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Murdoch, la prima era di Internet è finita, preparate il borsello

10 ottobre 2009
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Durante un incontro a Pechino Rupert Murdoch  ha avuto modo di tornare sul suo ultimo cavallo di battaglia. Rendere a pagamento le notizie in rete, a partire da quelle pubblicate dai suoi giornali, che fanno capo a News Corp.

Come in tutte le occasione come questa, Murdoch non si è risparmiato un sacco di ovvietà, in gran parte ruffianerie verso il paese ospite, che potrebbe rappresentare una nuova fonte d’introiti per le sue aziende. Fino a qui tutto normale.

C’è qualcosa però che vale la pena di raccontare, come sempre perché quello che viene da quest’uomo, più o meno velocemente, diventa un’ideologia globale, che contagia gli editori di mezzo mondo.

I mezzi digitali, per Murdoch, rappresentano una nuova occasione, una sorta di rinascimento, ma solo per quanto riguarda gli strumenti a disposizione. Il resto, la sostanza del giornalismo e del lavoro di chi fa informazione, non deve cambiare.

Enorme falsità, che chiunque conosca Internet da più di una settimana può mettere in discussione. Internet, e le tecnologie moderne in generale, cambiano la cornice, come dice Murdoch, ma anche il quadro. Cambia il modo di creare l’informazione, quello di consumarla, insieme alla maniera di comunicare tra persone, e quindi quello di condividere le informazioni stesse.

Le tradizionali divisioni tra diversi media, come TV, giornali e radio non ha più ragione di esistere. Oggi tutto è integrato con tutto.

Vero, verissimo. In questo caso Murdoch fa centro, e capisce che senza una versa integrazione non c’è mezzo d’informazione che possa resistere. Provate a immaginare il sito del Corriere, o quello di Repubblica, senza contenuti video, senza podcast e senza blog.

“Naturalmente c’è un prezzo che dovrebbe essere pagato per i contenuti di qualità, eppure i grandi media hanno accettato l’idea del tutto gratis che domina in rete” Come se avessero accettato e pubblicato l’idea che il sole gira intorno alla terra, “anche se i lettori hanno dato chiari segnali di essere consapevoli che sarebbe giusto pagare”.

Ancora poco ragionevole. I giornali non si sono adattati per ingenuità, o pigrizia, o anche solo poca lungimiranza. L’hanno fatto perché i contenuti a pagamento, su Interne, non possono essere la norma. E mi piacerebbe sapere quali segnali abbiamo dato, come lettori, per far credere a Murdoch che siamo convinti di fare una cosa che non dovremmo fare. Forse, chissà, si rivolge a quelle indagini che lui stesso ha finanziato? Non molto brillante, da parte sua.

Per quanto si tratti, soprattutto, di un’azione volta a preparare il mercato dei media cinesi all’ingresso di capitali e attori stranieri, il discorso intero merita una lettura, se avete tempo e se l’inglese non vi spaventa.

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  • Pingback: Technotizie.it

  • http://infobloggando.blogspot.com Alberto

    Murdoch sta lanciando i suoi anatemi con fossero un “ultimo ruggito di un leone ferito”.
    Quell’uomo è legato ancora ad un modello di business che era giusto e funzionale (oltre che l’unico) in una era pre-internet, prima che il mezzo del web si diffondesse con la capillarità con cui lo conosciamo oggi.
    Secondo me Murdoch sta facendo un grosso errore di valutazione: non siamo alla fine delle “prima era di Internet”, ma siamo ormai arrivati alla fine “dell’ultima era dei media tradizionali”. Ormai i servizi come testate giornalistiche online hanno di fatto soppiantato le “normali” redazioni giornalistiche. Non ha più senso chiedere al lettore di pagare per avere notizie ed informazioni di qualità: gli editor devono sovvenzionarsi utilizzando la pubblicità che possono pubblicare sui loro portali, a latere delle notizie.
    Ma purtroppo questo Murdoch non lo capirà mai… Da un certo punto di vista, come biasimarlo? Stiamo parlando di un uomo che ha costruito un impero sul “commercio di notizie” e che sta vedendo questo suo impero perdere progressivamente di valore proprio grazie a quelli che (teoricamente) dovrebbero essere i suoi clienti, che ormai si rivolgono ad altre forme di informazione.