Apple e la crociata contro il VoIP, primo giro completo

Ogni tanto è meglio mettere i puntini sulle “i”. Apple afferma di non aver rifiutato Google Voice, ma di aver chiesto a Big G di trasformarla in una web app, da far girare all’interno del browser Safari. Google ha risposto alla FCC, ma ha anche chiesto di mantenere confidenziali le dichiarazioni rilasciate, e AT&T ha semplicemente detto di non aver nulla a che fare con la faccenda, “chiedete a Cupertino”, è stata la risposta dell’operatore.

Dei tre, quindi, l’unico attore che si trova nel centro del ciclone è Apple, anche perché è l’unico ad aver scritto qualcosa di commentabile.

Oltre ad Arrington, anche il caustico John Gruber ha voluto dire la sua, e come al solito non le manda a dire. Non potrei essere più d’accordo, su tutto quello che dice. Le giustificazioni di Apple suonano false, tendenziose, e volutamente ambigue. A ragion veduta parla di “spaccare il capello in due, semanticamente”, riferendosi alla sottile differenza tra “rifiutata” e “non approvata”.

Google Voice, quando arriverà su iPhone, sarà una WebApp. Come tale i dubbi sollevati sulla versione nativa saranno risolti? La sua interfaccia non sarà più un problema? I servizi offerti non “duplicheranno” più quelli del telefono?

No, i problemi resteranno, ma Apple potrà controllare quello che farà Google Voice, tramite Safari, ed eventualmente liberarsi delle parti sgradite. La gestione del traffico sarà più complessa e, potenzialmente, meno efficace, e l’uso sarà meno immediato e piacevole. In altre parole l’applicazione sarà castrata, così operatori e produttore potranno starsene più tranquilli.

Checché ne dica Apple (ma presto si accoderanno anche Nokia, RIM e gli altri, ne sono certo) dietro a questo polverone ci sono le TLC, che stanno approfittando della mareggiata per studiare un modo di accogliere queste applicazioni guadagnandoci sopra. E lo troveranno, ci faranno spendere di più, e ci convinceranno di aver creato un prodotto innovativo e vantaggioso. Che allegria

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