Google sta già facendo marcia indietro, nei confronti del governo cinese. Qualche settimana fa la dirigenza dell’azienda aveva dato un annuncio epocale, che suonava più o meno così: “siamo pronti a lasciare il mercato cinese, piuttosto che continuare a censurare i risultati“.
In realtà la censura non è stata rimossa subito, come molti hanno creduto, me compreso. Si trattava di una dichiarazione d’intenti. (“grazie al cazzo” ce lo metto io). Nei giorni scorsi le trattative tra Google e Pechino sono ricominciate, e ora, sembra, la permanenza dell’azienda in Cina dipende dall’esito degli incontri.
Google ha mandato i suoi rappresentanti anche al Congresso dei Deputati di Washington. I rappresentati del parlamento USA, infatti, stanno facendo pressioni sulle aziende statunitensi che operano in Cina, affinché prendano posizione sul tema dei diritti umani, in particolare per quanto riguarda la libertà di espressione.
Ha parlato Nicole Wong, rappresentante legale di Google, che ha confermato le intenzioni di Google. “Se le trattative vanno male, ce ne andiamo”, ha detto, ma ha anche ricordato quanto è enorme il mercato cinese, e quanto sarebbe folle rinunciare al fatturato che produce. E poi ci sono delle persone che lavorano per Google, che potrebbero perdere il lavoro (questa funziona sempre).
Insomma, un nulla di fatto, o quasi. Nulla si muove, e la situazione si può riassumere così: Google chiederà a Pechino il permesso per violare le leggi cinesi (!), oppure di modificarle. Se il governo cinese risponde picche (e lo farà) Google dovrà andarsene. Ma sinceramente ho qualche dubbio sul fatto che la minaccia sarà messa in pratica.
Wong ha detto: “la nostra priorità è mettere fine alla censura nei nostri risultati, e non sappiamo cosa questo significherà per i nostri affari”. Ha poi qualificato l’attività cinese di Google come un successo, spiegando che l’ultimo quadrimestre in Cina è stato il migliore di sempre, per l’azienda.
A questo punto gli unici a premere per una soluzione “anti-Cina” sono alcuni senatori e deputati statunitensi, che probabilmente dovranno fare buon viso a cattivo gioco. Pressata dal senatore Dick Durbin, infatti, Wong non ha voluto rilasciare dichiarazioni compromettenti. Alla domanda “Qual è il vostro piano in Cina? Avete delle date?” la risposta è stata un silenzio tombale.
In sintesi, Google continua ad applicare la censura nella sua versione cinese. Cercherà di convincere Pechino a cambiare atteggiamento, ma non è dato sapere quanto a lungo ci proverà. Nel frattempo continuerà ad operare in Cina, e a fare fatturati stratosferici.
Per la stampa di regime cinese, quasi tutta, ormai Google è una barzelletta. E hanno ragione.
Scusate se non mi alzo.















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