Su eBay una Xbox 360, firmata e consegnata da Javier Zanetti

Non tutti i calciatori sono teste vuote montate su corpi depilati e lampadati e gonfiati di steroidi e anabolizzanti vari. Javier Zanetti è un modello di comportamento  in campo ed evidentemente si dà da fare anche fuori dal campo. A partire da oggi è in asta su eBay una console Xbox 360 Elite nera, autografata in blu dal campione con la pettinatura tanto retrò.

Xbox 360 Elite nera in edizione Javier Zanetti

Zanetti consegnerà di persona la console al vincitore, nel corso di un incontro al Centro di Appiano Gentile, dove si allena l’Inter.

Ecco un buon motivo per cui, da buon milanista, non ho nessun motivo di partecipare :) Farò comunque una puntatina tanto per divertirmi ad alzare la posta. Invito tutti gli interisti a darci dentro, e Microsoft a fare la stessa cosa con la console Maldini!

Condividere Super Mario Bros Wii costa 1 milione di euro a un australiano

James Burt, giovane australiano di 24 anni, pagherà quasi un milione di euro tra spese legali e risarcimenti a Nintendo per avere condiviso “un gioco di Super Mario”. Dove prenderà tutti questi soldi?

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Le monetine in questo caso le ha raccolte Nintendo.

In ogni caso, si tratta del primo australiano perseguito dalla Corte Federale del suo paese per pirateria. In pratica Burt ha recuperato illecitamente una copia di Super Mario Bros Wii e l’ha distribuita una settimana prima  del lancio ufficiale nella terra dei canguri, previsto il  6 novembre dell’anno scorso.

Il sito che ospitava il file illegale è ora chiuso. Nintendo era particolarmente infuriata con il giovane perché avrebbe causato effetti “devastanti”, siccome il rilascio australiano era il primo in ordine di tempo. Oltre 50.000 persone da tutto il mondo avrebbero scaricato la copia pirata del gioco.

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La copertina di New Super Mario Bros Wii.

Come ha pensato il nostro collega Dario, da dove prenderà tutti questi soldi il giovane canguro? Possibile che mettere in linea giochi pirata renda così tanto da potersi permettere di pagare milionate di multe? Chissà, forse è solo di buona famiglia.

iMussolini rimosso dal web dallo stesso autore

Nei giorni scorsi l’app iMussolini per iPhone e iPod Touch ha fatto parecchio scalpore. Permetteva di riascoltare discorsi del Duce del fascismo ed era molto apprezzata dai nostalgici del ventennio. Ora è stata ritirata.

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“L’uomo che cambio la storia del nostro paese”, ecco il sottotitolo dell’app che in pochi giorni è stata scaricata tantissime volte, portando parecchi guadagni all’autore, Luigi Marino.

Marino ha deciso di rimuoverla non solo per le molte proteste politiche, ma probabilmente soprattutto perché Cinecittà Luce, che dichiara di detenere i diritti sulla maggior parte del materiale audio video sul fascismo, ha annunciato un’azione legale contro l’autore dell’app.

Nel frattempo gli italiani continuano a interrogarsi sul carisma che il dittatore fascista continua a esercitare dopo anni dalla sua morte. L’app non è che l’ultima arrivata, il volto del Duce campeggia ogni giorno in centinaia di volumi in edicola, sulle scrivanie di direttori di giornale, in migliaia di gadget in autogrill e negozi in ogni dove.

A prescindere da ogni ragionamento politico, è un fenomeno da tenere in attenta considerazione.

Lino Banfi dato per morto, la bufala arriva anche su Wikipedia

Nella notte del 18 ha iniziato a girare su Internet la voce che Lino Banfi fosse morto. Evidentemente il passaparola è stato tale che qualche contributore molto zelante di Wikipedia si è sentito di dover aggiornare la popolare enciclopedia condivisa, che si è arricchita, anche se solo temporaneamente, di un’ennesima bufala.

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Lino Banfi l’ha presa sul ridere, è ovviamente vivo e vegeto e mi auguro che dovremo sorbirci ancora moltissime puntate di fiction da parte sua.

La cosa che più interessa noi cittadini digitali è però come la rete faciliti le burle e amplifichi la permeabilità dei creduloni. Wikipedia è e rimane un grande strumento, la cui comunità manca spesso però di capacità auto critica e di umiltà.

Oggi per esempio la voce relativa a Lino Banfi cita:

Nella notte del 18 gennaio 2010, sul web è circolata la falsa notizia della morte di Lino Banfi.
L’indomani Banfi ha dichiarato alla stampa, scherzando: “Ero morto e sono resuscitato! Sono vivo e vegeto e mentre rispondo ai giornalisti francamente faccio gesti scaramantici e quasi quasi mi gioco i numeri al lotto. Se è vero che queste bufale allungano la vita allora c’è speranza; mi ero prefisso di vivere fino a 84, 85 anni, ora ne ho un po’ di più davanti”.

Nemmeno un riferimento al granchio che hanno preso; io non l’ho potuto verificare personalmente, ma molti siti riferiscono che l’enciclopedia online riportasse della morte dell’attore pugliese.

Portato al commissariato a rispondere su quanto scrive su Facebook

Scrivere su Facebook, postare su un forum, aggiornare il proprio blog, telefonare sono attività con una cosa in comune: sono tutte sotto controllo. Invito tutti di conseguenza a stare attenti quando si scrive su qualsiasi strumento Internet, esattamente come si dovrebbe fare in qualsiasi conversazione pubblica.

Come riporta Il Fatto Quotidiano oggi, Riccardo Macchioni, cittadino di Sassuolo di 23 anni, aveva scritto su Facebook due frasi: “Gli facciamo una sorpresa” e “Domani succede qualcosa”. Macchioni ha inoltre avuto un battibecco, sempre sul social network, col sindaco di Sassuolo Luca Caselli sullo sgombero del centro sociale Fassbinder.

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Il ragazzo in pratica, sul gruppo “Contro la Chiusura del Fassbinder”, aveva incitato a occupare un palazzone in centro in risposta alla chiusura del centro sociale.

Come riporta Il Fatto, “Giovedì mattina, in seguito alla segnalazione del sindaco, due agenti in borghese hanno suonato a casa sua e gli hanno detto di seguirlo al commissariato. Durante l’“audizione”, gli hanno tra l’altro chiesto se frequentasse centri sociali. Al termine, lo hanno fatto uscire senza accuse. Tutto si è risolto con un incontro chiarificatore tra il giovane e il sindaco: quest’ultimo ha dichiarato di non essere lui l’autore della denuncia.”

Il Social Networking in azienda, castrarlo o incoraggiarlo come opportunità? Serve comunque controllo

Cisco ha commissionato una ricerca che rivela risultati per niente sorprendenti. Ovvero, in ufficio la maggior parte degli impiegati ai quali non sono stati bloccati, usa Facebook e Twitter.

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Un buon motivo per inserire Facebook in azienda? Scoprire se le colleghe carine sono single.

Le aziende hanno due scelte. Negare l’accesso ai social network, o farli diventare un vantaggio strategico per le attività di marketing e vendite. Ovviamente sarà impossibile evitare che i dipendenti cazzeggino, ma del resto se uno non ha voglia di lavorare, la colpa non è di Facebook. Certamente i social network sono una bella tentazione, ma le aziende devono abbracciare le tecnologie e non temerle a prescindere.

Cisco richiama l’attenzione sui reparti IT ma questi, per esperienza personale, preferiscono filtrare via proxy ogni cosa che potrebbe distorglieli dalla loro priorità principale: ovvero frustrare ogni richiesta dei propri utenti.

Noi di Tom’s Hardware ovviamente usiamo tutti i social anche durante l’attività aziendale, ma non facciamo testo in quanto tutti quanti più o meno “power user”. Sarà difficile trovare un compromesso tra policy aziendali, utilità del servizio e gestione della tentazione dei dipendenti.

Segue un estratto del comunicato di Cisco.
Cresce sempre più l’utilizzo in azienda di strumenti di Social Networking del mondo consumer

•         Il 75% delle aziende intervistate ha identificato nei social network i social media del mondo consumer che utilizzano maggiormente; il 50% di esse ha fatto riferimento anche ad un uso estensivo del microblogging.
•         I tool di social networking si stanno diffondendo in aree chiave della catena del valore, fra cui i settori marketing e comunicazione, le risorse umane, il servizio ai clienti. In ambito marketing e comunicazione questi strumenti sono già diventati parte integrante delle diverse iniziative, in quanto chi se ne occupa ha generalmente compreso tali strumenti e si è convertito ad una forma di comunicazione “conversazionale” o a forme di interazione più ricche. Le aziende medio-piccole utilizzano attivamente i canali dei social network per generare contatti; nelle aziende più grandi, questa resta un’opportunità di sviluppo da esplorare.

C’è bisogno di più governance e coinvolgimento dell’IT per i Social Media

•         Solo un’azienda su sette ha usato social networking nati nel mondo consumer per scopi aziendali; questo indica che i potenziali rischi associati all’ingresso di tali strumenti in azienda non sono ben compresi o sottovalutati.
•         Solo uno su cinque degli intervistati ha saputo identificare delle policy attivate relativamente all’uso del social networking in azienda.
•         La natura sostanzialmente destrutturata del social networking rende difficile creare ed adottare delle policy aziendali; rifarsi a un processo di governance già attivo in altre aree più strutturate (ad esempio l’IT) spesso non funziona. Le aziende inoltre trovano difficile individuare un approccio equilibrato alla natura “personale” e “sociale“ di questi strumenti, mantenendo al contempo un certo grado di controllo.
•         Solo uno degli intervistati su 10 ha confermato un coinvolgimento diretto dell’IT nelle iniziative di social networking rivolte all’esterno. Anche se il reparto IT tipicamente non è coinvolto primariamente nel processo decisionale, le persone interpellate hanno riconosciuto che per trarre il massimo profitto da questi strumenti è necessario integrarli nel modo appropriato e nella giusta scala con i processi di business esistenti.

Bondi, “la tassa sui supporti di archiviazione c’è in tutta Europa”.

Oggi su Repubblica a pagina 33 il Ministro Bondi replica a un articolo di Valentini che lo accusava dell’introduzione del balzello sui supporti di registrazione.

Secondo Bondi, “proteggere il diritto d’autore è un modo per consentire a creatori, interpreti ed esecutori di proseguire la propria attività e preservare la loro autonomia e dignità”.

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Il Ministro ribadisce che queste tasse, intese a colpire i supporti che consentano la copia di contenuti protetti da diritti d’autore, sono stati introdotte in ” tutta l’Europa, e con modalità ben più severe”.

Belle parole, peccato che non ci creda nessuno. Innanzi tutto, quello che fa la famosa Europa è comodo quando c’è da togliere quattrini dalle tasche dei contribuenti, ed è in contraddizione con qualsiasi sentimento italiano quando va nel senso opposto.

Come commenta Valentini in calce alla lettera di Bondi, perché se queste tasse tutelano dalla copia privata, vengono colpiti anche dispositivi che non si useranno mai per questo scopo, o che sono progettati per tutt’altri obiettivi?

Mi chiedo infine, ma perché questi ministri non chiedono consulenze a gente veramente nel settore, come noi di Tom’s Hardware ma come molti altri giornalisti hi-tech, appassionati e blogger? Mi pare ovvio che questa tassa non colpirà i grandi pirati e gli appassioanti di peer to peer. Questi, da anni, comprano CD e DVD per masterizzare e copiare software, video e musica a San Marino, da Lussemburgo o dall’Europa dell’Est.

Gli unici colpiti sul serio da queste tasse sono aziende e i meno esperti, o informati.

Volete il mio voto? Lo vendo su Internet a 30 euro. Principianti.

“Non credo nella nostra democrazia, vendo il mio voto. Il prezzo si tratta solo al rialzo”. Si tratta di un messaggio apparso su Internet in occasione delle elezioni in Ucraina, con un voto messo in vendita da 300 a 500 grivne, circa 27-45 euro.

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Ne hanno parlato e scritto in molti, a noi è sembrata un po’ una pagliacciata, anche perché in Italia i voti sono in vendita da ben prima dell’era di Internet.

E altro che eBay, nella nostra “Repubblica 1.0″ i sistemi di controllo e verifica dell’effettiva dazione del voto erano e sono molto più efficienti di qualsiasi tecnologia ci possiamo immaginare.

WiFi gratuito nei Mac Donalds, dopo Starbucks

A partire dal 15 gennaio i ristoranti MacDonalds degli Stati Uniti offriranno un collegamento senza fili a Internet gratuito a tutti i clienti. Seguendo di fatto la via già tracciata da Starbucks che, però, per motivi culturali da noi non può aprire.

In Italia il WiFi gratuito lo trovi solo in qualche centro sociale oppure trovando il modo di rubarlo al vicino. Negli alberghi te lo fanno pagare un occhio della testa, come se ti stessero dando la luna.

Negli USA le grandi catene commerciali hanno capito che fornire il WiFi senza chiedere nulla in cambio porta più clienti.

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Non ci vuole certo un genio per capire che è proprio così. Tra un frappuccino, una patatina e un milk shake, in qualche modo la tentazione di prendere qualcosa ti viene.

In Italia viviamo invece nella cultura del sospetto. Da noi se una cosa è gratis deve essere per forza scadente, o un inghippo. Ci hanno infatti stupito alcuni reazioni all’articolo sul Fon , un simpatico modo per creare reti WiFi ad accesso gratuito e libero. Forse da noi funzionerà quando MacDonalds ci porterà Internet, insieme a brufoli e colesterolo.

Gmail spamming, nome + cognome + gmail.com non sempre dà un indirizzo corretto

Due più due non fa sempre quattro, quindi non basta scrivere nome.cognome@gmail.com per avere un indirizzo email corretto.

Agli albori di Internet se uno cercava il sito web di un’azienda provava, per esempio, canestraccioil.it , poi canestraccioil.com finché non azzeccava. Oggi non esiste proprio, si scrive il nome dell’azienda in google e il gioco è quasi sempre fatto. Fortunatamente non esistono motori di ricerca per gli indirizzi email, quindi in questo particolare settore si tenta ancora la sorte. Si racconta che le nuove edizioni delle rubriche telefoniche della Telecom includano anche le email di chi le ha comunicate, e ne ha autorizzato la divulgazione. Ma non ho mai creduto alla conversione da carta a web. Ovvero sfido chiunque a cercare il contatto digitale di una persona su un tomo polveroso e obsoleto.

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Succo della storia: oggi ho ricevuto una mail indirizzata a un Roberto Buonanno professore di qualche ateneo napoletano. Devo ammettere che io stesso spesso provo a indovinare le email dei contatti di lavoro. All’interno di un’azienda però, pur grande, quanti omonimi ci possono essere? Se invece fai nome + cognome @gmail.com chi ti assicura che scriverai alla persona giusta?

Non provo particolare fastidio, figuriamoci, con le porcherie piene di Viagra, steroidi e altre innominabili delizie che arrivano ogni giorno, che male fa un tentativo ingenuo di contatto o di relazione. Però fa pensare che un candidato assistente universitario sia ancora così all’asciutto da pensare che nel web, 2+2 fa un contatto digitale corretto.

A proposito, vi siete mai chiesti  chi mai risponderà all’indirizzo nome.cognome@gmail.com ?:)