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Il dilemma di Internet: anarchie o fascismi?

23 febbraio 2010
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Si  è acceso di nuovo il dibattito sulla libertà di espressione online. La scintilla è stato l’ennessimo gruppo su Facebook, quello che denigrava i bambini down e ne consigliava lo sterminio. Impossibile negare le evidenti tracce di nazifascismo, in questo e in tanti altri gruppi simili. E per fortuna è stato chiuso.

La discussione ha, oggi, preso finalmente due direzioni chiare: c’è chi non sopporta che Internet serva da ecosistema per la nascita e la proliferazione d’immondizia ideologica come quella in questione, e predica l’irrigidmento delle regole, e c’è chi sostiene che storie come quella odierna servano solo ad alimentare chi è animato da spirito liberticida verso la rete.

anche loro hanno avuto qualche problema, e senza Facebook

anche loro hanno avuto qualche problema, e senza Facebook

C’è un po’ di verità in tutte e due le fazioni, e non è facile vederci chiaro. Tra i post più citati è apprezzati c’è senz’altro quello di Fabio Chiusi, che propone una (relativamente) tranquilla riflessione sulla faccenda. Il concetto, condiviso da tantissimi utenti che hanno commentato il fatto, è semplice: questi sono solo troll, in cerca di facile notorietà, convinti di essere dietro la protezione di un anonimato che in verità non esiste.

Morale: non bisogna nutrire i troll, come dicevo qualche settimana fa. Chi sbaglia, dopotutto, può essere identificato.  Eppure li si nutre, ogni volta con più passione. Lo si fa rispondendo alle loro provocazioni, chiamando in causa amici e parenti, avvisando le autorità e chiedendo a gran voce che si faccia qualcosa.

D’altra parte, come si fa a non infuriarsi? Come si potrebbe criticare chi se la prende, come per esempio Manolo, e vorrebbe vedere questi signori puniti? Che poi punire ex-post non è come censurare ex-ante. Sarà una differenza sottile, ma ha il suo peso.

Le critiche poi sembrano essere la linfa vitale di una sorta di protofascismo, un movimento ideologico prima che politico, fatto da individui, figuri ben più loschi dei cretini su Facebook, che vorrebbero mettere ogni comunicazione sotto controllo. Come in Iran o in Cina, anche da noi ci sono personaggi pericolosi, che di certo da questo polverone hanno guadagnato molti punti, come fa notare Alessandro Gilioli.

Quindi entrambe le questioni sono piuttosto significative: da una parte Internet vuole essere un baluardo della libertà di espressione, lo strumento nobile che permette a tutti di avere una voce, anche ai troll, e per questo qualcuno ha persino pensato di candidare la rete al nobel per la pace (un’idiozia, ma nessuno è perfetto). Dall’altra c’è chi vorrebbe che questa libertà avesse dei limiti, più o meno rilevanti, a seconda della persona a cui facciamo la domanda.

In mezzo stanno grandi mezzi d’informazione, che di solito si dedicano a cavalcare l’indignazione popolare, ad alimentare le pance e le interiora, a mettersi al servizio di poteri più o meno occulti, o semplicemente a fare figure meschine.

Senza Titolo

Internet, però, non può essere né regno di anarchie e arbitrii incontrollati né celebrazione dei fascismi e delle censure. La libertà è prima di un individuo e poi di una società, ma è vera e profonda solo quando è l’individuo stesso a porsi dei limiti, e sa trovare l’equilibrio tra il proprio bisogno di esprimersi e il bene degli altri. Sarà un luogo comune, ma vale la pena ripeterlo: la libertà non è mai assoluta, e porta con sé, inseparabili, limiti e regole, che dobbiamo assumere, far nostri e imparare a gestire nel migliore dei modi.

Alla fine chi ci ha visto meglio è proprio Manolo, che ha saputo riconoscere in queste faccenducole da quattro soldi l’anomalia italiana. Sì, robette da circolo sportivo, che accadono solo da noi, per ragioni che nulla hanno a che vedere con Internet, con i blog o con Facebook. E che quindi non possono stare in questo blog. Scusate se non mi alzo.

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