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Posted by on 7:14 pm in Schiaffi ludici | 7 comments

Giochi usati, una spada a doppio taglio

Giochi usati, una spada a doppio taglio

Da settimane ormai, si rincorrono i rumor che vorrebbero le nuove console in produzione presso Microsoft e Sony come impegnate attivamente contro il fenomeno dell’usato. Ad inizio anno, è emerso uno dei brevetti di Sony, che proponeva l’uso di sensori NFT (near-field tecnology, ossia rilevatori di vicinanza) inseriti all’interno delle confezioni dei giochi, e che, comunicando con la console in wireless, avrebbero impedito l’uso di giochi usati sulla stessa. Recentemente, invece, è stata avanzata l’ipotesi che il successore di Xbox 360, nome in codice ‘Durango‘, possa impedire completamente l’uso di videogame usati, richiedendo una connessione permanente e codici monouso legati all’hardware.
In entrambi i casi gli utenti (o futuri tali) delle due compagnie hanno protestato vivamente, ed è su questa diatriba, che si protrae ormai da diversi mesi, che vogliamo incentrare lo “schiaffo” di questa settimana.

Parlando del mercato dell’usato, purtroppo, si va di pari passo con altri fenomeni legati all’uso di un videogame su più console: chi non ha mai prestato un videogame ad un amico alzi la mano! Quanti di voi non si sono mai ritrovati a casa di amici per una serata multiplayer dal vivo, magari portando ognuno un gioco. Ovvio, si parla di problemi minori, e di soluzione relativamente semplice a confronto delle dinamiche economiche sollevate dal mercato dell’usato, ma restano pur sempre tematiche care ai giocatori, assieme agli ovvi vantaggi che comporta pagare un titolo a prezzo ridotto in tempi in cui la crisi economica globale incide pesantemente su un settore ritenuto non essenziale.
Per avere un quadro piuttosto esaustivo, però, la situazione va analizzata da due diversi punti di vista:

Il primo è quello dell’industria, ossia publisher e sviluppatori. Il sistema dell’usato è sempre esistito, ma pare che in questi ultimi anni diverse compagnie, da Ubisoft ad EA, abbiano fatto del combatterlo attivamente la propria ragione di vita. In un certo senso è comprensibile: per ogni videogame ritirato sul mercato dell’usato, sia esso come scambio tra giocatori o passando per un intermediario come Gamestop, i soldi generati dalla transazione non rientrano nel guadagno del publisher o dello sviluppatore, ed ogni copia venduta come usata occupa il posto che potrebbe prenderne una nuova negli scaffali del giocatore.
E’ facile capire pertanto la reazione da blasfemia che hanno le varie compagnie videoludiche al solo sentir nominare il concetto di “usato”, paragonato e spesso indifferenziato nella loro ottica dal fenomeno della pirateria, e trattato con lo stesso disprezzo. Cosa che, assieme ai drm con accessi limitati, rende ancora più ostica la trattativa con i giocatori.
Meno facili da mandar giù restano quindi frasi come “L’usato uccide il single player“, dichiarate lo scorso anno da David Braben di Frontier Development, che contestava al mercato dell’usato la mancanza di fiducia dei publisher nelle software house. O come la “mancanza di strascico” delle vendite di un gioco anche dopo la fine del periodo ottimale di un gioco, attribuita ancora una volta al fenomeno della seconda mano da Denis Dyack di Silicon Knights.

Quello che purtroppo in molti si rifiutano di accettare come concreto, e contestandolo aspramente come semplice lamentela immotivata è il secondo punto di vista, ossia quello dei giocatori. Giocatori che vogliono un prodotto di qualità, e che sempre più spesso cercano di massimizzare le proprie esperienze videoludiche nonostante le situazioni economiche non siano delle migliori.
Per quanto riguarda la qualità, c’è da dire che la maggior parte dei titoli re-immessi in circolo come usati sono giochi sportivi, o automobilistici, o con istanze annuali (parlando personalmente, i nomi più frequenti nei quali mi sono imbattuto durante le visite ai negozi di videogame sono stati le serie calcistiche FIFA/PES e i Call of Duty meno recenti). Giochi il cui livello qualitativo, indipendentemente se alto o basso, è valutato essere più o meno stabile da parte del giocatore, al punto di sostituire qualcosa di ormai sviscerato con titoli ritenuti semplici “upgrade”. In un’era come quella in cui le recensioni internet o il passaparola tra amici rende facile scoprire quanto effettivamente un gioco possa piacere all’utente, l’ignoranza costituisce solo una piccola percentuale delle cause per cui i giochi vengono riciclati come usati, ma resta purtroppo intesa come principale motivazione da entrambe le parti della barricata, cosa che limita la possibilità di dialogo.
Il vero punto su cui i giocatori dovrebbero invece puntare, qualora volessero realizzare una difesa efficace del mercato di seconda mano, è il fatto che un gioco può essere rivenduto per comprarne di nuovi, generando così liquidità finanziaria indispensabile per superare l’attuale congiuntura economica negativa limitando le perdite.

blake-jorgensen-eaCosì come affermato lo scorso anno da Remedy alla vigilia dell’uscita di Alan Wake: America’s Nightmare, e ribadito (sorprendentemente) proprio da EA, l’usato genera comunque una pubblicità favorevole, che spesso spinge i giocatori a reinvestire in nuovi videogame.
Ci piacerebbe vedere tutto a prezzo pieno e non avere un mercato dell’usato? Certo. Ma credo che il mercato dei giochi usati somiglia un po’ a tutti gli altri tipi di commercio, nel punto in cui crea liquidità.“, spiega Blake Jorgensen (Direttore Finanziario di EA), in un’intervista a Gamasutra. “Il fatto è che la liquidità porta benefici a tutti noi in un certo modo. Perciò, se qualcuno va a restituire un gioco, c’è una buona possibilità che poi acquisti un altro dei nostri titoli. E quindi, se c’è un mercato di liquidità economica, non credo sia affatto una brutta cosa.
Un’arma a doppio taglio, quindi, a cui comunque una delle possibili soluzioni sarebbe una maggior regolamentazione dell’usato, con meccaniche di compromesso a entrambe le parti: l’idea di aggiungere un prezzo extra come una sorta di “tassa sull’usato”, che rientri poi nelle casse del publisher, avanzata da Ubisoft lo scorso anno, ammettiamolo, non è stata delle più felici, ma è stata perlomeno un tentativo di compromesso, seppur svantaggioso per i giocatori.

gamestopDiversa situazione sarebbe invece generata dall’idea di abbandonare (cercando nel frattempo di stroncarlo), un mercato il cui principale vantaggio è quello di generare liquidità immediata nelle mani di catene differenti il cui prezzo è deciso in maniera arbitraria e a vantaggio esclusivo del commerciante (siamo convinti che più di un giocatore si sia rifiutato di rivendere un titolo pagato a prezzo pieno, per meno di un sesto del costo, con la certezza che di lì a poco lo avrebbe rivisto come usato poco sotto il costo originale). Decisamente negativo, temiamo invece, sarà l’impatto che potrebbe avere l’idea arbitraria di eliminare alla radice il “problema” a livello hardware, così come discusso in apertura, cosa che rischierebbe soltanto di alienare ancora di più l’utenza ed espandere il baratro verso cui sta pericolosamente scivolando l’intera industria videoludica.

Quello che serve, quindi, e che ci sentiamo di proporre in questa sede, è l’introduzione di regolamenti più solidi (magari che cedano al publisher il posto dell’intermediario retail), e che governino un fenomeno che, di per sé, non è necessariamente un male, specie quando sono sempre più i giocatori che spendono nel mondo videoludico con un occhio al portafogli, acquistando meno e con maggior criterio.

Luca Pitocchi, redattore di Matt’s Games

  • Roberto

    Secondo me fanno pagare troppo per un videogioco nuovo, se il prezzo di uscita fosse più accessibile molta più gente acquisterebbe un gioco nuovo al D1 o nei giorni successivi invece che aspettare anche solo uno sconto di 10 € comprando il medesimo gioco qualche giorno dopo usato

    • ecco, questo è un punto veramente dolente, che emerse anche qualche tempo fa, con non ricordo quale sviluppatore (credo un ex di Infinity Ward, ma non ci metterei la mano sul fuoco, purtroppo), che affermò di come spesso e volentieri le interferenze del reparto commerciale si traducano in un costoso (quanto inutile) cast di doppiaggio fatto di star famose, o campagne pubblicitarie fin troppo massicce, o inutili orpelli di contorno, tutte cose che alla fine vanno a influire sul costo finale…
      Anche questo, però, è dovuto alla psicologia degli utenti (anzi, meglio, dei CONSUMATORI), che si infervorano con le limited o quando sentono che questa o quella celebrità ha dato la voce o prestato l’immagine a qualcosa… E’ ovvio poi che il publisher ci trovi terreno fertile.

    • Non dimentichiamoci che l’Europa, anzi ancor peggio l’Italia, è la maggiore vittima dell'”effetto distributore”, che incrementa il prezzo finale del singolo videogioco e piazza un dislivello con i prezzi consigliati USA e JAP pauroso (e comunque considerevole tra prezzi italiani e, per dire, già solo britannici). Esempi pratici IN EURO, per intenderci (con tanto di link come “prove”):
      Gioco in Italia: 70€ (gamestop.it)
      Gioco in Inghilterra: 50€ (35-40£) (shopto.net)
      Gioco in USA: 45€ (60$) (gamestop.com)
      Gioco in JAP: 50€ (6000 Yen) (sofmap.com)

      20 euro di differenza da due mercati e addirittura 25 euro dal restante mercato… Spaventoso. Il vero male è il distributore, non i negozi, i publisher o gli sviluppatori.

  • Samuele

    Non credo che sia un bene che i publisher abbiano il controllo del
    mercato dell’ usato. La pubblicità è allettante ma sui soldi non si
    discute ( per vendere giochi nuovi sarebbero capaci di bruciare le copie
    usate )…

    • beh, magari non a questi estremi, però da una parte è vero, che anche affidare il controllo unicamente ad un publisher potrebbe essere altrettanto nocivo che lasciare le condizioni attuali.
      Il problema è che, d’altra parte, anche affidarsi a catene di negozi che ti ritirano un gioco usato a tre settimane dall’uscita a quindici euro (se ti va di lusso), per poi rivenderlo a cinquanta, è negativo sia per il giocatore che per il publisher. Il primo perchè ci perde l’occasione di reinvestire i soldi in nuovi videogame, che come spiegato è uno dei vantaggi del mercato dell’usato, il secondo perchè ci perde semplicemente soldi.
      Il mio punto di vista è una via di mezzo: raggiungere un compromesso tra publisher e giocatori che favorisca entrambi, togliendo di mezzo la catena retail dal processo.

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