A passeggio fra mondi nascosti dietro un vetro

“Bioshock Infinite: Burial at Sea”, la triste eclissi di una storia che rimane infinta

“Bioshock Infinite: Burial at Sea”, la triste eclissi di una storia che rimane infinta

Apr 7, 2017

La saga di Bioshock non è una di quelle saghe che il mondo videoludico può tenersi solo per sé. Non fa parte di questo medium come Guerre Stellari non fa parte del cinema. La loro potenza narrativa è come un trapano che fora lentamente le pareti di cui sono composte le delimitazioni del mezzo mediale di partenza, e viene così permesso loro di vedere la luce del mondo a cui realmente finiscono per appartenere. Un mondo  vasto, il mondo dell’interno spazio culturale umano.
Bioshock è una saga che crea una piccola sfera di cultura che sarebbe offensivo riferire al videogioco, cinema o qualunque altro mezzo. E’ un opera che si autodefinisce, che non ha bisogno di supporti e che chiunque abbia un minimo a cuore il passaggio alle generazioni future del meglio della nostra epoca dovrebbe assolutamente esperire.
E’ quindi un piacere, e un onore, rievocarlo a diversi anni di distanza dall’uscita del suo ultimo episodio narrativo, dopo la recente riproposizione della collection “Bioschock: The Collection”, contenete tutto quello che la saga è stata capace di partorire a partire dal suo sbarco, nel lontano 2007, dieci anni esatti dopo.  Su queste pagine era stato già trattato Bioschok Infinite, ma ora a qualche anno di distanza, è doveroso chiudere il cerchio, parlando di quel dlc capace di decretare il funerale momentaneo del franchise. Quel “Burial at Sea” che forse decreta più di un funerale narrativo; forse il funerale di una poetica, la poetica di Ken Levine, geniale padre di questi mondi che non vedremo più comparire tra i probabili titoli di coda nelle future incarnazioni della saga. Il detentore di una poetica capace di far collimare l’apice della più sfrenata fantasia con lo schianto provocato dal dolore amaro nascosto dietro tutte le utopie che provano a trovare concretezza.

E’ quindi un funerale triste, amaro, a cui poche altre volte il mondo videoludico ha dovuto presenziare. Una perdita letale, per un brand che sembrava aver trovato le giuste chimiche e meccaniche per parlare ancora per anni, a questa maniera, di alcune delle storie più belle, affascinanti e contorte mai narrate. Un funerale, ma un funerale gestito a dovere, come solo chi riesce a dire addio con lo stesso amore e la stessa passione racchiusa nel primo saluto può permettersi di fare. E ora vi spieghiamo perché.

Funerale nel mare

“Burial at Sea” ci ha affascinato con lo stesso candore di un saluto scritto a metà, tra la fretta e la voglia di dire di più. Su un fazzoletto spiegazzato, scritto con un inchiostro rosso sangue, composto forse da sangue stesso. Un dlc di quelli che qualunque produzione sogna, inaspettato per potenza e per importanza nei collegamenti narrativi.
Chi si aspettava ad esempio di trovare in un elemento puramente aggiuntivo (anche se – c’è da dirlo – venduto pur sempre a caro prezzo) tutto il meglio della poetica visiva che una saga di tale nomea era stata capace di partorire in due (sì, dai, due) incarnazioni distinte ?
Chi si aspettava improvvisamente di avere così tanto di più di cui parlare a livello storico, dopo la stupendo ending di Infinite, capace di aprire porte su universi indecifrabili e infinite pagine di forum di accese discussioni all’ultimo indizio?
Essere gettati in mezzo a quello che di meglio sta nel cielo e quello che di meglio ci sarà sotto le acque è come un sogno orgiastico che si realizza, e che se giocato ad anni di distanza permette di convogliare il piacere della riscoperta con l’amore della più sfrenata malinconia per nomi, luoghi, atmosfere e sensazioni.

Il capitolo aggiuntivo si diverte a creare un quadro misto, assolutamente coerente con le due narrazioni e con i due stili nettamente contrastanti tra loro. Unisce il lugubre di Rapture, si diverte a farcelo assaporare all’antico splendore (dapprima solo immaginato, ora vero, reale, visitabile), e ci riporta alle vibranti luci di quella Columbia così lucente, così vicina al sole tanto da ardere internamente a sé. Permette un intreccio narrativo di personaggi che chiunque sia affezionato ad anche solo un capitolo della saga non può decidere di rinunciare.  E’ un crogiolo di cultura addensata su se stessa. C’è un forte istinto che ci porta a desiderare di poter girare indisturbati, di poter osservare ogni muro, ogni poster, ogni statua ricreata ad arte, senza dover badare a un gameplay videoludico che ci costringe a prendere parte agli eventi, quando la nostra ingordigia visiva vorrebbe solo poter divorare ogni dettaglio in pace, come spettatori di un museo di fantasie così riverso dentro sé.

Ma Burial at Sea è un videogioco, e siamo pertanto obbligati a partecipare. Obbligati a rivestire i panni di Booker DeWitt, protagonista ed antagonista che abbiamo imparato ad amare in ogni sua versione. Rivestire i panni di Elizabeth, dolce compagna di un viaggio iniziato per scappare da una vita di prigionia che non immaginava potesse portare al collasso di vite che si rincorrono di continuo; terminano e ricominciano sperando sempre di poter cambiare quel gioco di costanti e variabili in cui sono così drammaticamente intessute. Un capitolo, questo, diviso in parti diseguali fra queste due figure, e che da queste due figure trae due meccaniche di gameplay differenti: una astuta e silenziosa, l’altra più energica e sfrontata. Ambedue comunque in grado di far esplorare al meglio le ridimensionate location, portando delle semplificazioni in termini di sfida, ma mai in termini di offerta di contenuto. 
L’avvicinarsi di questi due stili di gameplay differenti rende nuova Rapture quanto Columbia. Non ci era mai capitato di sentirci così fragili e vulnerabili in queste vie: tutto sembra più rischioso vestendo i panni della fragilità fisica ed emotiva di Elizabeth, compresa la follia che dilaga mano a mano che l’ending game si fa più vicino.

Gli abissi di Elizabeth

Ma l’intreccio di gameplay è solo la realizzazione fisica di un intento ben più profondo. Nel titolo si intrecciano in sottofondo inquietudini e tormenti che scavano nel rapporto torbido di questi due personaggi, distruggendolo per ricostituirlo infine in maniera diversa, in ultimo ancora più toccante rispetto al viaggio iniziale.
Quella dei due è una relazione divenuta ingestibile a tratti, e in definitiva ingiudicabile. Ed è forse proprio per questo che diviene così immediata per il giocatore pur nella sua ‘contortezza’: si può partecipare standone a distanza, ci viene concesso di prendervi parte senza l’obbligo del giudizio o immedesimazioni di sorta tra momenti di odio e di sincero affetto.
Un affetto inaspettato che si farà palese non tanto nel giocatore (affezionato d’obbligo a questi personaggi), quanto in Elizabeth.

Elizabeth che si riscopre nuovamente perno della saga, sia come eroina in gonnella, sia come fonte dell’intreccio in cui tutti i mondi sono coinvolti simultaneamente.  Immersa in una parabola poetica che parla della sua solitudine esistenziale, della sua continua fuga in realtà che non esistono; del peso dell’onniscienza, della difficoltà di aver avuto un amico, poi un nemico, e in definitiva sì, comunque nonostante tutto un amico, di cui piangere la scomparsa. Di fragilità e insicurezze che si provano nel sentirsi una pedina mossa da una se stessa a cui non si sente più appartenere.

Burial at Sea è tutto questo, se ci abbassiamo a vederlo con gli occhi dei suoi personaggi: un plasmide amplificatore di emozioni che ricostruisce i tanti cuori spezzati della trama. Un estrattore di adam dalle viscere della sua storia; una raccolta che si esaurisce al culmine di un dramma necessario, catartizzato perfettamente nella canzone presente nei titoli di coda, capace di incanalare tutto l’intreccio di quest’ascesa malinconica, tutto il sentimento e il dolore vibrante di una vita vissuta fra solitudini e tristi e alterne verità.

Bioschock in definitiva riesce a vincere bruciando tutto quello che aveva da bruciare. Riesce a spaesare il giocatore, sorprendendolo un ultima volta con un trucco di magia inaspettato, riconciliando terre che mai si era aspettato di poter visitare con gli stessi piedi. Rimane saldo alla sua capacità di alternare momenti di poesia innocente e torbida a momenti di cruenta follia. In quest’ultimo episodio, impoverito di battaglie epiche, troverete pochi momenti iconici ma che sapranno farsi ricordare: la lobotomia manuale a cui Elizabeth viene sottoposta è capace di torturare il giocatore anche in assenza dell’immersività concessa da un visore di realtà virtuale; l’abbraccio del Big Daddy alle sorelline in mezzo a tutto quel dolore riesce a creare l’effetto di un abbraccio diretto al nostro cuore.

Bioschock e il suo funerale nel mare rimangono quindi una parentesi artistica di valore indefinibile.
L’eclissi di un’opera capace di inventare mondi come mai ne sono esistiti, storie come mai ne sono state composte.
Un funerale che saluta quindi con amore infinito tutto quello che è stato.
Che speriamo costituisca il preludio ad una resurrezione che sappia trovare un nuovo genio a cui affidare gli sconfinati cieli di Columbia e gli eterni abissi di Rapture.

 

Alessandro Tonoli

Grande appassionato di Videogiochi fin dalla più tenera età (si narra sia stato partorito in ritardo in quanto non avendo salvato, non poteva uscire) si diverte a scrivere per questo o quell'altro sito pur di dare un suo piccolo contributo alla diffusione del Videogioco come mezzo, non solo ludico, ma anche artistico ed emotivo. Ama al pari anche il Cinema di cui spesso indegnamente scrive.