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L’algoritmo della fiducia, ecco di cosa hanno paura i vecchi giornali.

21 novembre 2009
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Usiamo sempre di più i nuovi mezzi, e più è nuovo e meglio è, per tenerci informati. Oggi si parla tanto di Google e Twitter, ma anche Facebook e Wikipedia hanno un ruolo importante.

Ma come decidiamo quale fonte è affidabile, cosa ci fa stabilire da che parte sta la verità. C’è chi, come me, è persuaso del fatto che verità e realtà siano concetti sopravvalutati, e che l’unica possibilità sia un avvicinamento a spirale, verso un centro di certezze, che non si può mai raggiungere veramente. Anche chi crede, però, nell’idea di una verità definitiva, il concetto di “algoritmo dell’autorevolezza”, ipotizzato da Clay Shirky, potrebbe essere utile a capire come funziona la nostra mente, e come, di conseguenza, si costruisce l’informazione online.

La base di partenza è la fiducia. Quando riceviamo una nuova informazione, decidiamo se crederci o meno basandoci su ciò che sappiamo della persona, o del giornale, che l’ha prodotta. Se una persona fidata ci dice che un certo prodotto è valido, saremmo interessati a comprarlo, anche se in verità non ne sappiamo molto. Piuttosto semplice da capire, tanto che ci sono arrivati anche quelli del marketing.

La fiducia verso qualcuno o qualcosa (giornale, rivista, sito web o aggregatore) può anche essere un fenomeno “per interposta persona”. Su un sito mostra di avere la fiducia di un gruppo del quale a nostra volta ci fidiamo, ecco che il sito web diventa affidabile. Questo effetto si può ottenere anche completando l’informazione con fonti esterne, che il lettore potrebbe ritenere una prova di affidabilità. Da qui la famosa frase, in tanti commenti, “hai un link per dimostrarlo?”, che, a dire la verità, ha più del tragicomico che dell’umano.

L’altra variabile è la credibilità dell’informazione stessa, sulla quale grava anche un valore sociale importante. Per esempio, posso dire “Busto Garolfo è un paese lombardo”, e chiunque avrà la tendenza a credermi, perché non ci sono ragioni per pensare che io menta o che mi sbagli. Però posso anche dire “Il MacBook bianco è un buon acquisto”, generando nel mio interlocutore reazioni diverse, a seconda di quelle che sono le sue esperienze passate e i suoi gruppi di riferimento.

L’origine dell’informazione ha un valore sociale ed emotivo determinante: se io dico “l’ho letto sulla Treccani” ottengo un effetto differente rispetto a “l’ho letto su un blog”, eppure ci sono pochi elementi, tra l’altro molto fragili, che rendono l’enciclopedia più affidabile di un post perso per la rete. Anzi, a dire il vero un blogger può essere corretto dai suoi lettori, e produrre, socialmente, un’informazione più precisa dell’enciclopedia. Potenzialmente.

Insomma, una fonte autorevole è una fonte che gode della fiducia di molti, che esistano o meno presupposti oggettivi per giustificare questa realtà. Tutti, in effetti, tendono a pensare che la Treccani, il Devoto-Oli, o altri testi del genere siano affidabili e autorevoli, e pochi avrebbero l’istinto di mettere in discussione le informazioni che contengono. L’idea di una fonte accettata da tutti come autorevole è piuttosto pericolosa, come fa notare Shirky con esempio di Moody’s, al quale aggiungo per esempio l’Istat.

L’algoritmo dell’autorevolezza permette di trasferire la credibilità: se una fonte fidata riporta una fonte sconosciuta, questa diventa automaticamente autorevole. Se il nostro amico esperto di computer ci dice “leggi Tom’s Hardware per informarti sulle CPU”, ecco che un sito sconosciuto diventa affidabile, anche se non l’ho mai letto in vita mia. Cosa succede, però, se la fonte ultima, quella fidata, è un algoritmo vero e proprio, cioè un server che elabora le informazioni in autonomia. Qual’è il risultato se l’amico fidato si chiama Google, o Twitter?

Shirky individua tre aspetti critici:
1) Le informazioni non sono filtrate in modo umano, quindi passa di tutto. PageRank,in effetti, non filtra. Che sia un articolo corretto e valido o pura immondizia, non importa, perché la sua rilevanza, per Google, dipende da altri elementi.
2) In qualche modo i risultati sono apprezzabili. Funziona, e quindi cresce il livello di fiducia, il numero di lettori, e la “quantità” di autorevolezza.
3) è contagioso. Se in un gruppo si diffonde l’uso di wikipedia, lo strumento assume un valore generico per tutti i membri, che lo riterranno affidabile anche fuori da quel determinato gruppo.

L’autorevolezza di una fonte, quindi, è un parametro sociale. Possiamo affermare che “Wikipedia non è affidabile”, o che “Google si perde le cose importanti”, ma la realtà è che la verità è una questione di percezione di gruppo, una costruzione sociale che dipende dal gruppo. Se abbastanza persone credono in Wikepedia, e hanno influenza nel loro gruppo, un articolo dell’enciclpedia collaborativa potrebbe essere usato durante un processo.

Una prova di questa realtà sta nel fatto che un aggiornamento di stato su Facebook, recentemente, è stato davvero usato per stabilire se una persona aveva commesso un crimine oppure no.

L’informazione online, chiaramente, è particolarmente sensibile a questo ipotetico algoritmo dell’autorevolezza. Google, evidentemente, gode già della fiducia di molti, che a loro volta la trasmettono ad altri. Twitter e Facebook aggiungono la variabile umana, potenziando questo fenomeno come mai si era visto prima, ma soprattutto sbilanciando i punti solidi.

L’interazione sui social network, la condivisione di link, porta infatti con sé un cambio ai vertici della credibilità. Un utente con molti followers su twitter può decidere di credere più ad un blog, o a wikipedia, piuttosto che al Corriere della Sera o a un sito Governativo. Ed ecco che quel blog, o Wikipedia, diventano più credibili del giornale o del Governo.

L’esistenza di questo fenomeno non è una novità. Noi, gli esseri umani, siamo sempre stati così. Internet, però, ha moltiplicato le variabili, le fonti, e la nostra fiducia ora si muove come foglie al vento. Non ci saranno mai più fenomeni di massa diretti da un giornale o da un canale televisivo. E mancheranno, se mai ci sono state, verità assolute condivise da grandi gruppi.

Esiste l’algortimo dell’autorevolezza? Probabilmente sì, e spero che in futuro qualcuno riesca a trovarne una definizione più precisa. Difficilmente sarà un vero algoritmo, visto che nel calcolo devono rientrare emozioni e tratti culturali, ma l’impegno di psicologi, sociologi, giornalisti e ingegneri potrebbe portare a qualche risultato interessate.

Ultima nota sull’impatto dell’algortimo sull’informazione online. Sono mesi che si chiacchiera, (blatera) sull’introduzione di sistemi di pagamento per l’informazione online, e l’abbandono del modello gratuito. In passato ho criticato molto questa tendenza, e continuo a pensare che sia una stupidaggine.

Oggi aggiungo un elemento a sfavore dell’informazione online a pagamento, la mancanza di autorevolezza. I giornali cartacei si sono guadagnati una fama di credibilità in un contesto dove era un gioco relativamente facile. Online le cose cambiano, ci vuole poco a giocarsi la credibilità. Un lettore potrebbe anche tornare, darci un’altra possibilità, magari più e più volte. Ma non certo se gli si chiede di pagare per farlo.

Se non mi fido totalmente di qualcuno, dopotutto, difficilmente sono disposto a pagare per sentire, o leggere, quello che dice.

Questa realtà, immagino, è la spina del fianco dei media tradizionali, che tanto avversano Internet. Ci sono gli estremisti come De Benedetti, gli avidi come Murdoch, ma tutti hanno una cosa in comune. Fino ad oggi hanno avuto la fiducia dei loro lettori, ma la rete li mette in pericolo. Se la sono guadagnata su un campo da gioco praticamente senza avversari, e adesso hanno paura di perdere l’unico vero grande valore, senza il quale i loro bilanci sono destinati, inevitabilmente, ad affondare.

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