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Posted by on 10:54 pm in Schiaffi ludici | 0 comments

Please understand…

Please understand…

a cura di Luca Pitocchi

Ci sono notizie che non vorremmo mai scrivere, né tantomeno sentire.

Il lutto che, quest’oggi, ha colto di sorpresa l’intera industria videoludica, è una di queste: all’età di 55 anni, si è spento Satoru Iwata, CEO di Nintendo e in un certo senso icona stessa della compagnia, dalla sua nomina nel 2002.

Il comunicato, conciso ed essenziale, è arrivato questa notte da Nintendo stessa, che ha indicato come causa del decesso lo stesso tumore al dotto biliare che, sin dallo scorso anno, aveva limitato le apparizioni pubbliche di Iwata.

Ovviamente, il nostro cordoglio più sentito va alla famiglia e ai colleghi del buon Satoru-san, colpiti in prima persona dalla perdita.

Ma nel nostro piccolo, vogliamo fare le condoglianze anche a tutti noi giocatori, “orfani” di uno degli uomini che più ha contribuito a plasmare la nostra infanzia e gioventù. Magari direttamente, magari indirettamente (in fondo, chi non ha mai messo mano a Pokémon? O su un Wii Mote? O magari si è rilassato con una partita nei colorati universi di Kirby, o perchè no, ha atteso per anni l’arrivo europeo di Earthbound, esultando all’annuncio ?).

Assieme ad Iwata si spegne un’era per Nintendo, fatta si di alti e bassi, di novità e tradizione, incassi da record e perdite notevoli, ma anche (e soprattutto) di divertimento, complice anche la simpatia di Iwata e del suo innegabile affetto per i fan.

Eppure…

Come può una persona che molti di noi, semplici utenti, non hanno mai conosciuto dal vivo, o magari seguito poco o nulla, suscitare emozioni così forti? Cioè, sicuramente è comprensibile il cordoglio dell’intera industria videoludica, che come una fiume in piena, per un giorno, ha distrutto quelle barriere che separano la community.

Tutti, dai colleghi più stretti (Reggie Fils-Aime, Satoru Shibata e Shigeru Miyamoto, per fare alcuni nomi), a personalità di spicco come Hideki Kamiya, Warren Spector, Zelda Williams, Robert Bowling, i portavoce di Capcom, Obsidian, 2K Games, e persino gli storici “rivali” delle ultime generazioni, Shuhei Yoshida di Sony e Phil Spencer di Microsofthanno reso pubbliche le loro condoglianze.

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Tuttavia, con i siparietti dei Nintendo Direct, degli Iwata Asks, e dei Digital Event, Iwata lascia dietro di sé una fortissima scia di contagiosa autoironia, fatta ad uso e consumo dei non “addetti ai lavori”. Nintendo diventa una compagnia in grado di stare allo scherzo, che riconosce in Iwata, Reggie e Miyamoto la sua “triforza”, coinvolgendo i fan e cercando in ogni modo di attenersi alle parole che Iwata pronunciava alla GDC del 2005:

“Secondo il mio biglietto da visita sono un presidente aziendale, nella mia mente sono uno sviluppatore di videogiochi. Ma nel mio cuore, sono un videogiocatore.”

Svelato l’arcano: nonostante alcune scelte impopolari, un recente contrasto tra il tradizionalismo di Nintendo e le nuove mentalità dell’industria, le critiche per l’apertura al mondo mobile, e quelle per i risultati poco incoraggianti di Wii U, Iwata è sempre stato, de facto, un giocatore.

E sebbene molti di noi non abbiano mai potuto incontrarlo, quello che vorremmo fare in questa serata estiva è lasciare un messaggio, qualche riga di saluto rivolta a Iwata stesso, come potremmo fare tra amici, ringraziandolo a nome della nostra redazione, di una generazione e di un’intera community che lui stesso, dopo altri grandi come Hiroshi Yamauchi e Gunpei Yokoi, ha contribuito a creare.

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Stimato presidente…

No, così non va. Troppo formale.

Carissimo Satoru….

Nemmeno, che siamo, al bar?

Satoru-san…

Ancora non eravamo molti quando ci hai portato a volare legati a due palloncini. Solo pochi anni prima, uno strano alieno cinematografico e un’invasione di cloni ci avevano lasciato con poche speranze di tornare a vedere quei mondi colorati e divertenti che ci avevano riempito la fantasia.

Eppure, aggrappati a quei due palloncini, in una tutina che ricordava molto quella di un certo idraulico baffuto arrivato qualche anno prima, il mondo era ai nostri piedi. Certo, magari la grafica era quello che era, ma all’epoca poco c’importava di avere l’antialiasing o la risoluzione alta. Anche perchè poco se ne sapeva ancora.

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Quello che c’importava era avere qualcosa che ci facesse divertire, evadere, e magari pure viaggiare d’immaginazione.

Altri vennero dopo, seguendo quella scia di libertà e spensieratezza, portandosi dietro veramente di tutto. Dalle cose più normali, come auto da corsa ed elicotteri, passando per personaggi più anomali un po’ sul dinamitardo, o addirittura cacciatori di taglie spaziali e putti adolescenti mescolati alla mitologia greca

In tutto questo c’era pure spazio per una palletta rosa dall’appetito insaziabile, una sorta di “ultima fantasia” di una compagnia sull’orlo della bancarotta (no, non QUELLA compagnia) su cui nessuno avrebbe puntato due spiccioli. Eppure, miracolosamente, lo strano essere dalle guanciotte rosa e dal nome di un aspirapolvere, a cavallo di una stella fece tornare HAL a risplendere. Chissà per mano di chi…

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Ma i tempi stavano cambiando, noi crescevamo con un pad in mano e anche le compagnie si adattavano: era il momento di qualcosa di più complesso, e il successo di un’altra “fantasia finale” (si, stavolta QUELLA), aveva aperto un mondo di possibilità. Un mondo in cui ci preparavamo a salutare la scatola a otto bit che ci aveva accompagnato per anni, e festeggiare l’arrivo di un’altra scatola grigia (sul serio, perchè proprio il grigio?) con il doppio della potenza.

Un mondo, in cui, sotto la tua guida, fecero la loro comparsa alcuni ragazzini dotati di poteri psichici, impegnati a scoprire la verità dietro una pioggia di meteoriti.

Era il tempo di lasciarci alle spalle tanti viaggi mentali, tante possibilità, e seguire una strada già tracciata, ma che ancora oggi in tanti si ricordano bene (altri ci hanno messo quasi vent’anni di cammino per arrivarci, ma pazienza).

Erano anni d’oro quelli, e tra una lite per chi fosse più forte tra un idraulico col mantello a cavallo di un dinosauro, o un porcospino blu in scarpe da tennis, c’era spazio anche per il ritorno di vecchi amici: la cacciatrice spaziale, l’androide col braccio cannone (che aveva pure cambiato nome per farsi il ganzo), la palletta rosa… Tutta gente che avremmo rivisto anche in tempi recenti, sempre grazie a te, ma ancora non ne sapevamo nulla…

Ma c’era chi insisteva sul farci andare a prendere aria fresca, sullo staccarci da quello schermo che ci faceva male. Ah, genitori… In fondo li abbiamo accontentati, no? C’era quel simpaticone di Yokoi con il suo schermettino a pile stilo che ci veniva incontro, e guarda un po’ chi ci trovammo anche là?

E ancora una volta, come con quei ragazzi bloccati sulla terra di qualche anno prima, c’era spazio per gli scontri, la fantasia e le creature strane. Creature… già…

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Quei mostriciattoli tascabili ne hanno fatta di strada, però! Alla soglia dei trent’anni ricordo ancora gli scontri sulla mia console portatile nuova fiammante. Già, perchè nel frattempo erano arrivati anche i colori!

E poi i 64 bit, le tre dimensioni, gli avanzamenti… e… Beh, diciamo che quelli furono anni intensi, e tra le vecchie ruggini coi porcospini, e le nuove dispute con i nuovi arrivati, era tempo di lasciare ad altri il compito di farsi avanti e creare nuovi mondi.

Per te la strada era un’altra, quella più difficile ma anche la più importante: era tempo di prendere in mano le redini e dare una scossa alla nuova generazione, e mentre il delfino di Nintendo faceva qualche bello spettacolo davanti ad un pubblico troppo piccolo, venne fuori quell’idea che avrebbe cambiato una generazione.

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Anzi, due, perchè è vero che Yokoi non c’era più, ma la sua eredità era ancora ben viva, e tra un telecomando ed un pennino su due schermi, richiudibili come il primo pargolo portatile di Gunpei, la Grande N era diventata di nuovo “grande” davvero. C’era chi criticava, ovvio, ma i numeri parlavano chiaro.

Da quel momento di gloria venne tutto il resto: la discesa, le chiacchiere, l’era del 3d e quella del “paddone”, le perdite economiche e i tagli allo stipendio.

Ma è stata anche l’era delle foto con le banane per annunciare il ritorno di uno scimmione incravatatto, delle presentazioni a porte aperte, delle case sull’albero a Los Angeles e delle domande su internet, degli annunci diretti a noi, vecchi amici, e ai nuovi fan, delle lotte con Reggie e dei meme…

Abbiamo persino iniziato a sognare su cosa vedremo nel futuro, che sia un ritorno allo schermo di casa, o un viaggio su quelli più piccoli e portatili, tra un selfie e l’altro…

…ne abbiamo fatta di strada da quel volo sui palloncini, trent’anni fa, ma grazie per avercela indicata. Grazie per aver viaggiato con noi, in trent’anni di divertimento, perchè è proprio vero che il senso principale dei giochi è uno: divertimento, per chiunque.

Now we understand.”

iwata rip

#ThankYouIwata