Il governo Cinese si è preso un impegno: “puniremo gli hacker [sic] che hanno attaccato Google”, ma ha anche detto, non senza un certo sarcasmo, di non aver ancora ricevuto denuncie o lamentele dall’azienda californiana.
Sì perché c’è un dettaglio al quale non è stato dato il giusto risalto. Google ha denunciato l’intrusione, puntando il dito immediatamente contro il governo cinese. Le prove però mancano, e l’aiuto della NSA (un’agenzia governativa statunitense molto potente) è servito per avvicinarsi un po’ all’obiettivo, ma non è stato bastato per fare nomi e cognomi.
“Se Google ha delle prove per dire che gli attacchi provenivano dalla Cina, il governo cinese le riceverà con piacere, e punirà severamente i colpevoli, come dice la legge”, ha detto il vice ministro Miao Wei.
Insomma, come dicevo qualche giorno fa, Google in Cina è diventato una specie di barzelletta. Hanno detto a tutti che se ne vogliono andare, ma stanno cercando di restare. Hanno accusato un intero paese senza prove, poi hanno difeso la tesi a oltranza, facendo una figura meschina.
A dirla tutta, è probabile che le intrusioni vengano davvero dalla Cina, e che qualche uomo pubblico sia implicato. Ma ci sono due cose da ribadire, perché non sono state mai chiarite a sufficienza
1) È un’operazione di spionaggio industriale dalla proporzioni enormi. La storia dei diritti umani e dei dissidenti può essere tutt’al più una copertura
2) Per quanto le probabilità siano alte, non si fanno casini di questa portata senza prove. Su questo punto Google ha sbagliato come non aveva mai sbagliato prima. Peccato, perché è come da piccolo, quando ti dicono “se hai ragione, ma usi le mani, poi passi dalla parte del torto”. Google ha dato uno schiaffo in faccia a Pechino, e non doveva.













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