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Google vede il futuro, e anche dentro la tua testa

17 dicembre 2009
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Google recentemente ha tirato fuori diverse novità interessanti, come la possibilità di fare ricerche direttamente tramite la fotocamera di un cellulare Android: inquadri un oggetto, e Google ti dice cos’è e ti offre ricerche correlate.

Ce ne sarebbe per restare a bocca aperta, ma i piani che ha svelato Marissa Mayer, vice-presidente per i prodotti di ricerca e l’interfaccia utente, sono a dir poco strabilianti. Marissa è, sostanzialmente, la persona che prova e autorizza tutte le variazioni e le innovazioni relative al prodotto principale di Google, vale a dire la ricerca. Lei è, in un certo senso, l’incarnazione del motore di ricerca, quindi le sue parole sono molto, molto rilevanti.

Intervistata dal Guardian, Marissa racconta come vede il futuro della ricerca, e come, nella visione dell’azienda, useremo e potremo usare la rete in futuro. Ci sono due aspetti particolarmente interessanti.

Lingua. Marissa Mayer vorrebbe che Google fosse in grado di tradurre tutte le ricerche tre volte. La prima volta quando si preme invio, o si clicca su “cerca”, la seconda volta per tradurre i risultati, e la terza per tradurre la pagina su cui clicchiamo, se non è nella nostra lingua.

Teoria: idea meravigliosa, soprattutto per chi non parla inglese, vista la predominanza di questa lingua online (ma anche lo spagnolo non scherza). Sublime, anche per Google, perché farebbe lievitare il valore degli annunci.

Pratica: la traduzione automatica fa schifo, e siamo a decenni da un prodotto appena passabile. Il problema è che le scienze linguistiche ancora non sanno spiegare quasi nulla di come funziona una lingua (no, non basta l’analisi del periodo), da ogni punto di vista. Di conseguenza, Google non ha materiale su cui lavorare.

Personalizzazione. Ed ecco il carico da novanta. Marissa Mayer è molto chiara: vuole portare all’utente “la rete come la vede lui. Vogliamo che Google sia lo strumento più accurato, e che ogni utente abbia un’esperienza individualizzata”. Parlandone, Emma Barnett pensa agli aggiornamenti di stato su Facebook e Twitter.

Non è una cosa dell’altro mondo. Se facendo una ricerca posso esaminare anche cosa hanno scritto i miei contatti sui social network, probabilmente lo apprezzerei, e magari ci cliccherei, se l’algoritmo della fiducia funziona come dovrebbe. Quel che è certo è che l’informazione sarà sempre più legata ai rapporti tra pari.

La situazione, secondo Mayer,  che se io pubblico qualcosa su Facebook, e lo imposto come visibile solo agli amici, allora questi amici dovrebbero poterlo vedere anche in Google. Chiaramente il nodo da sciogliere riguarda la privacy degli utenti, argomento che l’amministratore Eric Schmidt ha recentemente liquidato con troppa leggerezza.

Il passo finale, per Mayer, è la ricerca intuitiva, costruita attorno ad un utente che scambia di continuo informazioni con il fornitore di servizi. Con gli strumenti giusti Google potrebbe raffinare le nostre ricerche meglio di quanto potremmo fare noi, analizzando le abitudini di navigazione, il tempo dedicato ad ogni pagina, i luoghi che visitiamo o i ristoranti in cui mangiamo.

Nel mondo perfetto di Google, “Ci potrebbero essere delle informazioni rilevanti ad aspettarti, la prossima volta che accendi il computer”.

Come piano per la dominazione del mondo mi sembra eccezionale. Sarà una coincidenza che il telefono di Google si chiama Nexus, come i protagonisti di “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” di Philip Dick?

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