A passeggio fra mondi nascosti dietro un vetro

“Babadook”, tra gli eredi di Shining ora c’è un mostro di più

“Babadook”, tra gli eredi di Shining ora c’è un mostro di più

Ago 6, 2015

I film horror non sono certo il genere che fa della novità la sua caratteristica primaria.
Chiedete a chiunque calchi anche solo con cadenza saltuaria questo tipo di sale cinema e vi potrà confermare che, anche sparando un po’ nel mucchio, prima di entrare in sala riuscirebbe  a indicarvi all’incirca lo svolgimento del plot, numero esatto ed ordine delle morti.


Niente di male nel niente di nuovo a quanto pare però, perché nella promessa di ‘genere’ che film e spettatore stipulano i patti sono chiari fin dall’inizio: nessuno spettatore che voglia un minimo rendersi credibile potrà quindi mai tacciare un film horror del difetto di essere scontato.

Scontato perlomeno su questo fronte perché ovviamente se la partita non si svolge sulla narrazione, significa che si sta svolgendo da un’altra parte. Venendo presto al dunque, il genere horror se da un lato può avvalersi e godere dei più grandi clichè scenico- narrativi visti in cent’anni di cinema, per rimanere inciso nelle menti degli spettatori e non perdersi nel mare di film da una notte e via, deve per forza riuscire nella missione che il genere da sempre porta con sé, e di cui non sempre riesce a rispettare le promesse:
fare dell’incubo metafora e catarsi.

Introduciamo così  il film “Babadook” della esordiente  Jennifer Kent che trascina in oltre 10 anni di gestazione il suo corto ‘Monster’ e lo fa crescere fino a tirarne fuori un lungometraggio dopo essersi fatta le ossa niente meno che dietro le spalle del buon Von Trier.
Uscito tra le osanne di critica, specialisti di settore e autori di genere (con uno Stephen King in fase di incredibile rivincita su se stesso nell’azzeccare per una volta il commento ad un film), il film sbarca finalmente anche nelle nostre sale e dopo un’attenta visione, vi possiamo semplicemente confermare che l’horror, nel viaggio tra i suoi figli e figliocci più o meno riusciti, ha ritrovato finalmente la sua strada di casa.

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Sarà forse per il periodo, ma fiabe e corti con questo genere in qualche modo finiscono per finirci sempre di mezzo, e la cosa migliore è che sembrano essere anche sinonimo di una qualità invidiabile,  come a dire che la formula perfetta per creare un horror che si rispetti sia proprio quella di partire da una scena regina di massimo disturbo per stiracchiarla poi su più minuti tramite un percorso uniforme con ben in testa cosa si vuole dire e come si vuol fare per trasmetterlo. Fu’ così per ‘Mama’ e la sua definitiva incarnazione ne ‘La Madre’ e così è ora per il libro di fiabe di ‘Mr Babadook’, ritrovato quasi per caso da Samuel nella sua libreria, e che presto finirà per sconvolgere la sua vita famigliare.

Superando in un sol balzo il sopracitato La Madre (decisamente più orientato alla fiaba dark) il film riesce a trasformare la storia di Amelia (Essie Davis) e di suo figlio Samuel (Noah Wieseman), alle prese con questa entità maligna, in un percorso di accettazione e catarsi di un dolore represso e ristagnato nel profondo delle viscere umane. L’orgoglio del film è proprio la ‘metaforizzazione’ evidente e sfacciata, quanto saggiamente costruita ed equilibrata fino ai limiti del genere:  thriller psicologico e horror si confondono lasciando spazio ad una interiorizzazione del mostro con il dolore di Amelia a dare benzina costante sul fuoco della follia generata dalla perdita del marito nel giorno stesso della nascita di suo figlio. Un dolore che mangerà lentamente la donna, trasformandola lentamente nella minaccia dalla quale il suo stesso figlio tenterà di difenderla.

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Il film funziona perché tratta sin dall’inizio in maniera onesta un rapporto già di per sé ferito, e aiuta lo spettatore nell’immersione-affezione per i personaggi scoperchiando piano piano quello che covano in loro: una madre che non riesce ad amare un figlio come vorrebbe, e dovrebbe, rapportata ad un bambino amabilmente strano e ribelle, che nonostante questo, in crescendo, si intinge della funzione eroica promettendo di difenderla da tutto e tutti, con l’amore che solo un figlio può sentire per sua madre.

E’ infatti lo stesso Samuel che in anticipo capisce cosa sta avvenendo in quella casa e ci da i primi segnali della lenta invadenza del mostro, che la regista gestisce in maniera incredibilmente esperta, facendolo passare dalle pagine di una fiaba nera, con disegni di mostruosa bellezza e parole ripetute nelle menti dei personaggi, fino ad arrivare alla sua costante e frastagliata apparizione, che sia in una visione, in una cantilena, in immagini fuse con la tv o in simboli precisi di vestiario statici quanto lancinanti.
Tutto ha una cadenza precisa ed è ritmato per far crescere la tensione nei personaggi fino ai limiti del sopportabile per lo spettatore: abbandonati prima lentamente a loro stessi da società e parentele, ripudiati e isolati poi col loro dolore che finirà per diventare in definitiva il mostro che li metterà l’uno contro l’altro.

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L’aspetto terrorizzante sta quindi più negli sguardi e nei movimenti dei due attori, sottolineati da musiche stranianti da manuale dello spavento, e nella loro lenta trasformazione. Raramente si può ravvisare un tale grado di fusione tra bravura attoriale (la Davis riesce nell’impresa di mandare in pensione il Jack Nicholson di Shining) e perfezione registica nel creare quello che potrà essere ricordato senza dubbio come uno dei film più terrificanti della storia. Frasi già cult come ‘vai a mangiare la tua merda’ riescono a spaccare il silenzio di sale cinema in totale balia di una caccia sempre più serrata in una casa sempre più stretta, oscura, con un mostro che lentamente perde i suoi contorni e arriva lì a farci capire cosa l’uomo può arrivare a fare quando il dolore arriva a mangiarlo dall’interno.

Non basterebbe questo però a fare di Babadook il film completo che è. La marcia in più è data da quello che pochi film di questo tipo riescono a far avvertire e a cui solitamente neanche pensano di provare ad arrivare trasmettere: in Babadook c’è spazio per lo spavento, ma c’è anche spazio per attimi addirittura commoventi. Quelli delle urla animalesche di una madre che difende il suo cucciolo, quelli di carezze fatte con la leggerezza di chi rinuncia a difendersi da una mamma che per quanto mostruosa, rimane sempre la mamma.

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Il film non si stanca neanche sul finale nel giocare fino a quando può con le sue metafore, e rischia di perderci anche la faccia con chi, non pensando, potrebbe non accogliere positivamente il bellissimo significato che in esso si cela, forse il suo monito più grande, e che dopo ore di terrore ci manda a casa più tranquilli: sapere che il dolore non va dimenticato, ma solo accudito tanto da farlo convivere con noi, fa in fondo un po’ meno paura.

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Alessandro Tonoli

Grande appassionato di Videogiochi fin dalla più tenera età (si narra sia stato partorito in ritardo in quanto non avendo salvato, non poteva uscire) si diverte a scrivere per questo o quell'altro sito pur di dare un suo piccolo contributo alla diffusione del Videogioco come mezzo, non solo ludico, ma anche artistico ed emotivo. Ama al pari anche il Cinema di cui spesso indegnamente scrive.

  • Sir Fuffi – aka Nicolas

    È un bel film, il mio primo horror che vedo dopo anni di astinenza dai film di questo genere, purtroppo mi aspettavo di più, ci sono punti di tensione, il problema è che questi non riescono mai trasmettere la completa paura provata dai protagonisti ai spettatori. Deluso per il fatto che mi aspettavo un horror psicologico pesante, invece di un film che farà paura ad un pubblico di 12 anni in giu ma con un significato nascosto più profondo del film in se.

    • Alessandro Tonoli

      Mi spiace sia riuscito a piacerti solo in parte, e a non trasmetterti quanto invece è riuscito pienamente a trasmettere a me, La tensione, data prima a spizzichi, e poi portata all’estremo, si è riuscita pienamente a tradurre in quella ‘paura’ particolare e devastante di cui parlo sopra, forse la ‘migliore’ che abbia mai potuto cogliere e provare in film di questo tipo. La ‘recettività’ di queste sensazioni è indiscutibilmente molto personale, ma penso che il pubblico di fascia più giovane in realtà non troverà granchè visto che fa leva su un tipo di ‘paura’ e inquietudini avvertibili solo ad età avanzate.
      Su significato&film (penso si capisca anche dal post) in realtà è l’aspetto che più mi ha convinto del film, oltre la tensione che si ribalta sullo spettatore grazie all’ottima interpretazione degli attori.
      E’ ovviamente un film da vedere esclusivamente in sala – io sono fortunatamente riuscito a crearmi l’effetto sala cinema vuota ed è stata davvero un’esperienza memorabile.

      Forse anche l’aspettativa fa tanto: io sono entrato in sala abbastanza scevro di pretese e mi sono ritrovato a vedere quello che a fatica può essere definito un horror, va molto oltre, prende i pregi di horror e thriller psicologico e oltrepassa i limiti di questi due generi definendosi in autonomia; cosa abbastanza epocale in prodotti solitamente così schematici e imbrigliati a loro stessi.

  • lor113

    Pochi i momenti di tensione i quali, quando presenti, farebbero paura ad un pubblico di ragazzini e poco più a mio parere. Sicuramente meglio di molti altri pseudo-horror degli ultimi anni ma in mia opinione non va oltre la sufficienza. Ne ho in mente un’altro in questo momento decisamente migliore del film in questione, ma decisamente.
    P.S. L’ultima volta che si leggeva di un “film che ha terrorizzato Stephen King” si trattava di Paranormal Activity… povero Stephen…

    • Alessandro Tonoli

      che i commenti di Stephen King in ambito cinematografico non debbano essere particolarmente ascoltati lo si può anche solo intuire dal fatto che reputi Shining un film brutto, però stavolta ha aggiustato sicuramente di più il tiro

      • lor113

        ah beh su questo non ci piove

  • thedoctor68

    un film davvero penoso, sotto tutti i punti di vista, il ragazzino è poco credibile, l’elemento di tensione è vago, poco caratterizzato, la storia fa acqua da tutte le parti, anche se ben confezionato a mio parere è un horror mediocre e dimenticabile come la stragrande maggioranza degli horror, mi fa ridere la ricerca di un significato profondo: quello di fare soldi con un film scarso che fa un pochino di paura?

  • TheAlabek

    Il pregio del film è non aver usato jumpascare, il difetto aver messo le urla per creare disagio e inquietudine facile…