A quanto racconta la BBC il governo cinese ha bloccato l’accesso a tutta la rete, proprio come minaccia di fare, o sta facendo, l’Iran, che è partito con GMail. Pechino ha isolato le comunicazioni nella regione in una regione occidentale, la cui capitale si chiama Urumqi.
Seppure remota, anche a Urumqi ci sono persone che hanno bisogno della rete per gestire i propri affari: si va da chi vende online i propri prodotti ai gestori di Internet Café. Risultato, danni economici rilevanti, e gente che fa viaggi di 1000 chilometri per controllare la posta, e scoprire che ha perso dei clienti perché non ha risposto in tempo ai messaggi.
Se questo è mantenere l’ordine, figuriamoci il disordine.
In India, invece, la Banca Centrale del paese ha deciso di bloccare PayPal. La ragione è presto detta: tante piccole banche e privati usavano il servizio di transizioni online per ridurre i tempi e risparmiare sulle commissioni.
Qui da noi si dice che PayPal sia troppo caro, perché abbiamo cose come la Postepay, che personalmente digerisco male. In India, invece, PayPal è talmente vantaggioso che ha messo in crisi il sistema bancario, entrando in gioco come concorrente.
Credevo che l’India si stesse modernizzando, e questa ne è la prova: se un concorrente ti dà fastidio, fagli le scarpe con tutti i mezzi. La ragione ufficiale, invece, è (tanto per cambiare), burocratica: mancano dei documenti, PayPal non è registrato in India, e non può operare. Si rimedierà presto. Staremo a vedere.
Il blocco indiano, infine, è piuttosto subdolo. Non è stato bloccato il servizio, ma reso impossibile il trasferimento dal conto Paypal a quello bancario. Un indiano può ancora ricevere denaro online, ma a meno che non voglia spenderlo nuovamente online, non se ne fa nulla. Bella fregatura.
Tutto il mondo è paese, anche online: non sia mai che l’economia di un paese si sviluppi senza che qualcuno si arricchisca come un parassita. Scusate se non mi alzo.











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