Eric Schmidt, amministratore delegato di Google, ha scritto un articolo sul Washington Post, dai contenuti sorprendenti e illuminanti. Il presupposto da cui parte potrebbe suonare fantascienza a molti, ma è del tutto credibile: gli Stati Uniti non sono più, o smetteranno di essere, il punto di riferimento per l’innovazione tecnologica. La conseguenza diretta è che calerà anche il peso culturale della prima economia mondiale, e anche quello economico.
Schmidt parla di “deficit d’innovazione“, citando un burocrate, a quanto pare illuminato. L’idea, potenzialmente sconvolgente, è che la prossima grande crescita nel settore della tecnologia potrebbe verificarsi in Germania, o in Cina. Meno probabile che accade in Italia, visto il disprezzo con cui vengono guardate le nuove idee nel nostro paese.
Schmidt analizza il problema per punti, e offre la possibilità di fare un paragone con il nostro paese.
1) “L’innovazione oggi nasce dal basso”. In passato i grandi investimenti, soprattutto militari, potevano spingere lo sviluppo in molti altri settori. Internet rende disponibili informazioni importanti a tutti noi, e quindi tutti possiamo rendere concreta una buona idea, senza grossi sforzi.
Non del tutto vero. I grandi investimenti, pubblici e privati, sono ancora la linfa vitale dell’innovazione. Una buona idea, senza fondi adeguati, non va da nessuna parte. Certo, uno sviluppatore può arricchirsi, magari diventare famoso, se azzecca il giusto software per iPhone. Ma non è lì l’innovazione, è nel telefono, che ha richiesto parecchi soldi. E per fortuna di Apple ne produce ancora di più.
Si potrebbero trovare le eccezioni, ma non in Italia. Da noi gli investimenti non ci sono mai stati. Abbiamo sempre delegato agli altri l’onere del rischio, e l’investimento in innovazione. Preferiamo, per qualche ragione, pagare licenze e brevetti. È una deformità culturale, la stessa che rende impossibile trovare qualcuno che ti supporti economicamente solo perché hai una buona idea, e ci crede abbastanza da rischiare in prima persona. Figuriamoci una banca.
2) “Piccole aziende e start-up dovrebbero essere messe in condizione di competere alla pari con i grandi marchi. Non si tratta di favoritismi, ma di un campo di condizioni alla pari.”
Bravo, bella idea. Negli Stati Uniti è difficile competere con le grandi aziende, se sei piccolo e con poche risorse. Da noi non si può nemmeno cominciare. Aprire una PIM è un gesto pericoloso in Italia, roba da capitani coraggiosi. Normale che ci siano poche persone disposte a investire nel settore tecnologico, dove le sicurezze sono poche, o nulle, visto che dovranno comunque affrontare spese enormi, e non troveranno nessuno disposti a sostenerli. Risultato: portano idee e competenze da un’altra parte, e fanno bene.
3) “Incoraggiare il rischio implica accettare il fallimento, ammesso che serva per imparare. Se mi mostrate un progetto con il 100% di probabilità di successo, certamente ha lo 0% d’innovazione”.
La deformità culturale italiana si riassume perfettamente in queste parole. Nessuno, ma proprio nessuno, è pronto a rischiare. Comprensibile da chi guadagna appena quello che gli serve per vivere, un po’ meno da parte di chi potrebbe rischiare. Né banche, né stato, né imprenditori: il concetto di rischio è stato eliminato dal nostro dizionario aziendale, e si lavora solo sul sicuro. Poi qualcuno va controcorrente, e lo chiamiamo eroe. No, coglioni noialtri.
4) “Dobbiamo investire di più in ricerca e sviluppo”.
Questa si commenta da sola, basta pensare a quanti ricercatori italiani vanno all’estero per lavorare con dignità.
5) “L’informazione deve essere sempre più aperta e accessibile. I risultati delle ricerche con finanziamenti pubblici dovrebbero essere disponibili per chiunque. Così un imprenditore potrebbe sfruttarle commercialmente”.
Qui si sfiora il ridicolo, nel parallelo con l’Italia. Se uno leggesse solo un certo tipo di riviste, potrebbe pensare che in Italia c’è un sacco di condivisione d’informazioni, e che la birra open-source ne sia la prova. La verità è che leggere certi articoli è un piacere, perché certificano l’eccezionalità. L’altra deformità culturale italiana è proprio qui: così come nessuno vuole assumersi responsabilità e rischi, nessuno è pronto a condividere le cose che sa con gli altri. Condividere, in italiano, vuol dire poco e nulla, ed è deprimente.
Eric Schmidt conclude parlando di come sia fondamentale tenersi le persone di talento, da qualsiasi parte del mondo vengano. In un paese dove tendiamo a farli fuggire, sembra una presa per i fondelli.
Alla fine dei conti il deficit d’innovazione c’è. Negli Stati Uniti è un male nuovo, si spera passeggero. In Italia una patologia cronica, apparentemente incurabile. Scusate se non mi alzo.










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