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Sindrome cinese: non è Google, non è la Cina, è il domani che ci piomba addosso.

26 gennaio 2010
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La questione degli attacchi ai danni di Google della settimana scorsa è diventata velocemente un affare di stato, che vede contrapporsi le prime due superpotenze del pianeta, cioè la Cina e gli Stati Uniti. La prima cosa che voglio sottolineare è che gli USA vivono, al momento, una sudditanza economica verso la Cina, che, in diverse forme, possiede una buona parte del capitale e del debito pubblico statunitense. In altre parole Hu Jintao tiene Obama per le palle, e immagino che quest’ultimo non ne sia proprio contento.

Fantascienza, certo, ma non proprio al 100%.

Fantascienza, certo, ma non proprio al 100%.

Tornando alla faccenda Google. Due settimane fa ci sono stati gli attacchi ai server di Big G. Una storia piuttosto complessa, che ho appena tratteggiato nel post precedente. Gli attacchi provenivano da territorio cinese, stando alle analisi interne di Google, e tutti hanno pensato al governo di Pechino, ma nessuno lo ha detto apertamente, a livello istituzionale, nemmeno ora.

Teorema 3: si può agire contro un paese come se fosse colpevole, senza atti d’accusa, né formali né informali.

È così è stato. Pur non potendo dimostrare che i cattivi fossero i burocrati del regime pechinese, Google ha risposto violando la legge del paese, e schierandosi apertamente contro il partito che governa la Cina da più di 50 anni. Ad oggi Google continua ad operare, anche se molti ritengono che l’unico esito possibile è l’uscita dal paese asiatico.

Di fatto tutti sono convinti, e anche io, che il mandante degli attacchi sia politico. Per questo ci sono state reazioni politiche.

Prima ci sono state dichiarazioni di funzionari cinesi, a dire che Google deve rispettare le leggi cinesi, come fanno tutte le aziende che operano su questo territorio. Poi però è arrivata Hillary Clinton, a sganciare la bomba diplomatica. Clay Shirky si è preso la briga di evidenziare le parti importanti del lungo discorso, e per mi limito a rimandarvi al suo post.

Il discorso del Segretario di Stato USA è tutto incentrato sulla libertà d’espressione, sui diritti dei dissidenti, sull’importanza della rete. Come sempre in questi casi, si fa leva su sentimenti democratici che tutti più o meno condividiamo, e si fa bella figura. La traduzione, però, è più una cosa del tipo siamo pronti a reagire, attenti a quello che fate.

Teorema 4: gli attacchi digitali hanno tutta la dignità di quelli fisici. Gli accadimenti di questi giorni sono l’inizio della prossima guerra fredda.

Quest’ultimo teorema è fondamentale, anche se non è particolarmente facile da dimostrare. Al discorso della Clinton è seguito un intervento di Barak Obama, dal tono minaccioso. Tanto minaccioso che Pechino ha dovuto dire chiaramente “Noi non abbiamo nulla a che vedere con i recenti attacchi, anzi, ne siamo stati vittime come voi”. Ricordo che, ancora oggi, nessuno ha detto alla luce del sole “il mandante è Pechino”.

E non succederà.

Allora si tratta di guerra, e in quest’ottica c’è un illuminante articolo del NYT che vale la pena di leggere. La questione è semplice: è una guerra diversa da quella degli anni ’50.

Durante la guerra fredda l’effetto deterrente ha funzionato, probabilmente per miracolo, ma in questo scenario gli Stati Uniti, come chiunque altro, sono del tutto disarmati.

Teorema 5: nella guerra digitale che sta iniziando, lo stile sarà quello della guerriglia, e i buoni passeranno il tempo ad inseguire cattivi invisibili.

Semplice e terribile. Con le risorse e le conoscenze giuste si può “spegnere” un paese, o fermare il traffico aereo, tanto per fare un esempio. Se accade, la vittima non ha praticamente modo per sapere con certezza chi è il colpevole, e ancora meno mezzi per rispondere adeguatamente.

Questa nuova Sindrome Cinese è molto più di una scaramuccia tra un’azienda e un paese, con il resto del mondo a guardare e a commentare. È l’inizio di un’epoca di guerre a colpi di byte, come in parte le avevano immaginate Philip Dick, William Gibson o Bruce Sterling.

Avremo ancora paura come ai tempi dei famosi missili cubani? Probabilmente sì, ma non saranno le esplosioni nucleari a farci paura, ma piuttosto l’idea di trovarci, domani, con la casa fredda e buia, senza sapere quanto tempo durerà.

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