A passeggio fra mondi nascosti dietro un vetro

“La La Land”, una danza libera per un sogno ad occhi aperti

“La La Land”, una danza libera per un sogno ad occhi aperti

Feb 4, 2017

La vita dovrebbe essere un musical.
E’ così, non c’è dubbio. Se tutto girasse come dovrebbe ce ne andremmo in giro saltellando a braccetto gli uni con gli altri cantando e disperando di gioie e dolori.

Perché? Perchè la natura dell’uomo è profondamente intessuta con l’essenza melodrammatica. A chi non viene voglia di fischiettare nella giornata più felice? Chi non vorrebbe sprofondare in canzoni deprimenti cantate sottovoce nelle ore più buie? Accade per sublimazione. Certe emozioni sono semplicemente troppo forti per essere espresse, o amministrate  secondo un codice imbrigliato e formale. Il corpo per sfogarle a dovere dovrebbe farle uscire al loro netto, al loro esatto tessuto esistenziale. E come può un’ emozione, di per sé intangibile e inconsistente, diventare concreta senza un processo di traduzione che ne alteri l’essenza?
Deve essere ballata, e deve essere cantata.
Il corpo non può fare altro che questo per far fuoriuscire la loro più limpida natura.
Non con tutte le emozioni si ha però questo effetto in maniera così semplice. Alcune emozioni sono più sottili, leggere o semplicemente non del tutto comprese. Rimangono nel corpo latenti, in attesa di essere codificate ed espresse secondo situazioni consone e gestualità/verbalità impostate.
Ma le emozioni sono emozioni. Non ce ne sono di serie A o di serie B. La loro comprensione o il loro avvertimento non può davvero determinare in maniera così assoluta una possibilità o meno di liberazione.
Per questo esiste il musical.
Il musical è la democratica sublimazione in musica di qualunque tipo di emozione.
E’ l’opportunità concessa a tutti di farsi sentire. Emozioni che si mostrano al contempo per quello che in realtà sono; un insieme emotivo di potenza assoluta che, viaggiando in musica, esponenzializza il suo valore facendosi vedere, e provare, forse per la prima volta davvero.

Ed è per questo che la vita dovrebbe essere un musical.
Nulla di incastrato, nulla di imbrigliato. Qualunque sentimento sfociato a giusto ritmo e potenza. Se vogliamo, l’unico genere a contrastare il medium stesso di appartenenza che prova solitamente a tradurre emozioni, ed idee, in parole ed immagini. Un processo anti-linguistico votato alla pura e semplice liberazione pur sfruttando i medesimi elementi (parole ed immagini).
Ma qui si doveva parlare di La La Land: film uscito giusto in queste settimane fresco di rapine ai Golden Globe e alle nomination degli Oscar. Girato sempre ad opera di Damien Chazelle, un signore che con la musica aveva già dimostrato di saperci fare con un certo Whiplash.
Vi chiederete quindi perché abbiamo iniziato in maniera così generica parlando di musica, di emozioni, di vita e di questa tanto agognata liberazione.
La verità?
Semplicemente perché La La Land è esattamente, quello.


Non è quindi più un mistero il giudizio intrinseco di questo intervento sul film.
La La Land è riuscito a conquistarci con la potenza intrinseca che sta nell’archetipo del genere musical, a cui va unita una storia ben diretta, una fotografia da cult e due interpreti magistrali scappati alle loro facce per mischiarsi con quelle di due individui senza tempo, fatti quasi per un altro cinema, per un’altra realtà.
Ma andiamo con ordine.

La La Land ci racconta l’incontro tra Sebastian e Mia, lui un pianista jazz idealista senza un soldo che lotta contro un’annunciata estinzione, lei un’attrice in erba con tanti sogni e duri provini da affrontare. L’amore che scatta tra i due, l’evoluzione del loro rapporto nella burrasca delle loro ambizioni è tutto quello che il film mira a ritrarre.
Come lo fa? Lo fa innanzitutto trasportando lo spettatore ad un passo di distanza da dov’era fino a un secondo prima. Il film è di ambientazione contemporanea, ma del contemporaneo non troverete assolutamente nulla. Tutto sembrerà trasposto in un gigantesco sogno ad occhi aperti: le atmosfere da musical anni 50’ (a cui Chazelle dichiaratamente si ispira), i colori vividi e accesi, l’imperturbabilità di questi due personaggi lucenti immersi nel loro sogno che costruiscono canzone dopo canzone, in un quadro inteso, quanto leggero e vividamente romantico. Chi vi scrive riesce ancora a stento a credere di essere riuscito a commuoversi per la bellezza di alcune trovate visive che, assieme a canzoni capaci di farsi ricordare fin dal primo ascolto, creano delle emozioni così intese da riuscire a superare persino per effetto le parti più drammatiche (genericamente più efficaci sullo spettatore).


La La Land mostra senza mezzi termini la gioia delle emozioni lasciate libere e a loro stesse, visivamente e sonoricamente.
La mostra fino quasi al suo culmine: da lì in poi si concede delle discese, delle rapide scorribande sul pianeta Terra. Non tutto è sogno, non tutto è magia. Ci sono le ambizioni, le mostruose carriere artistiche che divorano l’innocenza di cuori votati all’arte, al disinteresse per il successo in virtù dell’ideale; ci sono le distanze che si allargano; c’è un pizzico di vita vera che inizia a insinuarsi piano piano, come a voler rovinare un piano altrimenti perfetto. Ma nonostante queste infiltrazioni lo stile del film non vacilla di un secondo rimanendo fedele a se stesso nella buona e nella cattiva sorte che riserva ai suoi personaggi. La visione romantica non finisce mai, al massimo si flette su stessa rivelando una faccia a volte troppo dolorosa per essere cantata; ma dolcemente trova il modo per continuare sulla sua strada, tra ritmiche jazz resuscitate di continuo come a non voler dare mai un pezzo fisso sul quale adagiarsi. E il pubblico nel frattempo non osserva: il pubblico tiene il tempo. Vedere il film seduti in sala sarà come partecipare alla danza di Sebastian e Mia.

La sceneggiatura è da un lato incredibilmente solida, dall’altro invece improvvisamente avverte qualche strappo, come se ad un certo punto le cose iniziassero a farsi troppo veloci per essere seguite ed assimilate dallo spettatore come si deve: difetto che potrà far storcere il naso da un certo punto di vista; dall’altro le canzoni portano con loro molti più messaggi di quanto potrebbero fare decine di scene e monologhi, e ci si accorge di aver assimilato una gamma di intenzioni strabordanti, grazie alle mimiche, alle melodie e alla presenza scenica di due attori all’apice della loro grazia.

Proprio la scelta dei personaggi si rivela un vero colpo vincente. Cachet e pubblico di richiamo a parte, Gosling e la Stone hanno una chimica visiva difficilmente paragonabile, composta appositamente per un cinema non contemporaneo, che riesce a concedere al film quelle caratteristiche da “storia senza tempo” che alimenta il sogno generale. Personaggi che non faticheranno a farsi amare anche in virtù delle loro caratterizzazioni: votati all’arte nelle loro battaglie personali contro l’omologazione, il conformismo artistico, contro incertezze e paure che se li fanno vacillare, non li fanno però d’altro canto crollare mai. Una delle canzoni finali “The fools who dream” (interpretato da Emma Stone) è un vero manifesto alla libertà artistica uscito quasi dalle note de “I Miserabili”, che non fatichiamo a pensare diventi uno dei pezzi più memorabili del film.
Questi due personaggi si faranno talmente amare (e pensare che la parte doveva essere della Watson) da dare quasi l’idea sul finale, in maniera paradossale, di aver buttato via un’occasione più che di averla colta. L’interpretazione è perfetta, la chimica è ineguagliabile; ma per quanto si avvicinino alla perfezione un finale magistralmente diretto nella sua composizione musicale, quanto forse non attentamente dosato nella gestione narrativo/tempistica, inciampa di un niente non creando forse quei due personaggi mitici che sarebbero potuti rimanere incisi nell’immaginario comune, incensati nel tempo.
Poco male, la loro meraviglia visiva non sarà certo dimenticata facilmente.


La La Land è in sunto un vero incanto. La risposta al perché la vita dovrebbe essere un musical.

Una storia d’amore, una storia di sogni che si intrecciano dal ritmo incalzante, mai melenso e fine a se stesso. In ogni immagine troverete un perché, in ogni canzone un motivo per voler entrare dentro il film e godere di quelle emozioni libere, di quelle ambientazioni da sogno ad occhi aperti che tanto hanno fatto sognare anche noi.
Un sogno ad occhi aperti che con un pizzico di vita reale gioca a ficcarci un dito in un occhio. Quello che ti rende cieco ogni tanto per qualche secondo.
Ma cieco pur sempre in un sogno.

 

 

 

Alessandro Tonoli

Grande appassionato di Videogiochi fin dalla più tenera età (si narra sia stato partorito in ritardo in quanto non avendo salvato, non poteva uscire) si diverte a scrivere per questo o quell'altro sito pur di dare un suo piccolo contributo alla diffusione del Videogioco come mezzo, non solo ludico, ma anche artistico ed emotivo. Ama al pari anche il Cinema di cui spesso indegnamente scrive.