Welcome to Magazine Premium

You can change this text in the options panel in the admin

There are tons of ways to configure Magazine Premium... The possibilities are endless!

Member Login
Lost your password?

Il mistero del logo di Google svela il suo enorme peso culturale

7 settembre 2009
By

Negli ultimi giorni si sono susseguiti numerosi articoli, tesi a comprendere l’ultimo logo di Google. Il fenomeno ha acquisito proporzioni piuttosto rilevanti, perché se è normale che TechCrunch parli dell’argomento, così come altre testate specializzate in tecnologie e Internet, lo è meno che persino il Corriere della Sera dedichi un articolo all’argomento.

La storia si racconta in fretta: Google, che periodicamente mostra un nuovo logo in home page, e lo collega ad una ricerca specifica, venerdì scorso ha mostrato un disco volante che rubava una delle due “o” che campeggiano sulla pagina.

In questo caso, però, la ricerca non era nulla di specifico. Portava semplicemente ad articoli e pagine che parlavano di misteri e, naturalmente, dell’ultimo mistero creato da Google. Metteteci poi un curioso messaggio in codice su Twitter, ed ecco che i detective del mondo si scatenano. Alla fine si è scoperto che non c’era nulla di misterioso, se non un referente culturale oscuro e ben nascosto, poco più di un gioco.

Ma perché è accaduto tutto questo? Perché per tre giorni la rete ha inseguito Google, quando dovrebbe essere il contrario? Perché decine di autori, e centinaia, probabilmente migliaia, di lettori sono appassionati a questo giochetto? Questo articolo, purtroppo, non risponde a queste domande, ma forse può spingere qualcuno a cercarle.

Difficile azzardare delle ipotesi, ma una cosa è certa. Google è diventato un marchio con un’influenza enorme sulla cultura contemporanea. Saranno le decine di prodotti, lo spirito innovativo, il simpatico (ipocrita) motto “don’t be evil”. Sta di fatto che ogni mossa, anzi ogni fatto che riguardi la grande G smuove chilometri di parole, tonnelate di pressione esercitate su migliaia di tastiere, gigabyte di dati che si aggirano per la rete (quasi sempre senza meta).

Google è diventato un vortice culturale, il trattino tra “internet” e “pensiero”, una fortezza che emana raggi buca-cervello, un mistero alla Conan Doyle sul quale nessuno può davvero far luce fino in fondo.

E noi, quelli che in rete ci stanno tutti i giorni, ci siamo adattati.  Abbiamo assorbito un logo come se non avessimo mai letto Naomi Klein, come se non esistesse altra verità all’infuori di Google. Si accusa quest’azienda di monopolio, di spadroneggiare sulla rete, di divorare il mercato pubblicitario, di voler dominare i libri e le notizie, di far fuori chi non è allineato.

Pochi, però, si preoccupano dell’unica cosa pericolosa che (forse) sta facendo davvero: riorientare i pensieri di tutti noi, accentrare su di sé tutti gli sguardi, come un diamante che brilla di luce propria, dietro al quale, forse, si nasconde un buco nero.

Google, un'alieno nei panni di un'azienda

Google, un'alieno nei panni di un'azienda

Non è detto che sia un male, io per primo non lo credo, ma non è detto nemmeno che sia un bene.

Tags: ,