A passeggio fra mondi nascosti dietro un vetro

“Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate”, promesse di un viaggio di andata senza ritorno

“Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate”, promesse di un viaggio di andata senza ritorno

Dic 28, 2014

Che Peter Jackson fosse sostanzialmente stanco della Terra di Mezzo lo si poteva immaginare senza troppi sforzi. Se per l’anno 2001 grazie al cinema si ipotizzava l’inizio di inquietanti odissee spaziali, lo stesso anno è invece la data di partenza di una delle saghe cinematografiche più importanti, e durature, della storia del cinema.”Il Signore degli Anelli – La compagnia dell’anello” è un punto di inizio che stenderà una strada lunga quasi 15 anni di lavoro e, al pari di un matrimonio, incatenerà sui suoi binari un regista che tra la lavorazione dei film, le consulenze per prodotti ad essi connessi, troverà il tempo per sole due brevi scappatelle (King Kong – 2005 ; Amabili Resti 2009) prima di tornare nuovamente su quella strada tanto amata, quanto battuta.
Se dovessi cominciare domani, direi di no“. Queste le dichiarazioni ultime del buon Peter alle richieste di trasposizione cinematografica de “Il Silmarillion”, altra opera di Tolkien da cui il regista ha già dimostrato di saper a necessità pescare.

Una stanchezza, quella del regista, capibile, ma che si sospettava non riuscisse ad influire negativamente perlomeno su di un lavoro attualmente in corso,e non ancora ultimato. La meta d’altronde era decisamente vicina, e dopo l’ottimo inizio de “Un viaggio inaspettato” e il buon proseguimento (anche se già con qualche scricchiolio) de “La desolazione di Smaug” , il rischio di un capitombolo finale era abbastanza trascurabile, seppur come sempre paurosamente in agguato, e solo pochissime situazioni avrebbero saputo non far raggiungere anche all’ultimo capitolo i livelli di gradimento dei precedenti; perlomeno per lo spettatore che, i precedenti, era riuscito ad apprezzarli.

Ma per quanto le persone crescano, per quanto si rendano forti e resistenti, nella vita come nel cinema c’è un comportamento che riesce a distruggere una fiducia assodata da anni di relazione e deludere così tanto da compromettere parzialmente anche un passato che si immaginava ormai consolidato e intoccabile, ed è quello che “Lo Hobbit – La battaglie delle cinque armate“, inaspettatamente, fa.

Qual è questo comportamento?

Semplice: non mantenere le promesse.

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Infrangere anni di promesse.
Ci si ritrova abbastanza feriti ai titoli di coda e ci si mette anche un po’ a metabolizzare quanto visto, capendo il perchè ci si senta così irrimediabilmente traditi.
Fino a metà film d’altronde era anche possibile accettare quanto visto e gestito in una maniera che, seppur frettolosa, aveva lasciato intuire che il finale sarebbe di per forza stato quello che tutti i minuti precedenti, di tutti i predenti film legati a questa ultima trilogia, avevano lasciato intuire. Ma se già una promessa dura quanto la prima manciata di (troppo pochi) minuti, il rischio che le seguenti crollino a domino è decisamente alto. Ma andiamo con ordine.

La prima promessa a venire distrutta è quella sancita dalla fine del film precedente: una  battuta emblematica crea un patto con lo spettatore che non ha decisamente bisogno di specifiche o sottotitoli. “Che cosa abbiamo fatto?” recita un Bilbo evidentemente terrorizzato dalla furia dell’ormai scatenato Smaug, diretto verso il villaggio di Pontelagolungo. Una furia che però dura decisamente poco, e quanto di più spettacolare promesso da quella frase (ovvero scene di una certa carica drammatica e spettacolarità) si esaurisce in poche sputacchiate di fuoco in una manciata di minuti, portando Bard ad un tripudio abbastanza plastico.

Ma il primo scontro è una premessa ad una battaglia ben più epica (come recita il titolo) e come tale lo si accetta quasi immediatamente, nonostante l’amaro permanga sul nostro palato il tempo sufficiente a fare alzare più di un sopracciglio.
Le ore successive però. pur riuscendo sicuramente ad intrattenere degnamente, purtroppo diciamo che non risolvono il problema. Jackson liquida abbastanza in breve le linee narrative ad intreccio che garantivano per una prima parte di film una varietà quantomeno d’ambientazione e d’azione, fino a concentrarsi esclusivamente sul territorio appena fuori la montagna, ove i preparativi d’attacco delle armate, gli sbandamenti di un Thorin combattuto dalla malattia del drago e i battibecchi amorosi -e non- di Nani ed Elfi, sono tutto quello che il film ha da offrire.

L’azione quando si innesca è sicuramente quando di meglio (a livello coreografico) la saga ha da offrire, e fino alla parte finale tenta di sotterrare come può le perplessità che nello spettatore iniziano a farsi sempre più forti.
Perplessità che nascono nuovamente da un avvertimento: ci si accorge che altre promesse nel frattempo sono state di nuovo infrante, ed una, sicuramente la più importante, è quella legata ad un personaggio sufficientemente fondamentale per la buona riuscita di qualunque film.
Cosa si avverte?

Lo smarrimento del protagonista.

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Tralasciando alcune azioni pur proprie di una certa rilevanza, si finisce con l’accorgesi che dopo il lento accantonamento derivante dal secondo episodio Bilbo è finito totalmente ai margini della narrativa, e viene sfruttato giusto quando serve per giustificare ancora il titolo delle saga con qualche frase blanda (oltre le azioni che di per forza gli competono), il tutto in favore di un approfondimento psicologico riservato alla storia d’amore  tra Tauriel e Kili  che si sviluppa al ritmo di dialoghi da vera soap opera (di cui ancora il mondo non si spiega la ragione), e un Thorin che non è mai riuscito ad entrare così tanto nel cuore degli spettatori da giustificargli un minutaggio così elevato, soprattutto quando sin dal primo capitolo Martin Freeman è riuscito insperabilmente a creare un personaggio sottile e incredibilmente coinvolgente, operazione di difficoltà decisamente elevata quando si parla di un personaggio che per 3 film è stato impresso nello spettatore come una sorta di leggenda.

A tutto però va dato il suo tempo, ed è così che le buonissime basi caratteriali impostate riescono a perdersi in un baleno grazie ad un circuito di crescita non chiuso, solo accennato nella definizione del primo episodio, che porterà lo spettatore a provare un certo imbarazzo quando in una scena del film Gandalf e Bilbo saranno seduti fianco a fianco in un silenzio che più che sancire la fine tragicomica di una straordinaria avventura, esprime l’imbarazzo del pasticcio combinato.

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Ma non finisce qui, perchè se pensate che il danno relativo a questi dettagli si esaurisca con essi, il film sfida apertamente lo spettatore a provare nuovamente a guardare Legolas con gli stessi occhi con cui lo aveva ben accolto nella prima trilogia. Nonostante i tentativi acrobatici del regista per tentare di far combaciare la fine di questi eventi con gli inizi delle vicende di Frodo&Co, non si capisce innanzitutto perchè Legolas abbia lo scatto evolutivo che lo porterà ad essere un personaggio totalmente diverso (decisamente più morbido) nella saga cronologicamente successiva, e soprattutto lo inzerbinisce con Tauriel fino ai limiti del patetico.

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Persa quindi ogni volontà di stretta adesione alla controparte cartacea, scelta che avevamo addirittura accolto con entusiasmo (lo stesso riservato a chi dimostra quella creatività che, in maniera rispettosa e ragionevole, supera la mera operazione copia-carbone), ecco che l’ultimo tradimento però si concretizza in tutta la sua triste gestazione: con l’operazione Lo Hobbit ci era stata promessa un’opera ricca di profondità, ricca di cura per i personaggi, ricca di cura per il personaggio, ricca di cura per tutto quel mondo stupendo ed ancora incantato chiamato “Terra di Mezzo”, a patto di fare propria una visione più ampia, imposta dalla creatività del regista, dalle leggi del mercato, e dalla lotta intestina dei due medium coinvolti (quello cartaceo e quello cinematografico) distanti ed imponenti regole a volte in contrasto.

E cosa ne abbiamo tratto invece?

Un viaggio inaspettato che, partendo con ottime premesse, sacco in spalla, termina in una banalissima rissa ai piedi di una montagna, che, per quanto curata, ben coreografata e ricca di momenti a tratti esaltanti, rimarrà comunque una rissa non contestualizzata in momenti empatici di alcun genere. Un viaggio che  inciampa, e tralascia la crescita di un personaggio stupendo per cui si aveva una fame di contenuto pari a tutte le allusioni contenute dalla prima saga, la sua stessa affermazione, e le le regole del buongusto in merito a sceneggiatura e narrativa.

Vi resteranno un sacco di bei saltelli elfici, scenari magici e ralenty drammatici; ma l’emozione di un ritorno a casa tanto atteso, da un viaggio capace di cambiare le radici imposte dalla propria specie, resta in sospeso, e si concretizza in un ritorno svelto alla Contea, che più che un luogo dell’anima sembrerà un luogo qualunque, come se questo viaggio, di “andata e ritorno”, avesse preso solo il corpo, e non il cuore.

Alessandro Tonoli

Grande appassionato di Videogiochi fin dalla più tenera età (si narra sia stato partorito in ritardo in quanto non avendo salvato, non poteva uscire) si diverte a scrivere per questo o quell'altro sito pur di dare un suo piccolo contributo alla diffusione del Videogioco come mezzo, non solo ludico, ma anche artistico ed emotivo. Ama al pari anche il Cinema di cui spesso indegnamente scrive.