A passeggio fra mondi nascosti dietro un vetro

“Interstellar”, quando i difetti diventano parametro di bellezza

“Interstellar”, quando i difetti diventano parametro di bellezza

Nov 16, 2014

Per misurare la bellezza di un film non ci sono univoci parametri. Il cinema è una grandezza per cui molto spesso non ci sono unità di misura attendibili, o perlomeno, ce ne sono talmente tante che provando a considerane anche solo la metà esse finirebbero per annullarsi creando giudizi che saprebbero più di poltiglia.
Il risultato finale è quindi soggetto molte volte più al parametro che al contenuto, e capita a volte che di questi parametri non si riesca neanche ad accorgersi propriamente. Solo a posteriori magari, pensando e ripensando, ci si riesce ad accorgere che un film riconsiderato sotto un’ altra funzione assume un risultato totalmente diverso, o perlomeno, inaspettato.
Cosa c’entra questo con Interstellar, il nuovo chiacchieratissimo film dei fratelli Nolan?

Beh in anticipo alle spiegazioni che proveremo a fornirvi, su quanto il film meriti di essere visto, una cosa, un parametro particolare più di tutti riesce a convincerci di aver assistito ad uno spettacolo per cui valeva davvero la pena di prestare un po’ del nostro (come vedremo) relativissimo tempo. Ed è fondamentalmente un dato che rema contro la buona riuscita teorica di qualunque film, e sono : le cose che non vanno.

Interstellar porta con sé uno strano dono in virtù di questo, nascosto in qualche sua dimensione per cui probabilmente non siamo ancora definitivamente pronti: nonostante la mole di fattori totalmente discutibili che il film porta con sé, intrecci articolati, brusche virate narrative, paradossi e (poche) frasi al limite del –ma l’ha detto veramente?–   la nuova epopea spaziale del pilota Cooper, alla ricerca di una nuova casa per l’umanità, riesce  ad essere in assoluto una di quelle esperienze umanistico-cinematografiche in grado di intaccare nel profondo chi gli presterà occhio ed orecchio. Pur con tutti i suoi difetti  riuscirà nella difficile impresa di creare un contatto con la parte più umana e radicale presente in ognuno di noi, un ritorno al concetto di specie racchiuso e sopito nel nostro DNA, aiutandoci nel frattempo a scoprire quel che ci è invece più lontano, e da tempi ancestrali desiderato; la caduta dell’ultimo velo, la sensazione reale di essere riusciti finalmente a sbirciare nel più intimo e inaccessibile strato del nostro universo.

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Guardando Interstellar si arriva a definire proprio questo tipo di rapporto: una sorta di intimità. Vera e propria. Come l’uomo si svela, anche l’universo allo stesso modo decide finalmente di mostrarsi nel pieno delle suoi segreti.

Un tipo di sincerità di non semplicissima natura e rilevazione quello nascosto nell’ultimo film di Christopher Nolan, lontano dalle atmosfere action del macchiavellico Inception e da quelle più tetre del suo mai troppo lodato Cavaliere Oscuro. Finalmente il regista decide di affondare pienamente piedi e scarpe in quel territorio che aveva da sempre solo accarezzato: una fantascienza che punta agli albori e ai radicali del suo genere. Quella fantascienza che usa lo spazio principalmente per rappresentare al meglio quello che in fondo è contenuto invece nel piccolo e fragile corpo dell’essere umano, creatura da sempre immersa in una lotta tra l’affermazione dei propri natali e la tremenda voglia di fuggire da essi. E i drammi umani coronano proprio come stelle questi cieli immensi dove trovano forza ed energia per rappresentarsi al meglio e diventare,così, assolutamente iconici. L’arma in più dello spazio è proprio quella di riuscire ad isolare l’uomo in un silenzio asettico, mostrandone tutti i limiti e i complessi.

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Interstellar non è però un sormone autoreferenziale perso in qualche ragionamento filosofico trapiantato nel nulla e, come film, ci tiene decisamente a vendersi in maniera commestibile al grande pubblico. Inscena quindi una trama che si rifà pienamente al cinema Nolaniano, sempre molto accartocciato su se stesso: la narrazione è sufficientemente complessa e si diverte a giocare con i confini del paradosso ulteriormente fortificati, questa volta, da teorie scientifiche che provano ad entrare nel vivo della narrazione. Il film, pur nella sua lunga durata, offre un ritmo tutto sommato scorrevole per il genere di riferimento con piacevoli scene al cardiopalma da rientro, scontando una parte iniziale neanche troppo prolissa, per lasciarsi andare poi alla sua successiva vera e propria natura, quella dell’epopea spaziale. Lontana, ed assolutamente imparagonabile per intenti alle Kubrikiane digressioni visive, l’opera sembra avere un preciso intento estetico: quello di farci viaggiare sul serio, e con preciso intento di scoperta.

Nel viaggio di Cooper (un sempre più incredibile Matthew McConaughey) l’universo è straordinariamente tangibile: se Gravity ci immergeva in un senso di abbandono quasi agorabofico, dandoci una panoramica inquietante sul senso di nulla provato al solo lanciare un’ occhiata fugace oltre il nostro pianeta, Interstellar ci immerge completamente in tutto quello che non ci era dato sapere ma che era lì ad attenderci ad un passo oltre l’oscurità. Un wormhole, un buco nero, un pianeta sommerso, uno invece completamente ricoperto dai ghiacci a rappresentazione perfetta di quel senso di solitudine spaziale capace di far emergere l’uomo dall’uomo.  Quello che la natura benigna ci presenta è un vero e proprio concerto di elementi che sembrano attendere l’arrivo di questi pionieri da millenni, e che solo in quest’opera si è trovato il coraggio di provare ad artisticamente rappresentare. Rappresentazioni,queste, magistrali, ispirate, portate all’eccesso, quanto invece minuziosamente poi dosate  e riequilibrate: una libreria è sia similitudine che concreto viaggio nel tempo, una penta-dimensione affascinante capace di farvi sentire piccoli come una formica persa nell’etere di questo tempo mai così relativo; un silenzio spaziale che gocciola inquieto tra le note minimali della colonna sonora orchestrata da Hans Zimmer ; un wormhole capace di inghiottire qualunque cosa, ma soprattutto, qualunque sguardo.

Ed ecco quella sensazione di intimità latente nascere poderosa, che riesce a far viaggiare lo spettatore oltre la dimensione del cinema fino a farlo arrivare ai confini di quello  che la finzione permette di credere pura meraviglia della natura.

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E se questi elementi meravigliosi sono capaci di estasiare gli occhi, le nostre orecchie non saranno affatto trascurate, perchè in questo viaggio c’è tempo anche per affrontare tutto quello che concerne il tempo, la necessità di un collegamento, il terrore per la solitudine e la presenza di un filo guida invisibile e di potenza inspiegabilmente persistente come l’amore.

Quella che poteva essere solo scoperta visiva si abbandona alla riscoperta più emotiva di elementi noti ma per cui si avverte un peso concreto e amplificato: il viso di Matthew McConaughey, piegato per la prima volta alla relatività del tempo, mentre guarda e al contempo si accorge che un videomessaggio rappresenta ormai tutto quello che rimaneva del suo presente famigliare, è una bellezza rara e al contempo un pugno nello stomaco, un peso avvertito quasi sulla carta d’identità dello spettatore che può capire come il tempo, in fondo, non sia altro che un’economia non fiscalizzata, brutale e spietata se non considerata a dovere. E lo scontro si fa forte perchè i valori di attaccamento umano più personali si combattono forsennatamente con i principi di sopravvivenza come specie, in un dualismo ancestrale che non ci è consentito risolvere, ma solo, a priori del vincitore, assecondare: nelle promesse di un padre che lotta contro il tempo per ritrovare sua figlia; nell’intento folle di voler raggiungere un pianeta probabilmente ostile solo perchè guidati dall’amore- non più solo vezzo romantico, ma vera e propria legge astronomica degna di considerazione.

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Il fascino del film è incontestabile quanto però decisamente amputato dalla sua natura ibrida.
Se per certi versi l’odissea spaziale prende poi il sopravvento, il continuo alternarsi tra situazioni ai limiti del verosimile e il dramma famigliare creano un prodotto sicuramente unico, ma che fatica ad affondare i suoi artigli. Il film è poggiato su una struttura narrativa che traballa troppo spesso, lanciando concetti complessi in maniera troppo rapida dando  spazio ad un plot che in molti aspetti risulta, a priori della complessità di intreccio, decisamente sommario. Gli incastri temporali  e i giochi all’ultimo paradosso salvano più che in parte la costruzione, che comunque può non certo dirsi memorabile per forma, quanto sicuramente per contenuto. Perchè anche la sceneggiatura è sì soggetta a molti alti, quanto a qualche basso di troppo, dando sprizzi di magnificenza (il monologo sull’amore), mentre a volte bistratta la pellicola al pari di un qualunque kolossal americano zeppo di clichè e frasi buttate lì (“Eureka!E’ un classico” lascia quasi basisti). Alcuni elementi stonano poi per inadeguatezza di genere: la presenza di un robot, che poteva essere decisamente un valore aggiunto sia per presenza scenica che per contenuti tematici,  in questo viaggio interstellare ha invece un che di irritante – riducendo il tutto ad un giullare di bordo che l’atmosfera non riesce davvero a digerire (la caratterizzazione è ai limiti del ridicolo). Il finale, in ultimo, offre poi la guancia ad uno schiaffo artistico che sa quasi di suicidio premeditato.

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Come dicevamo ad inizio articolo, tirando le somme, ci si accorge che Intertellar è a tutti gli effetti un grande film proprio perchè pur con molti ed evidenti difetti riesce a creare uno spettacolo nello spettacolo, che vive di suo, a priori di interpretazioni e vincoli dati dal genere.
E’ forse il film più intimo di Nolan, e, come tale, sfugge a pareri univoci e vi darà modo di mettervi alla prova sicuramente con un qualcosa che in molti momenti potrebbe mozzarvi il fiato, come lasciarvi sostanzialmente asciutti.

Se cercate fantascienza di genere, film alla “Nolan”, avrete comunque sempre modo per rimanere delusi, non ne dubitate. Perchè cercando troverete, in tutta la sua sincerità, Interstellar al suo  nudo: che in fin dei conti è una personalissima mistura di elementi, molte volte stupendi, dell’epopea della vita umana vista a tratti nel suo micro, e a tratti nel suo macro, problema di collocamento. E’ fondamentalmente la ricerca, sia di specie che personale, del posto giusto dove stare, e della rotta da seguire per trovarlo.

Alessandro Tonoli

Grande appassionato di Videogiochi fin dalla più tenera età (si narra sia stato partorito in ritardo in quanto non avendo salvato, non poteva uscire) si diverte a scrivere per questo o quell'altro sito pur di dare un suo piccolo contributo alla diffusione del Videogioco come mezzo, non solo ludico, ma anche artistico ed emotivo. Ama al pari anche il Cinema di cui spesso indegnamente scrive.

  • Toms

    D’accordo su molto tranne che sui robot. A praticamente tutti (compresi critici che hanno criticato Interstellar per l’altro) sono piaciuti un sacco.

    • Erik Bandinelli

      Esatto, e probabilmente erano anche stati programmati in quel modo. Meglio morire (perché a questo erano destinati) con un “giullare” che con un robot palloso e senza il senso dell’umorismo

      • Alessandro Tonoli

        Certo, non discuto la contestualizzazione a livello di trama, era giustificatissima.
        Il problema è che per i toni del film secondo me erano fuori luogo, e se proprio ce li dovevano mettere un profilo meno da ‘adesso dico qualcosa e vi faro ridere!’ sarebbe stato sicuramente più fine.

    • Alessandro Tonoli

      Provo a chiarire il mio pensiero, poi ovviamente son opinioni stilistiche personali, quindi capisco che ad altri sia potuto piacere 🙂

      Anche se programmati volutamente in maniera ironica per lo stile del film non li ho trovati un valore aggiunto come potevano essere. Mi sembrava un intento troppo “pacchiano” di smorzare la tensione, un rimedio facile per strappare qualche sorriso agli spettatori. Abbastanza fuori contesto nei toni del film, strappavano qualche sorriso ma non incidevano proprio perchè eccessivamente denunciati e deputati all’obbligo di far ridere.
      A parer mio, con un profilo più moderato avrebbero avuto molto più effetto, è terribile quando una cosa si palesa come ironica: l’ironia non si annuncia, si coglie e basta.

      Ho apprezzato invece molto la creazione stilistica in riferimento al monolite di Kubrick, direi pienamente azzeccata.