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Posted by on 10:48 pm in Schiaffi ludici | 0 comments

Vent’anni di nostalgia a 8-bit

Vent’anni di nostalgia a 8-bit

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In queste settimane stiamo assistendo ai preparativi che l’intero universo che gravita attorno ai videogame sta mettendo a punto prima del passaggio alla nuova generazione di console casalinghe. Un fatto che da sempre esalta i videogiocatori di mezzo mondo, che li spinge alla riflessione e, per la maggior parte, a guardarsi indietro per constatare quali sono stati i successi e i fallimenti. Ovviamente, noi non siamo da meno, ma quello che vogliamo proporvi è un salto ben più lungo di una generazione, un salto che in molti sembrano fare quando si parla di videogame, ma che in pochi sinora hanno compiuto veramente fino in fondo: siamo arrivati ad un punto in cui lo stesso mercato, per la prima volta, ammette di essere al limite della stagnazione quasi totale, sia per l’innovazione che per i generi videoludici, e quindi quale miglior momento di questo per guardare all’inizio, come tutto è (ri)cominciato? Stiamo parlando dell’era 8bit e 16bit (approssimativamente dalla seconda metà degli anni ’80 fino ai tardi anni ’90), a cui molti si abbandonano in ricordi nostalgici, e che più di una volta è stata paragonata favorevolmente all’attuale. Ma lo è davvero?

Premetto che, per una volta, abbandonerò ogni pretesa di correttezza: lo schiaffo di questa settimana è diretto a tutti noi giocatori, e non sarà piacevole, ma è un argomento che va affrontato se vogliamo effettuare un’analisi imparziale di ciò che ci aspetta.

Mettetevi comodi.

Personalmente parlando, la mia carriera videoludica è iniziata in una fase già avanzata dell’era “classica”, ricevetti il mio primo NES nel ’93, per passare tre anni dopo al Super Nintendo, trascorrendo la maggior parte del tempo a giocare agli stessi pochi titoli e a parlare di scambi di cartucce a scuola. Per l’epoca, con la maturità mentale che poteva avere un bambino di 6 anni, quei pixel che componevano disegni in movimento sullo schermo, quei controlli fatti di pochi bottoni, i manuali che contenevano la maggior parte della storia (lo spazio sulle cartucce era quello che era, o ci si infilava il codice del gioco o una trama complessa), erano un’esperienza esaltante, come lo è sempre il primo approccio con qualcosa di nuovo.

Per contro, molte di quelle esperienze venivano mitigate dalla necessità di imparare quasi alla perfezione percorsi e strategie, il cui margine d’errore era paurosamente vicino allo zero: basti pensare ai primi platform per NES, decisamente più ostacoli che vite per affrontarli. Eppure, salvo casi particolari (per me, la bestia nera è stata Super Ghouls ‘n’ Ghost per SNES), la voglia di arrivare alla schermata di fine livello sino ai crediti finali è sempre stata sufficiente a spingerci oltre la frustrazione.

Grafica minimale ma in compenso tante ore di divertimento e di sfide, ed è effettivamente questo ciò che molti di noi, prima o poi, si sono ritrovati a pensare per definire migliori i “bei vecchi videogiochi”, a paragone con gli odierni. Un’era d’oro insomma.

Ma, oggettivamente, quanti di noi hanno rimesso mano a quelle console e quei giochi, che forse giacciono impolverati in un angolo della camera, negli ultimi dieci anni? E non parlo di emulatori che consentono l’uso di controlli personalizzati e di salvataggi rapidi. Mi riferisco proprio a quei piccoli (per l’epoca) gioielli della tecnologia acquistati venti e passa anni fa, con le loro cartucce e i loro controller privi di stick analogico. Casualmente a me sono ricapitati sotto mano l’originale Megaman e il primo Castlevania, ed è da questi che voglio cominciare la discussione.

Il primo impatto, quello visivo, consegna ai giocatori attuali un’agghiacciante verità: alcuni “cari vecchi classici”, migliori dei giochi moderni, sono invecchiati decisamente male. Certo, siamo ancora ad un punto della storia videoludica in cui c’era già stata una pesante miglioria tecnica rispetto agli agglomerati di pixel monocromi dell’era Atari, prima del crollo, ma è pur vero che per molte cose dovevamo ancora affidarci alla fantasia. Niente schermate gloriose, spesso solo il titolo e poco altro, scarse indicazioni di cosa distinguesse le piattaforme dagli elementi dello scenario, l’impossibilità più totale di definire alcuni nemici (anche se su quest’ultimo punto potremmo glissare, visto che per quello venivano incontro i manuali che, ahimé, spesso non sono più reperibili in circolazione).

E questo porta direttamente alla seconda critica: se i giochi classici offrivano longevità nel range di svariate ore e diversi giorni (e notti), è anche vero che molte di queste erano figlie dell’ennesima ripartenza dopo esserci giocati male l’ultima vita a disposizione. E spesso, sebbene fosse già di per sé brutto essere sconfitti nel finale di un livello particolarmente difficile, ancora peggio era non poter affrontare immediatamente la parte incriminata. L’unica arma a disposizione, perciò, era allenarsi ripetutamente. Ora ammettiamolo, quindici-venti anni fa, tutta l’attuale generazione di giocatori aveva decisamente più tempo a disposizione.

ZeroCalcare alle prese con il salto di generazione nei videogame

Se avete, come il sottoscritto, un quarto di secolo sul groppone, è molto probabile che anche le vostre giornate siano assorbite da altre attività, lasciando meno spazio alla pratica di quanto sia necessario per superare lo scoglio. Certo, possiamo dire che la necessità di vincere una sfida del genere era parte del divertimento, ma quanti difensori della superiorità dei vecchi titoli sono disposti ad affrontarle nuovamente? Compreso questo, viene da sola la necessità degli sviluppatori, per mantenersi adatti al bacino di utenza già affermato, di facilitare progressivamente i giochi, in una sorta di crescita parallela tanto del giocatore (impossibilitato per forza di cose ad affrontare ripetutamente la propria frustrazione sino a perfezionare la propria tecnica) che del gioco.

Ovviamente c’è anche un’altra faccia della medaglia, composta dalla fazione che difende i titoli classici per l’innovazione. In questo caso lo spazio dedicato al dibattito è più ampio, e andrebbe analizzato caso per caso: certo, l’era 8-16 bit ha portato alla luce diverse migliorie nel gameplay, ma buona parte di queste è frutto di una mescolanza di diversi concetti già emersi nell’era Atari, durante la quale erano tuttavia presi in considerazione singolarmente. A titoli di piattaforme, ad esempio, vennero aggiunti elementi di rpg come i potenziamenti, o la possibilità di sparare degli shooter games, portando alla nascita di Metroid. Oppure, agli inventari e alle schermate labirintiche in stile SwordQuest venne abbinata una veste grafica migliore, una barra della vita e una struttura ordinata in dungeon, tre cose che ritroviamo nel primissimo The Legend of Zelda. Niente di particolarmente nuovo sotto il sole, quindi, ma, per l’epoca, vi era una buona fantasia nel ricombinare strutture già esistenti, che poteva essere facilmente scambiata per innovazione.

Con il passare delle generazioni, tuttavia, il numero di combinazioni possibili si è sempre più ridotto, innalzandosi di poco solo in concomitanza dell’arrivo di nuove tecnologie (cosa che comunque non sembra attenderci in maniera così marcata nelle prossime console, come già evidenziato in un altro articolo). Vero è, inoltre, che se da una parte c’è una mancanza di varietà nello sviluppo, dall’altra anche la paura dei giocatori nell’uscire dalla via tracciata per abbandonarsi a qualcosa di parzialmente nuovo sembra pesare non poco sulla stagnazione attuale, creando una sorta di cerchio infinito fatto di piccoli passi non sempre in avanti. Purtroppo, per uscire da questa tendenza, da parte nostra c’è ben poco da fare per il momento, se non togliere gli occhiali della nostalgia e svecchiare la concezione acritica che “classico = migliore”.

Luca Pitocchi, redattore di Matt’s Games

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