A passeggio fra mondi nascosti dietro un vetro

“Journey”, viaggiando con noi

“Journey”, viaggiando con noi

Dic 13, 2013

Nel 2012 una vera e propria luce cadde nel deserto.

Alle porte di quella che poteva essere la fine del mondo noi videogiocatori eravamo inermi nel nostro blando, quieto, e canonico giocare. Il medium videogioco spingeva su più fronti,  come una grossa massa disomogenea provava a stendere i propri rami andando ad intaccare ambienti nuovi ed inesplorati, ma faticava ad evolversi.

Le nuove frontiere narrative raggiunte, i contenuti sempre più maturi che venivano trattati (e il modo con cui il giocatore imparava ad analizzarli) facevano presagire un iter di passaggio che sempre di più lanciava i suoi costanti segnali di arrivo; ma, ebbene, faticava ad arrivare.

Si scontrava con questo stesso prodotto ibrido, che è il videogioco, e con il suo utente, mai così ibrido/contradditorio, che il videogiocatore.
Una creatura fatta di una stoffa particolare, vorace di un tessuto elastico e allo stesso tempo resistivo, come dire, vorace di interazione, quanto di semplice e passiva fruizione. Un terreno difficile per piantare nuovi semi insomma.
Ma poi improvvisamente, eccola finalmente là, nel cielo.
Una luce, una cometa, atterrà con delicatezza pari solo alla forza delle onde che dal suo atterraggio si sviluppano, noncurante del terreno che andrà ad impattare, ribelle e testarda ma conscia, sicuramente, della sua universale, quanto unica, bellezza.
Ed è per questo che atterra sbattendosene allegramente un po’ di tutto questo caos, sapendo che l’unica maniera per far germogliare un qualcosa su di un terreno ormai troppo incartocciato, non è altro, che ripartire dalla base.
La base è quella del fruitore del prodotto, il videogiocatore. Non c’è effetto più dirompente che andare a toccare il primo mattoncino per creare un effetto a catena che andrà a destabilizzare tutta la costruzione. Non c’è maniera migliore per attrarre un giocatore, in un luogo dove non sarà affatto un giocatore, che quella di attirarlo dove sarà quello che in definitiva è, senza essersene troppo reso conto, dietro i molti aspetti di vita moderna che non ce lo farebbe quasi più pensare; riportando il giocatore al suo essere, viaggiatore.

Buttandolo nel mezzo di un cammino, del suo cammino, che è un po’ il cammino di tutti. Codificando nelle tre ore di durata di questo viaggio, tutto il percorso che andrà ad effettuare, e che sta già effettuando su questa solida superficie. Condendolo però con un pizzico di fantasia, con una struttura artistica di assoluta, quanto basilare, magnificenza, e con un deserto; e da lì, via al viaggio, stop alle parole, un joystick in mano solo come pretesto e come veicolo di trasmissione, con l’auspicio che sia un viaggio unico. Un viaggio memorabile, un viaggio con una fine che sappia quasi più di ritorno. E un ritorno che assomigli molto, alla prossima andata.

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E’ questo il viaggio in cui ci vogliono immergere i ‘Thatgame’ con la loro esclusivissima indie- Ps3- Journey.
Un viaggio che potrebbe non piacere a molti giocatori proprio per il fatto che, in questo gioco, non viene assolutamente chiesto di giocare. E’ l’interazione quella che viene richiesta, un fattore ben diverso,  che, in questa allegorica traversata, ci porterà a fare ben poco, se non, tentare di viaggiare il più in armonia possibile con il mondo circostante.
Le pillole di gameplay che vengono fornite al giocare sono fondamentalmente quelle direzionali di salto, o per meglio dire – di fluttuazione. L’esplorazione delle ambientazioni sarà libera, dovremo cercare glifi e far attivare percorsi, ma niente di più. Qualche ricerca di simboli utili ad allungare la nostra capacità di salto (evidenziata da una sciarpa che si allungherà sempre più) e basta. Nessuna riga di testo, nessuna comunicazione; solamente note musicali che il personaggio potrà emettere per risvegliare oggetti e comunicare con le altre creature/viaggiatori incontrati nel percorso.

Ma, come dicevamo, l’intento dell’opera è quello di colpire alla base.
Niente di meglio che un personaggio anonimo, senza caratteristiche diverse da qualunque altro viaggiatore del gioco, per immedesimarsi; niente di meglio che un’impossibilità comunicativa se non con note, il linguaggio universale, per creare una comunicazione che va ben oltre le parole; niente di meglio allora che uno spoglio deserto , sempre più fitto di costrutti, per rendere l’idea di viaggio, di crescita.

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Begin the Journey

Si parte così. In un deserto spoglio come lo è la nostra infanzia, il nostro primo grande mondo. Senza una precisa direzione, solo con, lontanissima, una meta da raggiungere ma che sembra davvero irraggiungibile; una sorta di miraggio più che una destinazione concreta.
E la partenza è una partenza lenta, timorosa. I primi balzelli, il primo contatto con gli elementi del mondo. Elementi che noteremo che ci ‘caricheranno’ di vita, la stessa vita che noi renderemo loro. Un rapporto inscindibile, una coestistenza bilanciata di reciproca necessità che impareremo a sfruttare d’obbligo e di virtù.

Nel nostro proseguire, nel nostro crescere, il mondo si fa più complesso, e più si fa complesso, più la nostra voglia di interazione, di  gioco, aumenterà. I ritmi si alzano, la voglia continua di scoperta ci sospinge insieme ad un vento che ci fa sciare sulla sabbia di un deserto, che tanto più deserto non sembra. Il nostro viaggiare, in questo scivolare giocoso, assumerà i  contorni di una vera danza. Una danza in scenari, seppur basilari, estremamente suggestivi, meravigliosi, enfatizzati da una colonna sonora armoniosa che crea un contesto simile a quello di fiaba araba. Squarci di pura poesia visiva sono evocati da una sabbia ‘vera’, che si plasmerà al nostro passaggio, e da un orizzonte fatto di colori caldi appartenenti ad un deserto che regala colate d’oro di meraviglia. I movimenti saranno poi sempre più armoniosi con la scoperta del dosaggio, di come rendere tutto il più fluido possibile per volteggiare continuamente tra creature che ci guideranno su percorsi diversi. La vita si farà, da spoglia, estremamente dinamica e abbagliante; e  fuorviante.

Ma ,ecco il punto di vera svolta. L’arrivo di un qualcuno come noi.
La presenza di un altro viaggiatore sarà ‘il complemento’. Un elemento con cui poter comunicare, con cui poter interagire per arrivare a vette più alte, un elemento di reciproco supporto con cui ‘scambiare vita’. Ma anche questo, per quanto meraviglioso, non sarà mai vincolante. Di vincoli non ne esistono, se non il proseguire nell’incedere del tempo verso la fine del tempo.
La vita, il viaggio, sarà libero. Facile sarebbe stato per i programmatori inserire un segugio permanente per tutto il contesto di viaggio, ma così non è. Nella vita ci si allontana liberamente e, anche qui, ci si cerca, ci si tenta di seguire, ma non è detto che si finisca con il finire sempre insieme. Il percorso sarà singolo, seppur condiviso continuamente; ma continuamente  solo con il proprio mondo. Proseguendo ci si rincontrerà oppure no, o si incontrerà qualcun altro -d’altronde in questo mondo si è tutti uguali – ma di sicuro si incontrerà qualcuno con cui condividere di nuovo aspetti di vita quanto la vita stessa.

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Il percorso magico ha purtroppo però, per sua natura, le ore contante. La meraviglia illibata sta per iniziare a concedersi delle crepe.
Guidati da una figura divina, il mondo, così ricco di colori, improvvisamente, sispegnerà.
I colori si faranno più freddi, le sensazioni di disagio emergeranno insieme ai primi ostacoli, ai primi nemici che tenteranno di distruggere e divorare quello che ci circonda, le cose che ci sono care. La nostra stoffa, così piena e ricolma di vita, sarà per loro succulenta carne.

E non ci sarà altra possibilità, se non imparare a far fronte alle difficoltà che si incontreranno, per riuscire a proseguire. Ma nella nostra nuova maturità, mai ci dimenticheremo di tentare sempre e costantemente di riportare quei colori allo stato precedente.
Ma il tempo è passato, il viaggio è proseguito e ha comunque lasciato il suo indelebile segno. Si riaccenderanno, sì.Ma non saranno più così brillanti, come la nostra visione del mondo. Saranno più maturi, più consci, immersi in  terre con costruzioni sempre più complesse che hanno abbandonato l’ingenuità bambina, tra cui districarsi per poter continuare tentando di recuperare il più possibile la cara vecchia armonia.

Ma, quasi ce ne fossimo dimenticati, eccola, la meta.
Non è più così lontana. Da  miraggio, da concetto distante, è diventata tangibile e concepibile, ed è solo un luogo a cui tutti noi viaggiatori siamo comunque destinati ad arrivare, nelle nostre differenti vie. E non ci resta allora che tentare di raggiungerla per davvero. Ma questa volta  nel nostro incedere, il lusso di divagare, di procedere da soli, non ci sarà dato.
Farà sempre più freddo: la salita, il vento, il bianco di una neve che sovrasta e raggela anche il nostro spirito, sarà troppo per essere affrontato da soli. E allora ecco che ci si affida permanentemente a quel qualcuno con cui si è tanto condiviso. Quel qualcuno a cui rimanere aggrappati, con cui donarsi ancora tutta la vita di cui si è capaci. Si avanzerà lenti, stringendosi di più, sempre di più, arrivando in fondo, fin dove, almeno, si potrà.

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Per chi non si è ancora goduto il lusso di questo viaggio consigliamo di interrompere la lettura, in quanto l’unica parte che riserverà un pizzico di sorpresa è proprio quella narrata qui successivamente.

Avevamo una meta. Una meta che c’era, ma ora non c’è più.
Si è confusa con tutto quel bianco circostante, e non si sa più dove andare. Rimane solo un lento procedere in un oblio vuoto, freddo, affidandosi alle uniche certezze che fino ad ora abbiamo avuto. Il viaggio, e quel qualcuno accanto.
Stremati alla fine ci si accascia, la luce bianca si accede, destinati ad essere sovrastati da un eterno lungo freddo.

Ma è un per sempre che non dura più di qualche secondo.
D’improvviso tutto si accede. Tra mille colori si tornerà a volare insieme a creature magnifiche, al meglio della loro gloria, verso quella metà che verrà raggiunta in tripudio, in una vera festa del mondo che ci sospinge.

Ed è ai titoli di coda che si capisce tutto quello che si era già capito, ma che necessitava di una degna e tanto poetica conclusione. Una luce emergerà da quella metà dopo il nostro ingresso, e viaggerà a ritroso. Riguarderà dall’alto tutto il vissuto, tutto il passato, tutto il viaggio fatto e tutto il viaggio vissuto in quel momento da altri al contempo.

Fino a che si poserà, di nuovo, il quel deserto acceso, esattamente in quel punto in cui si era spuntati fuori, nella stessa precisa schermata di Start. Che vorrà dire rinascita, che vorrà dire la fine di un viaggio in cui la meta non è stata altro che il nuovo inizio stesso.

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Journey in fondo è proprio questo; una lunga esperienza artistica che definisce finalmente il concetto di arte applicata al videogioco. E’ un messaggio che arriva lontano grazie al potere delle sua comunicazione fatta di note universali, fregiandosi di un difetto apparente, come la mancanza di un gameplay invadente, per portarsi su un pianeta completamente diverso senza però mai dimenticarsi del suo pubblico, accompagnandolo dolcemente a contemplare la sua bellezza, spiegandola in maniera semplice, così da rifuggire il rischio dell’incomprensione e dell’autoreferenzialità.

Sono le sensazioni  di una vita. Il lungo viaggio che stiamo già compiendo ridotto alla sua essenza, ed esaltato dalla stessa. E’ un cerchio che vive del proprio giro.
Non troverete nulla di nuovo. E sarà proprio quello che vi farà ritrovare tremendamente innamorati di quest’opera che vi descrive tutti, viaggiatori, che inseguite una meta per biologica natura e che, al contempo, tentate di danzare tra la sabbia di questi giorni.
Sempre nella maniera più leggiadra possibile.

Alessandro Tonoli

Grande appassionato di Videogiochi fin dalla più tenera età (si narra sia stato partorito in ritardo in quanto non avendo salvato, non poteva uscire) si diverte a scrivere per questo o quell'altro sito pur di dare un suo piccolo contributo alla diffusione del Videogioco come mezzo, non solo ludico, ma anche artistico ed emotivo. Ama al pari anche il Cinema di cui spesso indegnamente scrive.