A passeggio fra mondi nascosti dietro un vetro

Noi, che prima di Uno, siamo Infinito

Noi, che prima di Uno, siamo Infinito

Feb 23, 2013

Parlare di “Noi siamo Infinito” è un compito nient’affatto semplice.
Solitamente quando si decide di provare a descrivere un film, per consigliarlo al lettore passeggero di turno, si tenta di farlo nel modo più obiettivo possibile. Il più possibile, meno un qualcosa però, perché ci piace dannatamente l’idea di contaminare il lettore, in maniera alle volte sottile alle volte meno, di un qualcosa che invece a noi ha colpito “personalmente” da impazzire, a seconda del nostro particolare gusto o interesse predominante.
Con “Noi siamo Infinito” questa piccola contaminazione, non può fare a meno che diventare un epidemia invece.
Perché è impossibile parlare di film di questo genere in maniera oggettiva, senza scadere nel ridicolo suvvia. Qui si parla di adolescenza. Si parla di prime esperienze. Si parla del primo, vero e assoluto sapore della vita, che per tutti si riassume in un qualcosa, in una  figura, in una canzone o in un ricordo particolare, differente per ognuno, ma in realtà unitario nella sua sensazione.
E’ un qualcosa che abbiamo provato tutti, chi più chi meno. E parlarne in maniera “oggettiva”  è come negarne la sua stessa essenza.
Ed è per questo che chi si approccia a questa descrizione, deve prendere quel che legge con le pinze.
Ma con le stesse pinze con cui, non so, ci si approccia ad una canzone degli 883. Perchè pur nelle nostre esperienze soggettive, ci sono temi , ci sono corde, che se sollecitate e espresse nella giusta maniera riescono a toccare tutti.

Dicono tutti che le uniche cose che ci accomunano siano la nascita e la morte. Tutti si dimenticano molto spesso però, di quel piccolo passaggio che ci porta ad essere “Uno”, che parte da quel mare di tutto che potremmo essere, per infine posarsi su una forma più definita e concreta. La nostra adolescenza.
In cui siamo ancora tutto, in cui siamo ancora Infinito.

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Il film, come possiamo intuire dalla trama, non è altro che la summa del risveglio di un ragazzo ancora chiuso nel suo bocciolo, nel suo primo approccio alla vita reale. La vita che non ti coccola più, nonostante la ancor giovane età, la vita che ti fa capire subito che ci saranno persone che ti metteranno i bastoni fra le ruote nella tua folle corsa al traguardo, senza reali motivazioni o senza che tu necessariamente abbia fatto qualcosa di male. In poche parole: le scuole superiori.
L’approccio però non è già dei più semplici. Perché nel passato di Charlie si annida un oscuro dramma che tenta costantemente di tenerlo in disparte, chiuso in se stesso, come se già non bastassero gli ordinari problemi che un normale sedicenne deve affrontare.
Ed è proprio grazie a queste sofferenze, grazie a queste difficoltà che Charlie si troverà coinvolto in un rapporto di amicizia intenso con un gruppo di ragazzi particolari, quei ragazzi che molte volte non appaiono sulla prima pagina del giornale scolastico, ma diciamo stanno più dietro la sua stesura. E’ così che Charlie approderà sull’ isola dei giocattoli difettosi.

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La storia si giostra tra tutto quello che l’adolescenza comprende con una delicatezza d’altri tempi (siamo nel 1991), dove le distanze tra le persone sono reali, non bypassate grazie ai mezzi di comunicazione, e il distacco del college può voler significare davvero il pericolo di perdere una persona cara.
Delicato è il termine più appropriato per definire questo film. Perche nonostante tratti tematiche importanti, come l’amore, la morte, la discriminazione e l’omosessualità esso lo fa con una “delicatezza”  quasi poetica, e ci ritroveremo come se per 102 minuti ci avessero reinnestato gli occhi che con il passare del tempo via via abbiamo finito per perdere, facendoci reimmergere in emozioni nascoste nel cassetto più impolverato della nostra mente. Tutte le nostre prime volte riemergeranno senza poterle reprimere. Il primo gruppo di amici, la prima festa, il primo appuntamento.  Ed è già questa la prima vittoria del film. Trasposizione del romanzo “Ragazzo da parete”, con alla regia il suo stesso scrittore Stephen Chbosky, riesce a mantenere inalterata la sua delicatezza innata, e dove il libro perde in “magia” (guadagnandone sicuramente in drammaticità) per  il limite cartaceo con cui si trova a combattere, il film invece gioca abilmente su diversi fattori, come la fotografia e la colonna sonora, per guadagnarne e rendere alcuni passaggi davvero memorabili. Forse l’unica reale pecca del film (se comparato al libro, quindi una pecca relativa) è quella di non avvalersi poi eccessivamente di espedienti narrativi utili a scavare nel lato introspettivo di Charlie, quello che analizza continuamente le “piccole cose”, che nel libro aiutano molto nella discesa in questi occhi di chi sta piano piano scoprendo il mondo. Ne guadagna però il personaggio di Patrick acquisendo molto più colore, anche grazie alla splendida interpretazione di Ezra Miller.
E’ impossibile non immedesimarsi e provare empatia per Charlie (impersonato da un bravissimo Logan Lerman), Peter Parker di turno, buono e intelligente quanto timido e per questo accantonato e deriso dal contesto scolastico. Come non è possibile non ritrovarsi immersi nelle sue prime situazioni amorose che lo vedono coinvolto in un ambiguo rapporto di amicizia con la ragazza di cui è in realtà innamorato (Sam, interpretata da una splendida Emma Watson, a cui bastano pochi minuti per farci dimenticare definitivamente i panni di Hermione), ma per cui fatica a dichiararsi a causa del range di età fra i due. Sarà un viaggio tra personaggi che faticano a capire qual è il loro posto,  personaggi il cui filo comune è un dramma di cui portano ancora le cicatrici o che è ancora insito nel loro essere, e forse proprio per questo fa nascere in loro una naturale empatia, che solidifica le catene dei loro rapporti. Tra tutto questo, il mondo degli adulti, non sarà visto per forza come un mondo distaccato ed ostile. Sarà anzi un mondo di contorno, che in gran parte osserva in disparte, ma che in alcuni casi partecipa attivamente fungendo da vera e propria guida (il professore di Lettere) o da oasi in mezzo ai problemi (la famiglia di Charlie).
Problemi dati dall’evolversi dei personaggi, un lento e progressivo scontro con i loro grandi primi perché.

Perché le persone carine escono con quelle che le trattano male?” 

“Perchè non si può salvare tutti?”

 
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Ma non son solo i personaggi a fare la fortuna del film, perché è tutta la regia a collegare tutto questo in maniera più che dignitosa.
Seppur a volte eccessivamente velocizzata (e a tratti brutalmente invasiva nel suo troncare senza una giusta catarsi le scene), riesce ad essere evocativa creando attimi in cui la musica farà da padrone, e proprio grazie alla stessa musica, le scene ci dicono e ci “incidono” più di quanto ore di film non avrebbero saputo fare.
Iniziando in maniera lineare, e progredendo circa sugli stessi toni leggeri e scanzonati , arriverà ad una lenta crescita (bellissima la rissa a scuola in cui si gioca sul “non visto”), e sempre in maniera delicata, arriverà ad un finale forte, inatteso quanto stupendamente gestito , che innalzerà profondamente il livello dell’opera. Menzione particolare per la bellissima scena del bacio (non vi dirò tra chi) vero emblema di un film che ammira e valorizza l’amicizia più sincera e disinteressata, senza discriminazioni di alcun tipo e che rifiuta il pregiudizio.
Un ultima e particolare lode alla regia per la scena nel “tunnel”, toccante, sia per i colori suggestivi che porta su schermo,  sia per il bellissimo discorso in voice over che va a colpire lo spettatore intimamente  rimanendo davvero memorabile.
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Un film quindi importante, che merita di essere visto da ogni adolescente (e non) per farsi un’ idea di quanto questo periodo sia importante e assolutamente fondamentale per la creazione delle basi su cui reggerà tutta la nostra vita. Un film che ci riporta ad un’ adolescenza differente, un’adolescenza fatta di cassette registrate, che non ha bisogno delle furiose corse in moto” Mocciane” o frasi strappalacrime per lasciare il segno. Lo lascia più delicatamente, affidandosi ad un ragazzo che con difficoltà riesce a staccarsi dalla parete a cui si è sempre appoggiato in disparte, e balbettando se stesso, riesce anche a balbettare il suo amore.
Momenti di questo tipo, pur contornati dai mille problemi e i mille dilemmi a cui tutti siamo chiamati, fanno di questo film un vero tributo e un vero inno, alla bellezza di diventare quell’ “Uno” partendo da quell’ “Infinito”.

Un vero inno alla bellezza di crescere.

And in this moment I swear…Infinite

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Alessandro Tonoli

Grande appassionato di Videogiochi fin dalla più tenera età (si narra sia stato partorito in ritardo in quanto non avendo salvato, non poteva uscire) si diverte a scrivere per questo o quell'altro sito pur di dare un suo piccolo contributo alla diffusione del Videogioco come mezzo, non solo ludico, ma anche artistico ed emotivo. Ama al pari anche il Cinema di cui spesso indegnamente scrive.

  • lollo

    FAI TROPPI SPOILER!!! 😀

  • Dove scusa? dimmi pure, in caso correggo 🙂
    Ho tolto solo la parola “infine” dal discorso finale perchè può trarre in inganno, non era un riferimento al finale ma un riferimento all’evoluzione del personaggio, che comunque è un’evoluzione conclamata dall’inizio non di certo un colpo di scena 🙂

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