Facebook vuole centralizzare Internet al suo interno, e trasformare l’interazione tra persone in un modo per valorizzare l’informazione. L’algoritmo della fiducia, che esiste solo in teoria, trova una sua prima applicazione pratica. Sulla carta, gli utenti potranno stabilire da soli cosa è importante nella loro rete di contatti. In pratica, però, i rischi sono notevoli.
Facebook vuole assorbire tutta Internet, trasformando ogni singolo sito o blog in un fornitore di contenuti per il social network. Già oggi Internet e Facebook sono sinonimi per molti, domani potrebbe essere un dato di fatto. Il primo passo sarà aggiungere la possibilità di cliccare “mi piace” su ogni pagina web del mondo.

Facebook vuole dominare il pianeta?
Dovrà essere il proprietario della pagina ad inserire il bottone, ma non sarà certo un problema convincere web master e blogger, se messi di fronte al miraggio di un incredibile aumento del traffico. All’utente non resta che decidere se premere il pulsante; su Facebook, poi, un aggiornamento informa i suoi amici di quello che ha fatto. Uno di questi, o più di uno, potrebbe decidere di cliccare e visitare la pagina, dando origine ad un positivo effetto a catena, che rende l’articolo (o il video, o il posto, o quello che vi pare), più visibile per tutti.
C’è anche un’altra novità, che però non è altrettanto chiara: Facebook potrebbe (ma qui il condizionale è d’obbligo) permettere ad altri siti a raccogliere informazioni sulle nostre attività su Facebook, anche senza autorizzazioni.
Facebook, secondo Jason Kinkaid, è infatti pronta ad autorizzare anche altri siti a leggere il proprio cookie, mettendo di nuovo in discussione il suo (discutibile) approccio alla privacy.
Immaginate di visitare un sito qualsiasi, diciamo quello del Corsera (ma potrebbe essere un sito politico, uno porno, uno di ecologisti, quello che vi pare). Senza che voi lo richiediate, il sito in questione v’identifica con il vostro nome Facebook (di solito i veri nome e cognome). Ed ecco apparire la lista degli amici, le fotografie, gli aggiornamenti di stato pubblici (tutti). Più o meno qualsiasi cosa.
Inverosimile, persino considerando la poca attenzione alla privacy che c’è negli Stati Uniti, per questo credo che sia un malinteso. Ma vale la pena di vigilare.
Basta dire "mi piace" per produrre un terremoto?
Entrambi gli strumenti, e tutti quelli che saranno presentati nelle prossime settimane, hanno alcuni punti in comune. Il primo lo nota Michael Arrington, ed è abbastanza ovvio: tutti i creatori di contenuti hanno interesse a rendere visibile il proprio lavoro su Facebook, ma è soprattutto Facebook a guadagnare da questa tendenza, che sembra procedere senza ostacoli, come un mezzo blindato su un campo da golf.
Il secondo aspetto, però, merita più attenzione. Lo scambio di contenuti su Facebook, infatti, è un gioco tra persone, che hanno contatti umani. Considerate la visualizzazione standard del social network: quello che vediamo all’apertura della pagina principale sono gli elementi che hanno raccolto più “mi piace” e commenti da parte dei nostri amici. In altre parole vediamo di più, e quindi tendiamo a cliccare di più, i contenuti che sono valorizzati dalle interazioni umane.
Non è che voglia tirare acqua al mio mulino, ma questo scenario è in tutto e per tutto un’applicazione pratica dell’algoritmo della fiducia. Non è più il creatore del contenuto a stabilire cosa è degno di fiducia, e dovrebbe essere letto da tutti. Sono i lettori a decidere a cosa dare importanza. Certo, Facebook a sua volta ha un suo algoritmo per stabilire cosa deve stare in prima pagina, ma i dati su cui si basa hanno un’origine umana.

Tutto dentro Facebook, filtrato, digerito, e servito come più ci piace
Le proporzioni di questa potenziale rivoluzione non sono nemmeno calcolabili: ci andrebbe di mezzo il modo di creare i contenuti della Rete e quello di promuoverli, ma anche il modo in cui leggiamo e quello in cui comunichiamo con gli altri. Per non parlare del denaro generato dalla pubblicità.
La centralità di Facebook in tutto questo è un bene per il social network, ed è un bene più grande per la comunità degli utenti, cioè per noi. Almeno in teoria.
Un solo, piccolo, trascurabile difetto: tra i tanti contatti che ho su Facebook solo alcuni decidono di condividere informazioni e contenuti che per me sono rilevanti. Normalmente la mia pagina principale è un’orgia di bacini, abbraccini, insulti a qualcosa o qualcuno, frasette a effetto, battutine e battutacce. Certo che esistono anche i contenuti validi, ma la quantità di “rumore” è imbarazzante.
Il rumore, però, lo produce la gente. Da Facebook mi piacerebbe un modo per filtrarlo. Se non possono farlo, dovrebbero evitare come la peste l’idea di tirare tutta Internet al loro interno. Magari hanno avuto una grande idea, ma probabilmente la porteranno avanti col culo, e tutto il buono che c’è nell’idea di algoritmo della fiducia andrà in malora. Scusate se non mi alzo.








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