A passeggio fra mondi nascosti dietro un vetro

“Disconnect”, la non-comunicazione nell’era della comunicazione

“Disconnect”, la non-comunicazione nell’era della comunicazione

Gen 23, 2014

Rientrando in casa, chiudendo ogni sera la porta d’ingresso dietro le nostre spalle, stando bene attenti a impostare correttamente tutti gli allarmi mentre il rumore delle serrature che scattano lentamente sancisce l’impossibilità di accesso a nessun’altro che noi…siamo così sicuri di essere al sicuro?
E se il pericolo fosse già all’interno? O non dovesse usare per forza la porta per entrare, ma si affidasse, non so, ad una luce intermittente?
Quella che di solito guardate con gioia, quella che vi rende immediate molte cose, quella che vi semplifica la vita, quella che vi fa sentire meno soli, quella che vi rende… on-line.

Profondamente connesso con la realtà odierna, Disconnect arriva nelle sale cinematografiche italiane a quasi un anno di distanza dalla pubblicazione americana.
Presentato sia al festival di Venezia che a quello di Toronto, il primo lungometraggio di Henry Alex Rubin, prova a inserirsi nelle liste di programmazione italiane in un Gennaio in cui sicuramente i titoli non mancano, e nonostante una locandina ben ricca dei commenti positivi della stampa USA sappiamo che faticherà non poco a trovare il pubblico che, la sua riflessione, meriterebbe.

Freschi della visione del caso WikiLeaks grazie a ‘Il quinto potere‘, a neanche 6 mesi di distanza siamo nuovamente a immergerci nei problemi, questa volta fittizi ma di certo non meno realistici, che la rete introduce nelle nostre case. Quei rischi non contrattuali, che non troverete scritti in un nessuna piccola-infinitesimale- nota dei vostri contratti adsl, ma che inevitabilmente con il vostro assenso all’ingresso in questa tanto famigerata community del web 2.0 avete finito involontariamente per accettare, ormai digeriti quelli che stampa e Tv avevano a loro tempo generato.

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Disconnect volendo parlare dei problemi che la Rete introduce nelle nostre vite, ci porterà appunto in una rete non troppo fitta di connessioni naturali: 3 storie si intrecceranno tra loro tentando di portare a galla tematiche differenti figlie però della stessa epoca, contraddistinta da quello che Internet permette di fare.
Tre storie dal tratto comune, senza la pretesa di accedere a quelle macro modifiche economiche e sociali che la nuova società dell’informazione ha generato grazie alla possibilità dell’always online. Indaga nelle fragili mura domestiche dietro le quali le famiglie si allontanano, le comunicazioni si fanno asettiche, i problemi si muovono silenti e mano a mano si ingigantiscono fino a esplodere poi fuori controllo.

Più che un’opera sulla comunicazione ci si trova di fronte alla vera e propria perdita di capacità di comunicare, anche in quei momenti che solitamente sono utili almeno per ravvivarla: la catarsi e il superamento di un dolore trovano ormai rifugio più sicuro nelle chat, nei forum, piuttosto che nella nostra controparte che ci dorme a fianco.
Problemi vecchi ricorrono su queste nuove strade informatiche come quelli del bullismo adolescenziale, che si trasforma, e diventa virale, capace di sommergere con forza ancora più spaventosa la vita di chi ne finisce vittima.

Di tutto confluisce in questo grande contenitore tra le nuvole, ed è sempre lì pronto a ritorcercisi contro nonostante sia alimentato proprio da noi stessi, tramite le nostre vite sempre più alienate e dipendenti da esso: mezzo in cui sfogare i propri problemi, ritrovo di perversioni comuni, patria dell’inganno e della perdita/vendita della propria identità. Un luogo all’apparenza sicuro ma  che proprio dalla sua particolarità fondante, che a suo tempo ci ha così attratto, fa nascere la spontanea riflessione: come è possibile sentirsi al sicuro in un luogo ove si comunica con ancor più fiducia che in un dialogo faccia a faccia, quando però non si può mai realmente sapere, chi vi sia, dietro quella faccia?

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Il film mira a portare queste piccole paure sempre più a galla, creando eventi drammatici e forti. Suicidi, pedofilia online; aspetti sociali che riescono a trovare il loro spazio grazie a un concatenarsi coeso di eventi al ritmo di un vero thriller, con l’assassino che sfugge continuamente, ben nascosto com’è all’interno delle pareti domestiche senza che nessuno abbia mai il coraggio di accusarlo direttamente, tolti gli apparenti freni che noi tutti poniamo (“non usare il cellulare  a tavola“; “mettilo via e vai a fare i compiti“) ma che si trovano poi automaticamente smentiti dal decorrere delle nostre vite, indicandolo esasperatamente come loro indispensabile centro.

La fotografia appare come le relazioni tra i personaggi: fredda, nonostante le situazioni sceniche indaghino molto sulle vicende ‘calde’ delle mura famigliari, anch’esse private del loro calore, più simili a gabbie che a luoghi di incontro . La colonna sonora è assente per la maggior parte del tempo ma quando si introduce è capace di creare momenti violenti e disturbanti, come ancora più disagiante sarà il suono dei tasti durante le conversazioni-chat, messe in risalto dal testo in sovraimpressione: un rumore statico di una comunicazione puramente artificiale, un espediente perfettamente accorato al tema del film.

Ma, nonostante tutto questo possa apparire molto lento nel suo incedere, in realtà la regia lo fa scorre che è un piacere.  Gli eventi creano un continuo interesse sia per come vengono orchestrati e ottimamente alternati, sia per come lo spettatore è portato a rispecchiarsi in problemi che è possibile notare anche nel quotidiano comune.

Tolto però il rischio del dramma totale (la scena ralenty è davvero di un impatto maestoso) è bene dire che il film è in realtà uno strumento di redenzione, e quindi, mano a mano, sarà capace di far risorgere gli elementi umani che si davano per persi e definitivamente sconfitti, creando quindi un prodotto che va oltre la semplice accusa.

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E’ quindi pienamente promosso l’esordio alla regia di Rubin con questo Disconnect che,  facendoci connettere alla nostra realtà, ce la porta davanti senza macro catastrofi , creando su schermo solamente situazioni di vite ordinarie sconquassate subdolamente dalla Rete.

Un segnale di alert che rimane lì, lampeggiante a fianco della spia dei nostri modem costantemente accesi, e che forse dopo questa visione, ci farà  non prendere poi così male la nostra prossima nefasta caduta di linea.

Alessandro Tonoli

Grande appassionato di Videogiochi fin dalla più tenera età (si narra sia stato partorito in ritardo in quanto non avendo salvato, non poteva uscire) si diverte a scrivere per questo o quell'altro sito pur di dare un suo piccolo contributo alla diffusione del Videogioco come mezzo, non solo ludico, ma anche artistico ed emotivo. Ama al pari anche il Cinema di cui spesso indegnamente scrive.