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Apple si allea con la repressione cinese, ma è in buona compagnia

1 gennaio 2010
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È una questione d’affari, e gli affari non conoscono etica. E così anche Apple, come Google, Microsoft, e gli altri pezzi grossi del mondo digitale, ha chinato la testa di fronte al regime di Pechino, pur di fare qualche dollari vendendo ai cittadini cinesi.

Tutto ciò che riguarda il Dalai Lama sparisce dall’iPhone, che così si potrà vendere in Cina senza fatica. Sarà possibile accedere a internet con il telefono, ma non è un problema, visto che la rete è già ben censurata.

Peccato, ma senza scandali. Una storia di ordinaria mediocrità.

Io vorrei la luna. Vorrei che queste aziende dicessero “no, grazie, non venderò i miei prodotti nel tuo paese, a queste condizioni”,  vorrei che l’UE dicesse “no, grazie, non comprerò i tuoi prodotti, perché i lavoratori sono sottopagati e la loro dignità rispettata”.

L’erba voglio però non cresce nemmeno nel giardino del re, figuriamoci nel mio, in pieno inverno.

Fa bene Reporter senza Frontiere a chiedere spiegazioni ad Apple, a lamentarsi con l’azienda che “si è fatta conoscere per il suo spirito creativo”, e oggi fa parlare di sé per l’indecenza della sua avidità. E fanno bene a inserire Apple nella lista dei collaborazionisti.

Non si può, non si deve tollerare chi è pronto a usare violenza per difendere le sue idee. Qui facciamo scandali per un souvenir e due gocce di sangue. Se in cambio ci danno una borsa o un computer a poco prezzo, invece, siamo pronti a tollerare incarcerazioni e torture.

Non sono sicuro che la colpa sia di Apple. Internet dovrebbe servire a far trionfare la libertà d’informazione, ma resta uno strumento. Le azioni, ora come 1000 anni fa, le fanno le persone. Le facciamo noi.

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