A passeggio fra mondi nascosti dietro un vetro

“Lei”, l’amore ai tempi degli Os

“Lei”, l’amore ai tempi degli Os

Mar 31, 2014

Il nostro sistema operativo ci conosce forse meglio di quanto ci conosce nostra madre.
Passiamo attraverso di lui quando dobbiamo aprire, catalogare, ricercare informazioni; lo utilizziamo come interfaccia-schermo con il mondo esterno, lo personalizziamo, lo viviamo ognuno in maniera differente, affidiamo a lui tutta la gestione dei nostri ricordi, gli permettiamo di conoscere a fondo ogni minimo, eclettico, particolare della nostra vita. Una simbiosi neurale indiretta senza la quale, la vita, si farebbe tremendamente difficile.
Una connessione così forte che, azzardiamo, parrebbe, più che una sorta di tutrice materna, quasi una vera e propria figura di completamento. Una sorta di compagna.

Da questa intuizione nasce tutto.
Nasce Lei (Her), ultimo film di Spike Jonze (Essere John Malkovich; Il ladro di orchidee), divoratore silente di nomination all’Oscar (ben 5 e tutte non di poco conto), delle quali finirà per vincere in definitiva quella della (meritatissima) miglior sceneggiatura originale. Scrittura che andremo ad analizzare, ma che non potrebbe nulla senza avvalersi delle interpretazioni di attori come Joaquin Phoenix, Amy Adams e Scarlett Johansson (nel doppiaggio italiano Micaela Ramazzotti) che riescono a rendere credibile questa situazione così paradossalmente romantica.

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In un futuro prossimo, Theodore Twombly (Joaquin Phoenix) è un uomo di mezz’età sufficientemente deluso dalla vita. Essa si staglia in bilico tra il lavoro (redige lettere altrui vocalmente) e la firma della documentazione di un divorzio che da troppo tempo si ostina a rimandare. Le sue frequentazioni sono, per quanto vere, non incisive, e le sue notti passate ai videogame sono solo un breve spartiacque tra una giornata e la seguente. Le frequentazioni amorose invece vanno anche peggio: chat vocali che alla meglio partoriscono conversazioni erotiche di dubbia sensualità. Fino a che, un giorno, incuriosito dal lancio di un prodotto rivoluzionario (un sistema operativo cosciente), deciderà di acquistarlo; un scelta che cambierà tutto perchè dalla prima volta che Samantha si auto-presenterà la sua voce  inizierà a scalfire il tenero cuore di Theodore, dando inizio ad una delle storie d’amore più strane che il cinema abbia mai affrontato.

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Lei è un film che riesce ad essere perfettamente riassuntivo. Questa potrebbe essere indicata come la sua principale caratteristica; non è un film che vuole commuovere sboccatamente. Pur mantenendo una struttura romantica assolutamente standard (togliendo le ovvie particolarità narrative di cui si avvale), il suo tono riflessivo è quello che più connota il prodotto, e quello che più riesce a catturarsi il piacere dello spettatore. Si parla di Emozioni. E Jonez, furbo, tenta di dar loro il doppio del palcoscenico solitamente concesso  in maniera geniale: esternandole dai corpi in cui sono solitamente racchiuse. Non c’è bisogno di carne in Her; ci sono voci che aleggiano e rimbombano nella testa,  tutto si materializza e si concretizza con il potere delle parole. E il risultato è vincente, nel suo intento.

Theodore è smarrito; è incastrato in un mondo dove alla conversazione più empatica si riesce ad arrivare solo dopo due cocktail. C’è bisogno di uno strappo, di una scossa. E quale modo migliore se non avere una voce costantemente nella testa?
Samantha, dal canto suo, ci aiuta a ripassare invece aspetti basilari dell’essere umano, e delle relazioni, che molto spesso finiscono per essere dimenticate o date per scontato. Lo fa tramite domande semplici, fatte di essenziale, e per questo, spiazzanti:
Come si condivide la vita con qualcuno?’

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La sceneggiatura è potente. Il film potrebbe essere un moderno Prima dell’Alba, con i due novelli amanti quasi costantemente in fase di dialogo.
Potente quanto efficace: l’Oscar ricevuto non è per niente casuale perchè se con il passare dei minuti questo rapporto diventa sempre più credibile è proprio perchè la scrittura dei dialoghi è perfettamente orchestrata, e costruisce due personaggi perfettamente credibili nonostante la strana situazione di partenza, definendo in maniera perfetta la loro fragilità.

La relazione rischierebbe di diventare poco credibile con il passare del tempo, ma, altra furbizia, Jonez allarga il fenomeno Os al mondo intero, e così, d’improvviso, ci si ritrova catapultati in un mondo dove queste relazioni (tra umani e Os) sono all’ordine del giorno.

La regia è, dal canto suo, perfettamente adatta alla delicatezza del contenuto, nonostante una lentezza non indifferente. Avvalendosi di una colonna sonora a tutto pianoforte, riesce a sottolineare dei dialoghi malinconicamente toccanti, aggraziati dai colori di una fotografia che si gestisce a intermittenza, regalando colori improvvisamente vivaci a scenari e personaggi.
Altra scelta vincente è quella sicuramente del montaggio: non frenetico, adatto al ritmo del film, con i ricordi dei personaggi che,  silenti, molto spesso si introducono nei dialoghi, e ci danno l’appiglio a cui ancorare le loro parole che trovano così molta più forza.

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Ma su cosa vuol far riflettere il film?

La sceneggiatura sviscera e squarta la struttura portante di ogni relazione e la ribalta in una nuova salsa tecnologica che però non cambia niente del contenuto portante. E’ un gigantesco ripasso: riporta l’attenzione sul “concedersi” all’altro prima mentalmente, ritrovando l’entusiasmo di vivere piccoli frammenti di mondo insieme, non eludendo mai il dialogo. Theodore d’altronde scrive lettere per gli altri, vive in un mondo dove è evidente che il tempo per comunicare non solo è scomparso, ma è stato addirittura dislocato a funzionari preposti. Non manca l’ironia in questo e in molti altri punti (la gelosia sugli Os; la prostituzione corporea), ed è proprio quello che ci farà digerire meglio il film.

Fattore importantissimo, a cui dedicare un piccolo spazio a parte, è quello relativo al comparto attoriale. Joaquin Phoenix regala davvero una prestazione sontuosa portando in scena un personaggio a cui voler bene, a cui affezionarsi, e con cui condividere la malinconia e la genuina felicità che troverete dipinte sul suo volto.

Capitolo a parte per Samantha: se la Johansson avvalora molto bene il personaggio difficile che si trova a gestire, Micaela Ramazzotti risente particolarmente della mancanza di un ‘corpo’ ed eccede nell’enfasi di molte frasi rendendole a volte poco credibili (a tratti davvero irritanti); nei momenti meno grigi, invece, riesce a riempire perfettamente il vuoto fisico con il suo tono caldo. Il consiglio è quindi quello di vederlo in lingua originale.

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Lei è quindi un film che si pone l’obiettivo di riportare il fuoco sulle relazioni di coppia: i loro perfetti incastri e i loro malfunzionamenti.
Ci riesce bene, e ci regala, già che c’è, una chiave di lettura fantascientifica che renderà il tutto più curioso ed interessante, toccando contemporaneamente momenti di dolcezza e di simpatica ironia. Uomini e Uomini, Uomini e Os, poco importa; questa “follia socialmente accettabile” trova corpo anche senza corpi, e ci riesce addirittura meglio tramite quella voce nella testa, che molte volte è l’unica cosa che davvero conta,  e  che ci fa capire,  quando si è insieme per davvero.

Alessandro Tonoli

Grande appassionato di Videogiochi fin dalla più tenera età (si narra sia stato partorito in ritardo in quanto non avendo salvato, non poteva uscire) si diverte a scrivere per questo o quell'altro sito pur di dare un suo piccolo contributo alla diffusione del Videogioco come mezzo, non solo ludico, ma anche artistico ed emotivo. Ama al pari anche il Cinema di cui spesso indegnamente scrive.