C’è differenza tra applicazione e programma? Perché usiamo l’uno o l’altro termine? È solo una questione di varietà del linguaggio, oppure di semantica? Nella versione italiana del sottolinguaggio della tecnologia, ad oggi, i due termini si usano indistintamente. Firefox, Photoshop o Power Point vengono definiti tanto applicazioni come programmi, e non sembra esserci nessuna particolare attenzione a questo aspetto.

Per quanto riguarda l’uso diffuso, quindi, il verdetto è piuttosto semplice: applicazione e programma sono sinonimi.
In verità la differenza c’è, ed è piuttosto rilevante. Tanto un’applicazione quanto un programma, naturalmente, rientrano nella categoria “software”. Ne fanno parte, però, anche sistemi operativi e librerie, che però non sono applicazioni, né programmi.
Un programma è, detto in soldoni, un algoritmo, cioè una serie d’istruzioni, relativamente semplice, che servono a ottenere qualcosa da un computer, secondo il modello “stimolo-risposta”. Un programma, a seconda della sua complessità, può aver bisogno di altri programmi per funzionare. La combinazione di più elementi dà origine a sistemi software che possono essere anche molto complessi, e sono legati a doppio filo all’hardware che usano.
Un’applicazione può, in effetti, essere un programma, ma è nello scopo che sta la differenza.

Un’applicazione è software pensato e scritto con in mente uno scopo pratico (creare documenti di testo, presentazioni, pagine web, etc.). La differenza rispetto a “programma” forse non salta subito all’occhio, ma diventa più chiara se si pensa che un’applicazione può essere composta da innumerevoli programmi, che tra loro possono essere indipendenti.
Prendiamo Word, o un qualsiasi altro elaboratore di testo. È un applicazione, perché serve per creare documenti in formato digitale. Per funzionare, ha bisogno di innumerevoli programmi, che a loro volta possono essere scomposti in piccoli, magari microscopici algoritmi:
quello per impostare il formato paragrafo, quello per visualizzare i colori, quello per usare la funzione copia/incolla (che è un programma, ma parte del sistema operativo). E la lista potrebbe continuare.
Se prendiamo lo scopo come criterio, quindi, possiamo differenziare “programma” da “applicazione”. O meglio, possiamo dire che un programma non è un’applicazione, ma non sarebbe del tutto esatto dire il contrario.
Un programma, in definitiva, è un elemento tecnologico di base, che viene appena dopo l’algoritmo. La sua definizione è legata più alla macchina e allo sviluppatore che all’utente finale. L’applicazione, invece, è un elemento avanzato, la cui natura rimanda alla relazione che ha l’utente con la macchina.
Con un’analogia estrema, probabilmente tirata per i capelli, possiamo dire che il programma è per il programmatore, e l’applicazione per lo sviluppatore.
La verità, però, è che l’applicazione serve a fare qualcosa, ed è l’utente finale a decidere cosa. Il programma, invece, fa qualcosa di per sé, che è stato stabilito da chi l’ha creato.
Le parole di queso post, secondo Wordle.
Possiamo quindi, finalmente, tornare ai nomi che conosciamo. Office e OpenOffice sono applicazioni, prodotti che possiamo usare a nostro piacimento, che ci lasciano un buon margine di libertà. Firefox, e i browser in generale, sono più dei programmi, perché servono ad una sola cosa, cioè navigare in rete. Se un programma, tuttavia, diventa abbastanza complesso da dare libertà d’azione a chi lo usa, a ragion veduta lo si può chiamare applicazione.
Uso un programma per fare manutenzione al computer, ma mi serve un’applicazione per mettere in pratica la mie idee su come gestire al meglio la mia creatività. Cosa succede, però, quando il programma diventa complesso, evoluto, e mi permette azioni sempre più libere?
Dopotutto non sembra così assurdo usare questi due termini come sinonimi, anche se non sono davvero sovrapponibili al cento per cento, e questo perché il programma è un concetto sempre più evoluto e complesso, e presto sarà impossibile mantenerlo separato da quello di applicazione.








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