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Posted by on 8:05 pm in Schiaffi ludici | 0 comments

Giochi Senza Frontiere: l’Europa del Single Digital Market

Giochi Senza Frontiere: l’Europa del Single Digital Market

a cura di Luca Pitocchi

Circa una settimana fa, la Commissione Europea ha dato il via alla prima grande misura dedicata all’unificazione del mercato digitale: l’attuazione del cosiddetto “Single Digital Market“, secondo i piani del presidente Jean-Claude Juncker, dovrebbe contribuire a facilitare il commercio digitale allo stesso modo di quanto già avviene (o perlomeno DOVREBBE avvenire, sulla carta, salvo fluttuazioni di IVA completamente sbilanciate) per lo scambio di merce fisica.

Di base, il nocciolo della questione è questo: se già le merci fisiche possono essere liberamente scambiate tra le nazioni europee (esempio: posso acquistare da Amazon un prodotto presente in Inghilterra e farmelo spedire sotto casa in pochi giorni), perchè lo stesso non è stato sinora possibile con buona parte dei contenuti digitali? Alcuni esempi: servizi di streaming come Hulu, Netflix o il più vicino iPlayer della BBC. Tutti questi servizi sono soggetti al cosiddetto blocco geografico, ossia l’impossibilità di accedere ai programmi da aree geografiche non previste, spesso a causa di mancati accordi sui diritti di distribuzione, ma molto più spesso a causa di decisioni arbitrarie. In mezzo ai 350 miliardi di euro di incremento stimato sul valore del mercato digitale Europeo, tuttavia, ci sono anche esempi a noi giocatori più familiari, come ad esempio quello dello Store EA: di base, senza l’uso di VPN, non è possibile effettuare acquisti se non nella versione locale dello store (quella italiana per l’Italia, quella francese per la Francia e via dicendo), ma questo non sarebbe stato un problema se i prezzi dei titoli fossero stati uniformi. Così non è, tuttavia, e in questo caso, l’abbattimento della barriera digitale geografica potrebbe venire incontro a coloro che da anni speravano ormai nell’uniformazione dei costi sui titoli in digital delivery.

Ovviamente, visto che questo blog tratta principalmente di videogame, poco c’interessa dello streaming digitale come (anche se, personalmente, ho molto gradito la notizia in combinazione con le prime avvisaglie dell’arrivo in Italia di Netflix), e molto di più invece è quanto possiamo discutere sul campo degli store online come Steam o Origin.

Quella in atto è una vera e propria ventata di cambiamento verso l’apertura delle barriere di distribuzione tecnologica, e a quanto pare, inoltre, noi europei non siamo i soli che hanno iniziato ad intravederla. Persino Nintendo, muovendosi su un terreno decisamente più ostico, ha infatti iniziato a parlare di rimuovere i blocchi regionali. Tuttavia, tra geo-blocking e region locking c’è un briciolo di differenza che è bene chiarire:

Geo-Locking, altrimenti detto blocco geografico: avete presente la fastidiosa scritta che compare sui canali Youtube?

negato

Ecco, questo è in soldoni il geo-locking, ossia un barbatrucco digitale basato sull’IP dell’utente, che, comunicando col server, viene intercettato e indirizzato ad una versione specifica della pagina richiesta, laddove non esista una “master-page” indipendente dalla regione. Questo, ovviamente, è il caso della maggior parte degli store digitali come Origin, e visto che non stiamo parlando solo di condivisione video, ma di prodotti il cui prezzo è spesso e volentieri sbilanciato al ribasso in certe regioni (probabilmente per motivi di costi di gestione e distribuzione dei prodotti in tali zone), viene naturale, come giocatori, chiedersi perchè essere limitati a dover acquistare sullo store locale quando, di base, internet dovrebbe offrire per sua stessa definizione la libertà di scelta.

Essenzialmente ciò che si sono chiesti anche Juncker & co., la cui risposta ha però gettato un ulteriore dubbio a cui arriveremo fra poco…

Region Locking: in questo caso si tratta perlopiù di una funzionalità legata all’hardware del dispositivo su cui siamo intenzionati a far girare il nostro contenuto (anche se non mancano esempi software). La classica distinzione tra dischi PAL, JAP e NTSC, ad esempio, rientra in questa categoria, e di solito è trattata a livello di macroregione, anzichè locale come il geo-locking (sotto quest’ottica, il geo-lock è un caso specifico del region-lock, limitato alla distribuzione digitale). Tra le varie compagnie operanti sia come produttori hardware che software, negli ultimi anni Nintendo si è rivelata la più restia ad abbandonare il concetto di region-lock, ma le ultime interviste sembrano indicare che il vento sta cambiando anche per la casa di Kyoto, cosa che a sua volta potrebbe portare anche ad un’abolizione del geo-lock digitale, consentendo agli utenti di acquistare da un unico store globale.

L’idea di base, quindi, sembrerebbe buona, e se persino le case di sviluppo principali sembrano supportare il concetto di rimozione delle barriere tra giocatori, perchè non gioirne istantaneamente?

Essenzialmente, per due motivi.

Il primo è legato ad un semplice dubbio (quello di cui vi accennavamo qualche riga sopra): se gli store digitali verranno uniformati, e all’utente non verrà più proposta una pagina locale con prezzi diversi a seconda della regione, al publisher non resterà che livellare i propri prezzi. Su quale base avverrà questo? Esempio: i prezzi dello store EA Polacco sono da sempre i più bassi d’Europa, il che aveva sinora spinto alcuni giocatori ad utilizzare VPN o mezzi simili per accedere alla pagina regionale, risparmiando discrete percentuali sull’acquisto dei titoli. Con l’avvento del Single Digital Market, il resto degli store regionali Origin si uniformerà a quello polacco come prezzi? Oppure EA si limiterà ad alzare il prezzo ai più bassi e festa finita per tutti?

origin polacco italiano

L’incognita al momento resta, e senza una normativa chiara e univoca per tutti, il rischio è quello di trovarsi in un far west economico in cui molti utenti si troveranno a dover ingoiare il rospo di prezzi più alti per compensare il ribasso di altre regioni (nella migliore delle ipotesi).

Il secondo problema che rischia di emergere è legato a questioni di copyright, diritti di distribuzione e localizzazione. Essenzialmente, l’accordo sul Single Digital Market potrebbe costringere tre quarti delle aziende che operano nel settore a rivedere i propri accordi di distribuzione locale. Esempio: una serie tv presente su uno store digitale locale ma non caricata nel server di un’altra regione in quanto, in quell’area, è già in vigore un accordo di distribuzione con un’emittente regionale. Tutto questo rischia di venire meno, e di scatenare un ginepraio senza fine, vista la possibilità di accedere senza più limiti a contenuti di altre zone. Non che questo sia un male dal lato utente, intendiamoci, ma dal lato del gestore del servizio rischia di aumentare i costi, che indovinate su chi andrebbero a scaricarsi?

Più vicina al nostro contesto di videogiocatori, invece, è la questione della localizzazione: se sinora l’avere store separati imponeva agli sviluppatori di tentare almeno un minimo di localizzazione dei titoli (come il classico multi-5, ad esempio, che raggruppava cinque lingue considerate importanti nell’area di distribuzione), l’avere uno store unico, perlomeno per i prodotti digital-only, potrebbe avere l’effetto negativo di diminuire l’interesse verso lo sviluppo di versioni locali. La conseguenza diretta sarebbe quella di trovarsi ad avere versioni create solo in una “lingua franca” come l’inglese, anche solo per rientrare dei costi di sviluppo dei titoli, dietro la scusa che l’avere uno store unico a cui affluiscono utenze di ogni regione fonetica sarebbe troppo complesso da gestire. Personalmente parlando, trovo che non sarebbe un male così grande se nel 2015 vi fosse un po’ più di gente in grado di fare lo sforzo di impararsi l’inglese per una passione come quella videoludica, ma le massicce proteste di qualche anno fa legate alla mancata localizzazione italiana di Kingdom Hearts 3D: Dream Drop Distance sembrerebbero far pensare ad una realtà ben diversa. Una realtà che, qualora si avverasse questa situazione estremizzata, diventerebbe piuttosto pesante da gestire…

Tirando le somme, quindi (e visto che pur sempre di “schiaffi ludici” stiamo parlando), stavolta il nostro metaforico ceffone di richiamo alla realtà resta sospeso: è stata una buona idea quella di implementare un mercato digitale unico da parte della Commissione Europea? Molto probabilmente si, ma (ed è qui che rischiano di calare le cinque dita del titolo della nostra rubrica) è chiaro come il sole che la strategia è stata pensata con in mente un’ottica piuttosto ristretta rispetto a quello che è nel suo intero il mercato digitale, con problematiche diverse legate ai suoi molteplici aspetti. Viste le recenti compenetrazioni tra politica e mondo della distribuzione digitale (l’ex consulente marketing di Steam, Yanis Varoufakis, attualmente in forze al governo Greco), ci aspettavamo qualcosa che tenesse conto già in partenza anche delle specifiche esigenze del digital delivery videoludico, ma non è detto che questa fumosità non venga chiarita nelle prossime settimane.