che di fiaba non ha davvero più nulla.
E se così non gli va allora, che lasci spazio ad un incipit più  funzionale e diretto.
Passare, chessò, da un “C’era una volta” ad un ” L’unica strega buona, è una strega morta.

Condividi questo articolo


FacebookTwitterGoogle PlusEmailRSS


read more

308640.monado-beginning-of-the-world-per-wii.dkiqc_jpg_1400x0_q85

Il Videogioco per molti è visto come una perdita di tempo.
Questione di gusti ed opinioni per carità, persone esterne al medium che rimangono tali e che tali vogliono rimanerci per i più disparati motivi.
Anche tra “noi” interni  c’è però chi giocando ad un gioco piuttosto che ad un altro, sente di aver “perso tempo”.
Vuoi per la qualità del prodotto, vuoi per la non compatibilità con i nostri gusti, questa sensazione l’abbiamo provata tutti e abbiamo tentato ogni volta di capirne il motivo, così da riuscire a tutelarci in futuro da situazioni molto simili, perché si sa, perdere tempo visto che la nostra personale clessidra non gode di granellini illimitati, non piace proprio a nessuno.
Il concetto è assoluto e rimane, ma per quanto tentiamo di capire e catalogare le situazioni che non ci vanno a genio e ci portano in questa condizione di malessere, ci sarà sempre quell’eccezione che esulerà dalla regola, che la renderà vana pur rispettando tutti i canoni matematici che ci siamo arduamente costruiti, portandoci a realizzare sì di star “perdendo tempo”, ma tra un misto di iniziale disagio e stupore, ci porterà anche a realizzare che nonostante tutto ci sentiamo dannatamente contenti nel farlo.

Vi è mai capitata questa sensazione?
Perché questa sensazione sono esattamente le (attuali) 30 ore di gioco passate a Xenoblade Chronicles.

308640.monado-beginning-of-the-world-per-wii.dkiqc_jpg_1400x0_q85

Breve riassuntino per chi non lo conoscesse:
Xenoblade è un Action/Jrpg in esclusiva Wii, uscito ormai nel lontano 2011, sviluppato da Monolith Software.
Il gioco, a rigor di recensioni e cronache, è stato una vera e propria perla nel panorama videoludico Wii, che a fronte di uno sconfinato parco di titoli casual ogni tanto regalava appunto veri e propri gioielli.
Il titolo è stato più volte paragonato a FF7, vero e proprio riferimento per il genere a cui sembra essergli, per storia e complesso, direttamente secondo.
E’ quindi con grande grandissima aspettativa che ci si pone dinnanzi allo schermo in attesa che le vicende prendano vita, e ci accompagnino con loro dentro questo mondo che scopriremo essere nient’altro, che il corpo di un immenso gigante.

xenoblade

Ed è proprio al raggiungimento della 30esima ora  di vagabondaggio per queste lande che con stupore immenso posso accorgermi di quanto questo Xenoblade per ora mi induca, tramite non so che miracolo informatico, a fare molte delle cose che solitamente categorizzo come “perdere tempo”.
Ma questa volta la sensazione appunto non è stata per niente tale. Ed anzi, ha trasformato queste perdite di tempo in un esperienza di immersione videoludica totale, per la quale questo tempo perso può essere considerato  alla stregua di una vera passeggiata sotto le stelle.
Chi si sognerebbe mai di categorizzare una passeggiata in riva al mare, o sotto di un cielo che sa di spazio, come perdita di tempo? Nessuno.
Ed è proprio questo il punto. Nessuno categorizza il tempo libero come tempo buttato, nella realtà lo si gode e basta.
Ma in un gioco è differente. Per sua natura è fatto di obiettivi e di “cose da fare”.Ed anche questo gioco non fa eccezione da questo punto di vista. Ma in questo caso c’è qualcosa di lievemente diverso. Qui abbiamo anche una valorizzazione di questo tempo libero, e quindi una valorizzazione assoluta di tutto il tempo di gioco.

Veniamo  a queste 30 ore giocate.
Da amante delle storie, videogiocando quasi totalmente per la fruizione di esse, tiro un po’ le somme, e per ora noto che la storia ha sì dei buonissimi spunti narrativi, ma per ora non fa gridare certo al miracolo. L’arco narrativo che ci porta fino alla capitale di Alcamoth, sembra ancora un intenso incipit di vicende successive che si ingigantiranno via via, e quindi accettiamo di buon grado il riservo e il contenimento della trama, ed accettiamo la magari banalità dei dialoghi (soprattutto quelli delle scene non scriptate) e dei personaggi (stereotipati inizialmente ma soggetti ad una buona evoluzione) che per ora tutto fanno meno che sorprendere.
Ma quindi, a cosa può essere dovuto questo incanto?

tumblr_m7lowatkmb1r0r092o1_500

La memoria viaggia e tenta di districare questo complicato caso ,e viaggiando ci si accorge che non si sofferma su emblematici momenti di così epica sceneggiatura che diano un senso a tutto questo ( per quanto comunque sicuramente alcuni riaffiorino più che piacevolmente).
Va a riprendere invece, per prima cosa, tutti quei momenti in cui intenti nella ricerca di un obiettivo ci siamo fermati 2/3/5  minuti, estasiati dal panorama, in quel momento esatto in cui il tramonto fa calare completamente la notte, rendendoci spettatori di uno spettacolo naturale totale. Nella scenografia delle stelle riflesse sulla superficie dell’acqua, che tenta romanticamente di farci perdere il confine di terra e cielo. Mentre ancor si odono le note della colonna sonora, una delle più belle maestose mai prodotte in un videogioco (4 Cd di puro godimento) che perfettamente allieta questi momenti.
E ci ritroveremo lì a notare che i minuti, da 5, son diventati inaspettatamente 10, e la strada che avevamo intrapreso è ora più lontana, perché magari ci siamo ingenuamente allontanati un po’per scoprire che panorama nascondesse quell’altura, o cosa si provasse a camminare lenti sotto di un cielo che inscena una spettacolare pioggia di stelle cadenti, che come coriandolo fatati a volte arrivano davanti ai nostri occhi per sfiorarci.
Saremo quindi noi stessi a procacciarci in maniera naturale il “tempo libero” necessario al godimento di questi momenti, e le side quest serviranno solo da iniziale sprono per queste esplorazioni, che verranno poi più genuinamente.
Come automatica diverrà la nostra influenza sull’ora del gioco. Variare da giorno a notte sarà necessario per poter  risolvere o meno una determinata missione, ma ci ritroveremo a farlo anche quando non lo sarà affatto, perché in procinto di una lunga esplorazione sarà sicuramente più piacevole da affrontare se  immersi nei miracoli artistici notturni che quest’opera regala di continuo. La bellissima pianura della Gamba di Bionis, le luminescenza poetiche delle Paludi di Satorl, per non parlare della pura magia insita in ogni centimetro del Mare di Eryth.

xenoblade-z-giochi-1


E non c’è dettaglio grafico che tenga sia chiaro.

La mancanza della definizione HD non fa assolutamente perdere un grammo della magia creata da un comparto grafico che rinnega un dettaglio di cui, come in un sogno, non si sente affatto la necessità di fronte alla potenza della più pura e totale creatività. Paesaggi maestosi, paesi interi costruiti su alberi, mari che cadono verso l’alto ci sorprendono continuamente, e noi sempre li a prenderci quei 5 minuti doverosi davanti a questi prodotti concepiti da una mente geniale, e partoriti splendidamente da uno schermo.
Un gioco che fa della contemplazione di ogni paesaggio messo in scena il suo principale motivo di Gameplay.
Venendo da Halo 4 (comparto grafico e artistico spaventosi) il primo gradino è stato sì arduo, ma da salita, il resto della scalinata si è trasformata in roboante discesa. Perché la colonna sonora e la nostra mente creano quella patina adatta a far sembrare tutto assolutamente perfetto così com’è.

La mente allora rievoca e scopre più comprensibili anche le dichiarazioni di Peter Molineux (ex head di Liohend) quando decise di sostituire alla mappa di gioco , un cane che facesse da guida al personaggio sostenendo che i paesaggi del suo “Fable” non venissero adeguatamente apprezzati per via della troppa attenzione data alla mappa.
Qui per l’appunto, una mappa per niente esaustiva e lenta da caricare, farà sì che la nostra immersione non venga quasi mai interrotta, costringendoci a fare affidamento più ai riferimenti visivi, creando un continum di sensazioni dal quale sarà veramente difficile essere estratti.
Perdersi brevemente nel gioco, aiuterà a perdercisi davvero dentro.

xenoblade_chronicles_18

Ed ecco come il “perdere tempo” acquista davvero un senso tutto suo.  Un senso piacevole, quasi di riposo. Quel perdere tempo che sembra quasi il vero motivo per cui stiamo giocando.
Recepire queste sensazioni, senza il bisogno di sbloccare obiettivi inutili, fatti per allungare il brodo nascondendo le lacune del gioco stesso dietro ad un senso di sfida continuo imposto all’utente, sarà davvero il motivo per il quale ci ritroveremo nuovamente li con il Joypad in mano, notando le ore di gioco aumentare, ma la storia non proseguire.
E ci domanderemo ancora nuovamente come diavolo abbiamo potuto procedere così lentamente.
Ma poi ci passerà nuovamente davanti quell’immagine, quel panorama, che ci lascerà lì ancora con quel sorriso tra l’ebete e l’estasiato.
Ed altri 5 minuti ancora se ne saranno andati. Oddio no. Son già diventati 10.
xenoblade-chronicles-19

Condividi questo articolo


FacebookTwitterGoogle PlusEmailRSS


read more

oblivion_1

La fantascienza è una creatura poco addomesticabile. Ti può mordere sempre, in qualunque caso, come non ti può mordere mai. Ti può anche accarezzare quando meno te l’aspetti però.
Sviluppare un film originale, non basato su opere o universi precedentemente creati, è quindi un vero e proprio terno al lotto.
Pur ponendo la massima cura nella sua realizzazione, rispettando tutti i vari piccoli dogmi che fin ora si sono formati, tentando il più possibile di non pescare dai classici, o se proprio non vi è altra via, di pescarci sotto lo stendardo dell’ ambiguo termine “citazionismo”, anche dopo tutto questo, non si può davvero prevedere il risultato effettivo che avrà il film. Se poi ci aggiungiamo che visto la scarsità di prodotti originali nel genere, ogni opera nuova acquista già in fase di pre-produzione l’attenzione che viene riservata solitamente alle dichiarazione di guerra nucleari, allora possiamo star sicuri che abbiamo trovato il genere cinematografico più ostico in assoluto con cui confrontarsi.
Apprestarsi a vedere questo “Oblivion” quindi riempie al contempo di timore e di esaltazione. E mentre il corpo tenta di dosare al meglio le quantità di queste due emozioni per non rischiare di implodere, il nome di un importante regista come Joseph Kosinski, che già ha avuto l’onore di riportare alle luci della ribalta la saga di Tron, non fa altro che destabilizzare ulteriormente il tutto.
Nato da una sceneggiatura inizialmente dedicata ad una grapich novel di cui difficilmente vedremo la nascita purtroppo (un purtroppo scritto così), l’opera tenterà di portarci nel pieno stile classico, in un futuro non troppo distante dove la Terra è ormai ai limiti della propria abitabilità a causa della distruzione della Luna per mano di una razza aliena, e in piena fase di migrazione, tra le fila dell’umanità c’è ancora qualcuno che però non vorrebbe andarsene.
Quindi grande cast, grande produzione, grandi cifre.
Basteranno a evitare il morso? Vediamo.

Oblivion

Un futuro non troppo roseo a quanto pare ci attende. Sicuramente un futuro dove non potrete più farvi una romantica passeggiata al chiaro di  Luna. Sì perché una razza aliena chiamata Scavanger deciderà di invaderci partendo proprio dalla distruzione del nostro caro amato satellite. Così facendo il pianeta diventerà come quello riprodotto nel film. Un cocktail di cataclismi climatici che renderanno impossibile il mantenimento di una società civile. Se poi ci aggiungiamo che per eliminare la minaccia aliena decideremo di non andarci  troppo per il sottile, utilizzando armi atomiche come lanciassimo caramelle, beh preparatevi ad un pronto trasferimento di massa su Titano.
Qualcuno però rimarrà indietro ancora per un po’. Gli ultimi due umani presenti sulla Terra saranno due tecnici, Jack Arper (Tom Cruise) e Victoria (Andrea Riseborough), la cui memoria è stata da tempo resettata per lasciare spazio ad un unico compito: riparare le sentinelle che tengono a bada i remasugli rimasti della razza Scavanger. Una razza ormai sconfitta ma ancora capace di piccoli tentativi di sabotaggio, che mirano le strutture  marine create dall’uomo per trarre energia dal mare, energia che servirà poi alla nuova colonia.
Ormai in procinto di partire però, nelle ultime settimane di permanenza sulla Terra, Jack comincerà ad essere nuovamente tempestato da sogni che sembrano più ricordi, ricordi di un tempo non vissuto, e durante un usuale giro di ricognizione farà un ritrovamento che cambierà tutta la visione della sua realtà.

oblivion (1)

Oblivion è un bel film. Niente da dire su questo. Oggettivamente è un film di cui quindi si consiglia la visione. Chiariamo subito questo punto.
Ma basta questo per sentirsi soddisfatti? Ni.
L’elogio iniziale che gli viene rivolto, è quindi un elogio freddo, freddo quanto la bellezza di cui il film si permea.Il perché è un perché diviso fra diversi aspetti.
“Oblivion” è una storia di cui letta la sceneggiatura ci si potrebbe davvero infatuare. L’opera è davvero ben congegnata, la trama è affascinante e ben strutturata, distribuisce benissimo le varie scoperte che ci riserverà non relegandole solo alla fine, mantenendo quindi vivo l’interesse per tutta la seconda parte della sua stesura. Interesse vivo anche grazie all’abile uso che fa dei riferimenti ai classici del genere, da cui pesca in maniera palese (il film “Moon” su tutti) ma senza scadere nel plagio fine a se stesso. Parliamo della sceneggiatura quindi, non della sua realizzazione su grande schermo.
La sua realizzazione su grande schermo ha invece un risultato più controverso. Se la storia di base ha un fascino indiscutibile, la sua trasposizione ne perde parecchio. Il film sembra spaccato a metà, un primo tempo statico a favore di un secondo tempo totalmente dinamico.
Difetto? Sì, se non si ha la capacità registica di rendere interessanti i momenti di staticità, abilità che in film di questo tipo è fondamentale se non si vuol far cadere tutto il castello di carte abilmente creato. Questa abilita manca a quanto pare al regista Joseph Kosinski, che già in Tron riusciva a portare all’apice del piattume gran parte di tutta l’essenza del film. La fantascienza classica è un animale molto feroce proprio per questo, perché vuole e pretende una certa lentezza, ma  questa deve essere trattata in maniera attenta, rendendola asfissiante, ammorbante o deve comunque comunicare qualcosa, mai deve essere una vuota successione di eventi asettici.
La prima parte del film sembra quindi un gigantesco incipit buttato via. Un regista come Duncan Jones avrebbe forse saputo conferire la giusta attenzione a tutto questo, e ci saremmo trovati di fronte ad una prima parte di una profondità superiore. Come lo stesso regista avrebbe forse decisamente evitato di scritturare Tom Cruise per una parte per la quale è totalmente inadatto, non per demeriti attoriali (il buon Tom come sempre fa il suo dovere), ma perchè il suo volto eccessivamente noto ci porta totalmente a “estraniarci” da quanto raccontato. Il ruolo di Jack Arper inizialmente dovrebbe quello di “uomo comune”, desolato e affranto dal dover abbandonare il pianeta. Purtroppo, scontrandoci fin dal primo secondo con la figura di “Tom Cruise” che lo star system ci rende inevitabile, questa empatia già difficile di per sé non riesce minimamente a nascere.

Oblivion-Film

Il secondo tempo del film invece risulta decisamente riuscito. Il ritmo narrativo si alza notevolmente, la trama decolla e l’azione inizia a farla da padrone, ed il buon Tom torna ad essere perfettamente calzante per il ruolo. Il problema dei personaggi rimane, nessuno risulta di impatto o anche solo interessante ( tranne un più carismatico Morgan Freeman), ma la trama è talmente ben congegnata e ben orchestrata da farci sommergere piacevolmente dagli eventi senza notare questa volta la mancanza di profondità della sua gestione. Buoni colpi di scena e momenti di azione ben gestiti  ci porteranno ad un finale veramente avvincente, facendoci dimenticare tutta le incertezze della prima parte del film. 

4-oblivion-foto-dal-film

Si può essere contenti quindi una volta usciti dalla sala? Sì, difficile uscirne non soddisfatti di quanto visto.

Ma si può essere esaltati da quanto visto? No.
Ed ecco che emerge quella bellezza fredda inizialmente citata. Una buonissima sceneggiatura , scenari calzanti, e una buona seconda parte di film riescono a creare un buon prodotto, dandoci un buon film, ma nient’altro che un buon film. Un film con decisamente più potenzialità rispetto a quanto espresso, forse per colpa di un regista che non è stato capace di avvalorarne una parte fondamentale.
Basta a dire che il morso è stato evitato?
Si, pienamente.
Ma si è scappati troppo dal morso per meritarsi una carezza.

 

 

Condividi questo articolo


FacebookTwitterGoogle PlusEmailRSS


read more