Cominciamo a chiarire una cosa importante. Google non ha lasciato veramente la Cina. Si è messa appena fuori dalla porta, perché Honk Kong è territorio cinese, ma gode di leggi speciali dal 1997, quando passo dal dominio di Londra a quello di Pechino.
In questi giorni tutti, ma proprio tutti, hanno detto la loro sulla questione. La dicotomia più interessante riguarda le motivazioni dell’azienda californiana: è una scelta affaristica, oppure una questione etico-morale?
La questione è ben illustrata da un articolo del sempre caustico Danny Sullivan, che ripercorre le imprese cinesi dell’azienda. Se Google vuole “fare il bene”, in effetti, allora è lecito mettere in discussione quello che ha fatto dal lontano 2006, anno in cui sbarcò in territorio cinese.
Oggi Google, infatti, si può permettere di puntare il dito contro Microsoft, e contro qualunque azienda che collabora ancora attivamente con il regime di Pechino. Ma non è che siano stati dei santi, e dubito che lo siano ora. Nel 2006 l’azienda ha voluto entrare in Cina perché già allora c’era da fare un mucchio di soldi.
L’azienda già quattro anni fa, tuttavia, contava molto sulla propria reputazione, che si basava anche sulla difesa dei valori democratici e sulla libertà d’informazione, oltre che sulla qualità dei suoi prodotti. Inevitabilmente entrare nel mercato cinese, e piegarsi alle leggi sulla censura, cozzava con la reputazione, e con l’ormai famoso motto “don’t be evil”, cioè “non essere cattivo”.
Sì, ma non essere cattivo non è mica facile, in un mondo dove i buoni stanno generalmente con le proverbiali pezze al culo. Cedere al lato oscuro genera lamentele, e Google ritenne opportuno dare delle spiegazioni: sostanzialmente riaffermava un vecchio principio, secondo il quale per cambiare qualcosa, l’unico modo è farlo da dentro.
Cioè? Pensavate davvero che solo per il fatto di avere una sede cinese avreste potuto cambiare il modo di fare politico di Pechino. Ma dai! Non ci crede nessuno. Dicevano anche, sempre nel 2006, che sarebbero rimasti a lungo: quattro anni non sembrano mica tanti, però.
Allo stesso modo, si può supporre che Google abbia rinunciato al mercato cinese come se fosse un investimento a lungo termine, che rientra in forma di migliori fatturati nel resto del mondo, e di possibili variazioni in Cina. Bla bla bla: tutte ipotesi. L’unico fatto, al momento, sono i soldi che ha perso.
Sì, ma perché un’azienda decide consapevolmente di perdere denaro? Queste entità hanno tutti i tratti della psicopatia grave (dal film “The Corporation”), e non si può parlare di sensi di colpa o di orientamento morale. Lo si può fare per gli uomini che le dirigono, ma non per le aziende stesse.
La questione è che, come dicevo prima, Google basa i propri affari sulla reputazione, e non sul marchio, come per esempio fanno Apple, Sony o Microsoft. È una differenza sottile, ma incredibilmente importante, come ha illustrato Dana Blankenhorn qualche giorno fa. Significa che restare in Cina, per Google, avrebbe significato perdere la propria reputazione, o se non altro intaccarla. Siccome e con quella che fanno soldi, è presto detto.
Certo, se avessero evitato di gridare allo scandalo, a gennaio, e avessero taciuto sugli attacchi informatici, forse tutto questo casino non sarebbe mai successo. Se avessero ceduto all’omertà in cambio del “più grande mercato del mondo”, come tutte le altre aziende, tutto avrebbe continuare a scorrere liscio come prima.
Ma non l’hanno fatto. Non per gli account dei dissidenti, figuriamoci. Il problema è che i pirati, chiunque essi siano, gli sono entrati in casa con il grimaldello. E Google non l’ha proprio tollerata. Mi chiedo perché gli altri lo facciano in verità.
La questione è chiaramente complessa e piena di sfaccettature. Non credete a chi dice che è solo una questione di soldi, né a chi canta le lodi di un eroe etico che non esiste. Il mantra “don’t be evil” è ancora in piedi, e anche una delle più grandi aziende del mondo. Tutto intorno si stanno ricamando intarsi fantasiosi, alcuni al limite del ridicolo, che rendono solo più difficile capire che succede. Ci tornerò sopra nelle prossime settimane. Per ora, scusate se non mi alzo per il trasloco a Honk Kong.















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