La chiusura del gruppo di Facebook “Uccidiamo Berlusconi” riporta alla luce una questione che credevo fosse ormai chiara. Quello che facciamo online è esattamente come quello che facciamo offline, e comporta le stesse responsabilità .
Quindi è normale che il gruppo sia stato chiuso, così com’è (o dovrebbe essere) normale la chiusura di gruppi che inneggiano al fascismo, o quelli che idolatrano boss mafiosi e assassini.
Eppure c’è qualcosa di diverso nel gruppo anti B. Sembra quasi che la sua chiusura, e la denuncia degli amministratori siano atti da dittatura. Per tante cose si potrebbe accusare il nostro governo, ma non per questa. Se fosse stato un gruppo di amici, piuttosto numeroso, che si riuniva in una casa o in locale, parlando di come sarebbe bello far fuori il presidente del consiglio (minuscole volute), probabilmente nessuno si sarebbe stupito se ne avessero imposto lo scioglimento per legge.
Mi chiedo se chi si è iscritto al gruppo su FB avrebbe fondato un club simile, o vi si sarebbe associato. Perché no? Aprire un club la cui ispirazione è la morte di un essere umano, o più d’uno, dopotutto, avrebbe certamente un grande successo.
Chi ha letto la notizia su Tom’s Hardware ha preferito fare commenti politici, che erano decisamente fuori luogo. La verità , il cuore della questione, è un altro. Non c’è, e non ci deve essere, una separazione tra quello che facciamo in rete e quello che facciamo per strada. Online e offline non sono due vite, sono due aspetti della stessa vita, e ci dobbiamo comportare con la stessa responsabilità , o irresponsabilità , che osserviamo nel mondo fisico.
Vediamo di capirlo una volta per tutte.











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