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Deficit d’innovazione, in Italia e Stati Uniti

10 febbraio 2010
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Eric Schmidt, amministratore delegato di Google, ha scritto un articolo sul Washington Post, dai contenuti sorprendenti e illuminanti. Il presupposto da cui parte potrebbe suonare fantascienza a molti, ma è del tutto credibile: gli Stati Uniti non sono più, o smetteranno di essere, il punto di riferimento per l’innovazione tecnologica. La conseguenza diretta è che calerà anche il peso culturale della prima economia mondiale, e anche quello economico.

EricSchmidt

Eric Schmidt

Schmidt parla di “deficit d’innovazione“, citando un burocrate, a quanto pare illuminato. L’idea, potenzialmente sconvolgente, è che la prossima grande crescita nel settore della tecnologia potrebbe verificarsi in Germania, o in Cina. Meno probabile che accade in Italia, visto il disprezzo con cui vengono guardate le nuove idee nel nostro paese.

Schmidt analizza il problema per punti, e offre la possibilità di fare un paragone con il nostro paese.

1)      “L’innovazione oggi nasce  dal basso”. In passato i grandi investimenti, soprattutto militari, potevano spingere lo sviluppo in molti altri settori. Internet rende disponibili informazioni importanti a tutti noi, e quindi tutti possiamo rendere concreta una buona idea, senza grossi sforzi.

Non del tutto vero. I grandi investimenti, pubblici e privati, sono ancora la linfa vitale dell’innovazione. Una buona idea, senza fondi adeguati, non va da nessuna parte. Certo, uno sviluppatore può arricchirsi, magari diventare famoso, se azzecca il giusto software per iPhone. Ma non è lì l’innovazione, è nel telefono, che ha richiesto parecchi soldi. E per fortuna di Apple ne produce ancora di più.

open-baladin

La birra Open Baladin, ricetta italiana open source

Si potrebbero trovare le eccezioni, ma non in Italia. Da noi gli investimenti non ci sono mai stati. Abbiamo sempre delegato agli altri l’onere del rischio, e l’investimento in innovazione. Preferiamo, per qualche ragione, pagare licenze e brevetti. È una deformità culturale, la stessa che rende impossibile trovare qualcuno che ti supporti economicamente solo perché hai una buona idea, e ci crede abbastanza da rischiare in prima persona. Figuriamoci una banca.

2)      “Piccole aziende e start-up dovrebbero essere messe in condizione di competere alla pari con i grandi marchi. Non si tratta di favoritismi, ma di un campo di condizioni alla pari.”

Bravo, bella idea. Negli Stati Uniti è difficile competere con le grandi aziende, se sei piccolo e con poche risorse. Da noi non si può nemmeno cominciare. Aprire una PIM è un gesto pericoloso in Italia, roba da capitani coraggiosi. Normale che ci siano poche persone disposte a investire nel settore tecnologico, dove le sicurezze sono poche, o nulle, visto che dovranno comunque affrontare spese enormi, e non troveranno nessuno disposti a sostenerli. Risultato: portano idee e competenze da un’altra parte, e fanno bene.

3)      “Incoraggiare il rischio implica accettare il fallimento, ammesso che serva per imparare. Se mi mostrate un progetto con il 100% di probabilità di successo, certamente ha lo 0% d’innovazione”.

La deformità culturale italiana si riassume perfettamente in queste parole. Nessuno, ma proprio nessuno, è pronto a rischiare. Comprensibile da chi guadagna appena quello che gli serve per vivere, un po’ meno da parte di chi potrebbe rischiare. Né banche, né stato, né imprenditori: il concetto di rischio è stato eliminato dal nostro dizionario aziendale, e si lavora solo sul sicuro. Poi qualcuno va controcorrente, e lo chiamiamo eroe. No, coglioni noialtri.

Dropbox, un'idea che funziona

Dropbox, un'idea che funziona

4)      “Dobbiamo investire di più in ricerca e sviluppo”.

Questa si commenta da sola, basta pensare a quanti ricercatori italiani vanno all’estero per lavorare con dignità.

5)      “L’informazione deve essere sempre più aperta e accessibile. I risultati delle ricerche con finanziamenti pubblici dovrebbero essere disponibili per chiunque. Così un imprenditore potrebbe sfruttarle commercialmente”.

Qui si sfiora il ridicolo, nel parallelo con l’Italia. Se uno leggesse solo un certo tipo di riviste, potrebbe pensare che in Italia c’è un sacco di condivisione d’informazioni, e che la birra open-source  ne sia la prova. La verità è che leggere certi articoli è un piacere, perché certificano l’eccezionalità. L’altra deformità culturale italiana è proprio qui: così come nessuno vuole assumersi responsabilità e rischi, nessuno è pronto a condividere le cose che sa con gli altri. Condividere, in italiano, vuol dire poco e nulla, ed è deprimente.

Pablo Picasso, perché i veri innovatori non sono poi molti.

Pablo Picasso, perché i veri innovatori non sono poi molti.

Eric Schmidt conclude parlando di come sia fondamentale tenersi le persone di talento, da qualsiasi parte del mondo vengano. In un paese dove tendiamo a farli fuggire, sembra una presa per i fondelli.

Alla fine dei conti il deficit d’innovazione c’è. Negli Stati Uniti è un male nuovo, si spera passeggero. In Italia una patologia cronica, apparentemente incurabile. Scusate se non mi alzo.

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    Eh, lo dovrebbe leggere un mio ex capo che quelli col talento li faceva scappare .-)

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  • The J

    Non sono d’accordo.
    Nel 2009 il numero di investitori privati e AI in Italia, soprattutto nel campo dell’innovazione informatica applicata (web apps soprattutto ma anche progetti su larga scala con utilizzo industriale), è aumentata notevolmente, anzi direi quasi in modo sorprendente.
    Una parte del nostro Paese si è finalmente svegliata e risponde agli stimoli e se anche non investono in qualsiasi sciocchezza (come invece accade spesso negli USA), si stanno dando da fare.
    Guarda il lavoro di Working Capital (Telecom Italia), vai su BizSpark (Microsoft) e vedrai che i loro partner ed i loro investitori italiani sono numerosi, molto più di quelli che pensiamo.
    E poi, basta con questo mito-cazzata che aprire un’impresa in Italia è difficile o rischioso. Semplicemente, non è vero, è un luogo comune, stupido e figlio di un’ignoranza fortemente radicata nella nostra cultura contemporanea che impresa = impossibile.

    Io ho aperto una ditta individuale in 15 giorni, a 23 anni, senza nessun investimento (per mia scelta), spendendo meno di 200 euro. Presto passerò ad un SRL con i soldi guadagnati finora. E non è perchè sono io un fenomeno, è perchè è davvero facile.
    Quindi per favore, basta diffondere questo allarmismo, invece informiamoci per bene e facciamoci consigliare da chi sa (il fai da te italiano evitiamolo), studiamo un po’ di business management, i casi di successo, i modelli imprenditoriali che funzionano e diamoci da fare. Ma tanto.
    Lavoro 16 ore al giorno ed i weekend spesso e lo adoro, altri giorni invece non faccio proprio una mazza e va benissimo lo stesso, faccio quello che mi piace, vado in vacanza dove, quando e come mi pare, ed ho il coraggio di affrontare una sconfitta.
    Volere è potere, sempre e comunque.
    Avanti il prossimo.