Ormai è una cosa che sanno anche i bambini: Internet permette di dire tutto quello che ci passa per la testa, di trovare persone che la pensano come noi, di discutere di ogni tema con chiunque. La rete, com’è oggi, non ti dà solo più occasioni di esprimerti, ti dà anche la possibilità di raggiungere tantissime persone. Basta pensare ai forum, ai blog, o a Facebook, e la lista potrebbe allungarsi a dismisura.

Tra i tanti cambiamenti che comporta la diffusione di internet, ce n’è uno piuttosto complicato, e che in questi giorni è particolarmente enfatizzato, in Italia: il rapporto del potere con la libera espressione dei cittadini. Il caso dell’aggressione al Presidente del consiglio, infatti, ha portato tanti politici ad invocare un “giro di vite” su ciò che si può e non si può dire online.
La situazione e i suoi potenziali pericoli sono stati illustrati da Vittorio Zambardino, che tocca un punto dolente, ma importante: chi padroneggia lo strumento tecnologico ha un vantaggio sugli altri, e più s’impongono limiti, più il gruppo di riduce in numero (e su questo argomento si potrebbe scrivere un nuovo post).
Eppure la libertà di espressione è uno dei fondamenti del sistema democratico. Non mi sorprende, allora, che in Cina si decida di bloccare e cancellare tutte le pagine web personali, lasciando il diritto d’esistenza solo a istituzioni, aziende e giornali autorizzati. A Pechino, da oggi, niente blog o siti amatoriali.

Un po’ meno scontata la scelta dell’Australia, dove il governo, ogni giorno più fascistoide, ha deciso di dare via libera ad un comitato che deciderà quali siti saranno visibili e quali no, in tutta la nazione. Anche in questo caso, come in Cina, la scusa è la lotta contro il crimine, la pedofilia e il gioco d’azzardo, ma il gruppo che decide ha molta discrezionalità.
Senza bisogno che un politico sia aggredito e che su Facebook si celebri l’aggressore, anche nel resto del mondo si parla e si agisce per reagire alla rinnovata capacità espressiva che Internet concede ai cittadini. Perché i governi sentono il bisogno di “reagire”, azione che dà vita all’infausto appellativo di “reazionario”?
Per Zambardino è una cosa tutta italiana: “Ma al fondo di tutto, c’è altro e peggio che prende tutta la società italiana. C’è questa voglia di menare le mani su tutto ciò che è fuori schema, questo pensiero sommario per cui bisogna eliminare il messaggero che porta le cattive notizie.”, e spero tanto che abbia ragione. Sarà che sono cinico, ma a me sembra piuttosto un virus che potrebbe diffondersi in tutto il mondo.

Per fortuna c’è anche qualcuno che mostra buon senso, e ricorda che le leggi necessarie già esistono, come avevo già detto mesi fa.
Non si tratta, però, di una campagna contro la rete in generale. Quello che si sta attaccando è il cosiddetto “web 2.0″, i cui contenuti sono creati e amplificati dalle azioni degli utenti. La rete mette a rischio la struttura della società come la conosciamo, anzi, la condanna. Gli stati moderni si sono evoluti inglobando movimenti di pensiero, partiti, gruppi e intellettuali, e creando un sistema che, magari con le stampelle, sta in piedi. Anche in questo caso, mi trovo d’accordo con quanto afferma ZV, in quest’altro post.
La gestione dell’espressione personale non è mai stata un argomento da affrontare, fino a oggi. Stiamo assistendo ad una risposta grezza e ignorante, ma soprattutto disperata, che viene da chi rappresenta un mondo morente. Ne fanno parte i politici, ma anche molti intellettuali, e gran parte delle vecchie generazioni del giornalismo.
Probabilmente lo scontro seguirà uno schema conosciuto, che abbiamo già visto nel passaggio dallo stato monarchico alla Repubblica. Ci saranno reazioni, violente (in termini moderni), repressione e rivolte. E alla fine il nuovo trionferà e rinchiuderà il vecchio (cioè l’attuale) nei libri di storia.

Questa è la potenza dello strumento-internet che, come tale, non può essere censurato. Va bene, certo, perseguire chi lo usa per delinquere, e se proprio si vuole andare avanti su questa linea, proprio su Facebook ci sono tanti, soggetti e gruppi, che inneggiano alla violenza contro gli immigrati solo perché sono tali, e altri che celebrano fascismo e nazismo, non solo quelli che vorrebbero morto questo e quel politico.
Mi scuso, infine, per aver solo sfiorato temi che meriterebbero molte più parole, e allo stesso tempo mi congratulo con chi è riuscito a leggere fino in fondo.











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