A passeggio fra mondi nascosti dietro un vetro

Cloud Atlas, come collegare le epoche ma dimenticarsi di collegarci lo spettatore

Cloud Atlas, come collegare le epoche ma dimenticarsi di collegarci lo spettatore

Gen 26, 2013

A chi appartiene la nostra vita?
Appartiene a noi? Appartiene solo a noi? Appartiene al gruppo sociale di cui facciamo parte?
Ma…domanda ancora più interessante..a che tempo appartiene?
Appartiene al presente? Appartiene solo al presente? Appartiene al passato, al futuro più prossimo o a quello più disparato?
Domande di stampo filosofico, domande di stampo fisico, che vengono riprese nella ultima fatica dei fratelli Lana (ufficialmente) ed Andy Watchwoski nel tanto vociferato e dibattuto Cloud Atlas.
Tanto vociferato ora, quanto vociferato in produzione perché sapere che in cantiere (più precisamente nel cantiere Indi, non essendoci alle spalle del film nessuna Major) è in assemblaggio un progetto che prevede la collaborazione dei suddetti fratelli con il regista tedesco Tom Tykwer non può lasciare certo indifferenti. Come non può lasciare indifferenti la cifra spesa (pari a circa 100mln di dollari) che ci fa capire di trovarci davanti al primo vero kolossal in formato totalmente indipendente. Ottimi presupposti quindi ma…sarà davvero una fortuna per il film?

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Come il film, potremmo partire dalla fine quindi e dire…
No.

Ma mai come in questo caso, allegoricamente alla tipologia del film, c’è bisogno di effettuare tutto un percorso per arrivare a questo no, che non è così secco e asciutto, ma in tinte più rosa è un no che comunque riesce a trovare il suo senso di esistenza, perfetto nella sua dimensione distorta e voluta, che si quasi autocompiace di non avere approvazione. Il film non ne cerca, bisbetico e presuntuoso.
Affrontiamo questo percorso quindi.
Il percorso inizia da molto lontano, nel film dal 1850, e copre un arco narrativo di oltre 300 anni.  Allo stesso modo il nostro percorso in sala sarà altrettanto esteso, in scala 1:100 questi 300 anni ci saranno dati in pasto in quasi 3 ore di film. Il percorso sarà lungo quindi, molto lungo, ma diversamente sarebbe stato certo impossibile rendere allo stesso modo il concetto che il film vuole esprimere.
Parliamo di eventi collegati in diverse epoche. Parliamo di fili che ci legano, che ci avvolgono,  e che ad ogni movimento si tendono e tirano altri corpi a loro collegati modificandone i movimenti, modificando gli eventi , fino a che quest’onda, passando di corpo in corpo, distrugge le barriere del tempo e ci porta a capire che l’evento più insignificante o la vita che pensiamo a noi più distante, ci sono in realtà più vicini che mai. Fili sottili quindi , fili imperscrutabili che solo a posteriori potrebbero avere davvero un senso, una connessione logica. La regia quindi decide di giocare su questo, presentandoci 6 storie a se stanti in epoche disparate, di stampo totalmente diverso. Avremo il dramma storico, la storia d’amore dannata, il thriller politico, la commedia odierna, la parte fantascientifica e la post apocalittica. E per far perdere le fila di questi fili (perdonatemi il gioco di parole) , avremo il tutto mischiato senza alcun raziocinio. Le storie saranno mixate senz’ordine proponendoci una parte di una per poi saltare rapidamente ad un’altra ed un’altra ancora. A noi fare il collage e cercare i fili che le collegano. Per darci una mano in questo, gli attori che le storie ci presenteranno saranno sempre gli stessi (splendidamente camuffati, a volte davvero irriconoscibili), reincarnate ogni volta o quasi, in figure differenti per effetto del Karma.
Grandi intenti quindi, grandi ambizioni. Ma ora, quale può essere il più grande problema in un film in cui i fili sono sottili sottili, e le storie quasi del tutto a se stanti?
Rendere queste storie non appassionanti.

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Intendiamoci. Non siamo di fronte a totali scempi di sceneggiatura, quello no. Le storie si mantengono tutte almeno per la prima parte (data la foschia misteriosa di cui godono tutte inizialmente) su un buono standard di narrazione. Diverse ed eterogenee, inizialmente si rimane affascinati da tanti cambi di stile, ed il senso di mistero esalta e ci tiene allerta per cogliere anche il minimo particolare.
Il problema è che tutta questa magia finisce inesorabilmente presto.
Con l’andare de tempo ci si abitua a questi cambi continui e disordinati, e si inizia a provare un po’ di fastidio. Non un fastidio positivo dato dal “Noooo non cambiare ora, voglio sapere checcc’èdddopo!”  ma dato più da un sensazione simile al “si…ma?”. Un si accondiscendente, in maniera quasi forzata, perché nonostante il sufficiente sviluppo delle trame gestite in parallelo, ci si trova a non essere così interessati nello sviluppo delle stesse, vuoi perché alla lunga risultano alcune banali mentre altre eccessivamente fuori contesto. L’inziale senso di stupore per tutta questa varietà viene soppiantato da un “estraneamento” dello spettatore, troppo sballottato per ritrovarsi effettivamente appassionato e coinvolto in vicende che comunque sono gestite velocemente. Velocemente, non perché non riescono effettivamente a dire quanto dovrebbero dire, ma perché per il genere di storia che narrano, per ritrovarci effettivamente appassionati a quello che vediamo meriterebbero ovviamente uno sviluppo più marcato. Non essendo così originali da vivere di sola loro sostanza, ci ritroviamo con storie che ci lasciano davvero poco. Ed è questa quindi la maggior pecca del film. Essendo poi i fili di connessione di queste vicende volutamente davvero sottili (per loro giusta natura), lo spettatore deve vivere per la maggior parte solo di queste narrazioni, e si trova quindi alla fine di ogni scena con un piccolo senso di vuoto. Un discorso a parte meritano però due di queste sei storie.

  • La storia del pianista Frobisher potrebbe reggere il film quasi da sola , bellissima a mai noiosa, ci regala attimi di pura passione tramite un personaggio stupendamente costruito, una narrazione avvincente e dialoghi con una profondità emotiva davvero capace di lasciare il segno. Anche attraverso essa riusciamo a notare come la musica giochi un ruolo fondamentale nel film, mezzo trasmissivo, arte, che sa viaggiare attraverso questi fili di connessione, attraverso queste vite connesse, in maniera totalmente libera, libera dal tempo. Un eco lungo e protratto che può risonare dal futuro nei sogni di un pianista vissuto  centinaia di anni prima per ispirarlo o per dannarlo.
  • Seconda menzione per la visionarietà del mondo fantascientifico ricreato davvero stupendamente, con inseguimenti e combattimenti ben orchestrati a ricordarci che dietro vi stanno comunque gli autori di un certo Matrix. Le riprese del “mattatoio”  sono alcune delle più potenti e provanti del film e sono veramente degne di lode, un vero pugno dello stomaco. Pur rimanendo anche qui la storia un  po’ banale, sa convincere, colpire e interessare lo spettatore al punto giusto.

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Il resto si perde in una vicenda ottocentesca abbastanza scialba, un thriller abbozzato e poco convincente, una commedia simpatica ma totalmente stonata nell’insieme del film, e un futuro distopico di cui salvare solamente la bellissima figura maligna interpretata da un fantastico Hugo Weaving.
E’ vero, il messaggio che il film lancia passa sicuramente allo spettatore, anche se molte volte il trucco del voice-over risulta abusato, come a ribadire eccessivamente il concetto per tentare di ingraziarselo. E mentre per far recepire a fondo il concetto di vite connesse servono questi rimandi continui e diretti, il vero messaggio che passa in maniera naturale e bellissima, è quello della continua ricerca di libertà da parte dell’uomo. Che sia da una casa di riposo, dai giochi di potere, libertà dalla schiavitù o da una vita nata ed organizzata in provetta, questo film ci porta a tastare con mano la continua lotta dell’uomo per sentirsi libero. E con una bellissima sequenza finale  (questa volta con un voice-over più che funzionale), ci mostrerà l’estremo sacrificio, anch’esso dilatato nel tempo, che l’uomo è disposto a compiere pur di ottenerla.
Ma quindi tra questi alti e bassi, perché quel No?
Perché il film in fondo non convince. In troppi momenti ci si trova non piacevolmente smarriti in un film che mira a smarrire, ma solo smarriti senza sapere ne come ne perché, provando solo un grande senso di incompiutezza e noia. E a priori di tutto quello che un film scavando vuole trasmettere, viene quindi a mancare nella cosa più importante, il coinvolgimento dello spettatore. Un film troppo confuso, che si complica la vita per risultare più interessante, e che appunto riassume il suo modo di esprimersi in una frase presente nel film:

“Tu devi fare tutto quello che non puoi non fare.”

Frase comprensibilissima sia chiaro. Ma questa ricercatezza è utile davvero a rendere meglio un’idea  o è solamente fine a se stessa? Un sottile inganno per far risultare un vestito normale, un abito di sfarzo?
Come si può dedurre però, il film non è un fallimento completo. Anzi, risulta un buonissimo esperimento con un coraggio registico invidiabile e che sicuramente il Cinema dovrebbe ringraziare, perché tutto si può dire ma non che questo film non sia ricco di amore verso il cinema, decidendo di non venire a compromessi con niente, nemmeno con lo spettatore. Un film da vedere per poterlo amare ed odiare nei suoi punti forti e punti deboli.

Come le nostre vite non finiscono solo con le nostre vite stesse, chissà mai che la vita di questo film non appartenga già anche ad un film che saprà far tesoro dei suoi inciampi, per stupirci questa volta, in maniera piena e completa.

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Alessandro Tonoli

Grande appassionato di Videogiochi fin dalla più tenera età (si narra sia stato partorito in ritardo in quanto non avendo salvato, non poteva uscire) si diverte a scrivere per questo o quell'altro sito pur di dare un suo piccolo contributo alla diffusione del Videogioco come mezzo, non solo ludico, ma anche artistico ed emotivo. Ama al pari anche il Cinema di cui spesso indegnamente scrive.

  • husky92

    Adoro questo film!!!

  • Mattia Sironi

    Chi non apprezza questo film significa che di arte non capisce un granchè! 🙂

    • Alessandro Tonoli

      si può apprezzare un film pur criticandone apertamente i difetti; detto
      questo penso che se proprio vogliamo parlare “oggettivamente” (se è mai
      possibile) di chi capisce o meno di arte, non cogliere i difetti
      naturali che questo film si porta con sé solo perchè affascinati
      dall’idea e dalla resa sommaria sia decisamente un indizio maggiore
      rispetto a quello da te descritto 🙂

  • Signo

    Cloud Atlas è, insieme ai 3 Matrix, e a Inception, uno dei più bei film che io abbia mai visto.