Su Wired del novembre 2009 c’è un articolo su Lorenzo Thione, che ha creato Bing, il motore di ricerca con il quale Microsoft vuole competere con Google. Verte essenzialmente sulla storia di Thione, con i soliti toni celebrativi “alla Wired”, vale a dire “guarda quant’è figo ‘sto fatto”. Alcuni dettagli, però, sfiorano il ridicolo.

A cominciare dall’apertura, tutto maiuscolo grassettato, che recita “Bing è un motore migliore di Google”, che già di per sé basterebbe a cestinare l’intera rivista.
I contenuti successivi poi sono da avanspettacolo, tutti riferiti alle affermazioni dell’ intervistato. Come quando dice, per esempio, che “negli ultimi 10-12 anni la qualità della loro (di Google) tecnologia non è migliorata”. Ecco, io vorrei sapere dove è stato questo ragazzo negli ultimi anni. Forse si è dedicato un po’ troppo alla tecnologia semantica del suo motore, e non si è accorto di dove andava la concorrenza?
La cosa migliore è come Thione descrive la tecnologia semantica e di analisi linguistica che c’è dietro a Bing. La castroneria sul significato letterale è, di fatto, sublimemente stupida. Citato dagli autori Stefano Priolo e Riccardo Maggiato, afferma (pag. 57) che nella frase “Microsoft mangia Powerset” solo Bing capisce il senso figurato, mentre Google riporterebbe anche il valore sbagliato, cioè quello letterale.

Già, peccato che sia un problema che non esiste, perché il significato letterale non è un problema da prendere in considerazione. Qualsiasi studente di lingue affermerebbe con certezza che, dati gli elementi della frase, solo una stupida macchina potrebbe cercare il significato letterale.
Il motore di ricerca è una stupida macchina? Sì. Ma cerca tra testi prodotti da essere umani. Ecco spiegata la realtà. L’esempio di Thione mette in evidenza la capacità di Bing di evitare errori che non si possono verificare.

Come si fa sostenere la tesi del significato letterale, e per di più con l’analisi del linguaggio. Illuminazione: lo studio del linguaggio viene fatto con la tecnica delle scuole elementari, come nell’allegra metafora in aperturadel testo. Chomsky e compagni, Smith, Adams, tutta la linguistica cognitiva, la pragmatica della comunicazione e la semantica? Eco? Almeno 50 anni di ricerche sul linguaggio umano? A zappare la terra, arriva Thione! Patetico.
Il vero problema
Poi però c’è il fatto che Microsoft se l’è comprato, il lavoro di Thione, che quindi non deve essere proprio uno svampito assoluto. O forse a Redmond hanno preso un gigantesco abbaglio e si sono comprati l’azienda e il lavoro di un tontolone?
No, il problema è che l’articolo è una porcheria. Il bisogno di celebrare i propri contenuti fa perdere il senso della critica, il bisogno dell’analisi. L’importante è mettere testi da comizio su una carta troppo bella per essere vera, accostandoli a immagini che starebbero meglio su Vogue o su Vanity Fair.
Tutto, pur di creare un bellissimo mondo fatato, che faccia innamorare il lettore, che lo rapisca e gli offra sogni di un mondo nuovo. Non si può rovinare un sogno dicendo all’intervistato che sta sparando cazzate, oppure sì?
Basta che chi legga si senta sopraffatto dalla meraviglia, e dica “Mamma mia quant’è fico ‘sto fatto”. Pazienza se poi si dicono stupidaggini, ci sarà un qualche blog, o una qualche testata online seria, come Tom’s Hardware, a spiegare le cose per benino a chi le vuole conoscere.
Tanto lo sappiamo anche noi, che non scriviamo su Wired, che un altro mondo è possibile. Ma di certo non lo si raggiunge con la condiscendenza, applaudendo e stringendo mani a tutti. Si vadano a cercare chi è Paulo Freire, l’educatore (no, non pedagogista) a cui dobbiamo questa frase, per capire come bisogna guardare il mondo.

Continuerò a leggere Wired, nella speranza che, prima che scada il mio abbonamento, comincino a fare la loro comparsa l’analisi e la critica, che ci sia spazio per il contraddittorio, che passi, almeno su queste pagine, l’idea che l’informazione è fatta anche di “però”, di “se” e di “ma”.
Forse però è chiedere troppo a chi ha chiesto un incontro al ministro Gelmini, e pur di averlo le offre la garanzia dell’assenza di contestazioni, e se ne vanta (pag. 17). Chissà, magari tra le celebrazioni del Ritalin, che sta distruggendo migliaia d’infanzie, noiosi numeri lunari, e articoli scritti da chi, come Floris, a malapena conosce il tema di cui scrive, i redattori di Wired trovano anche il tempo di migliorarsi.
Deve essere così, perché in qualche modo questa rivista sta migliorando, e credo che Riccardo Luna e tutta la redazione si meritino tanti auguri. Uscire su carta nel 2009 mi sembrava, e mi sembra, un suicidio, ma ci stanno provando. Una scelta che, di per sé, è già un valore.
Oppure la mia analisi è tutta sbagliata, ed è vera l’ipotesi alternativa. Non può essere.












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